UN PRIMO PASSO4 min read

Francesca Ricci | 03-05-2017 | Attualità - Locale

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A Perugia le mafie non esistono: questa è la percezione della maggior parte dei cittadini. Le mafie stanno al sud, non sono cosa nostra. Da anni invece l’associazione Libera, nomi e numeri contro le mafie sostiene il contrario. In Umbria in particolare dal 1982, con l’apertura del carcere di massima sicurezza a Spoleto e maggiormente con la ricostruzione post sisma del 1997 lentamente si sono infiltrati e radicati nella nostra regione pezzi di criminalità organizzata. Oggi, per la prima volta, la ‘ndrangheta è sotto processo, qui nella nostra regione.
Novembre 2014: scatta a Perugia l’operazione “Quarto Passo” contro un gruppo che viene considerato collegato alla ‘ndrangheta calabrese.
Nel giro di qualche giorno vengono sequestrati: 39 imprese, 106 immobili, 129 autovetture e poi 28 contratti d’assicurazione, oltre 300 rapporti bancari di credito. Si tratta – secondo gli inquirenti – di una vera holding del crimine, con centro a Ponte San Giovanni e ramificazioni in tutta l’Umbria e fuori, nelle zone limitrofe di Marche, Lazio e Toscana. Il centro dell’infiltrazione sembrano essere le attività edilizie, con una speciale attenzione a settori d’avanguardia come l’energia fotovoltaica.
Un territorio il nostro in via di “mafizzazione”, dunque, per utilizzare le parole del Gip di Perugia, Alberto Avenoso, nell’ordinanza di custodia cautelare degli indagati nell’operazione. Un’aggressione al territorio che è descritta come invisibile e lenta da Walter Cardinali, coordinatore di Libera Umbria, che sottolinea anche la rilevanza della presenza a Perugia del procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti, in occasione della conclusione dell’operazione “Quarto Passo”, a dimostrazione di una penetrazione ampia e ramificata della criminalità organizzata nel tessuto economico regionale.
Sono comprovate, attraverso intercettazioni telefoniche ed ambientali, le relazioni con la casa madre ‘ndranghetista: la cosca Farao-Marincola. I contatti in Umbria, si legge negli atti, sono tenuti dal pregiudicato Natalino Paletta, titolare di una pizzeria a Ponte San Giovanni, dove hanno avuto luogo numerose riunioni dell’organizzazione criminale. Sono infatti verificate e fotografate presenze e incontri a Perugia di importanti esponenti della cosca che ha la sua base d’origine a Cirò. La ‘ndrangheta si mostra, ancora una volta, unica: una rete in cui tutte le parti sono collegate, anche se la “clonazione umbra” o le altre colonie sparse nel mondo agiscono in relativa autonomia.
Dicembre 2014: si applicano 61 provvedimenti di misure cautelari (46 in carcere, 7 ai domiciliari e per gli altri l’obbligo di dimora).
Lunedì 11 luglio 2016 si tiene la prima udienza del processo “Quarto Passo”. Le accuse sono diverse e di vario titolo: dall’associazione a delinquere di stampo mafioso alla truffa, furti, traffico di droga, sfruttamento della prostituzione, usura, estorsione e ricettazione. Accuse che hanno portato a sequestri per 30 milioni di euro.
Sono imputate 57 persone. Questioni procedurali e difetti di notifica hanno però subito fatto rinviare il processo al 28 novembre. All’udienza del 28 è seguita quella del 30 gennaio. In quest’ultima sede l’avvocata di Libera, Vincenza Rando, ha esposto le ragioni della presenza rappresentativa dell’associazione e ha avanzato la richiesta che questa si costituisca parte civile, sottolineando l’importanza della presenza della società civile all’interno dell’aula del Tribunale. È necessario mandare un messaggio forte: la denuncia sociale si deve sempre accompagnare ad un modello di legalità, ad una rivendicazione di dignità concreta, ad una collettività che si oppone attivamente e che propone un’alternativa di giustizia al fianco dei processati.
Oltre a Libera hanno presentato richiesta di costituzione di parte civile la Regione Umbria e il Comune di Perugia, tramite l’avvocato Nicola di Mario, chiedendo un totale di 6 milioni di euro come risarcimento, dato che “l’attività illecita ha compromesso l’ordine pubblico andando a ledere l’interesse della Regione al contrasto e repressione delle forme più gravi di manifestazione di crimine organizzato comune e mafioso”.
Lunedì 27 febbraio: si sciolgono le riserve sull’accettazione di ulteriori richieste di costituzione come parte civile di altre associazioni, essendo stata presentata opposizione dalla difesa all’udienza passata. Viene ammessa anche la CGIL e confermata quella di Libera.
Il 3 aprile inizierà la fase istruttoria.
Occhi aperti dunque e tanti passi ancora da compiere.

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Il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, 416-bis del Codice Penale è stato introdotto nel nostro ordinamento nel 1982, a seguito degli omicidi del sindacalista Pio La Torre, propositore del testo di legge, e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. L’accertamento di questo reato presuppone la verifica di tre diversi elementi: forza intimidatrice, condizione di assoggettamento psicologico della vittima e vincolo di omertà. È bene “deterritorializzare” la fattispecie in questione ed applicare questi parametri a prescindere dalla provenienza geografica che ha dato vita al fenomeno. Il metodo mafioso esula dalla sua origine storica, questa è la potenza innovatrice della legge. Le mafie non hanno luoghi identificativi.


Francesca Ricci

Francesca Ricci

Caparedattrice da settembre 2015 a settembre 2016. Vicedirettrice editoriale da ottobre a dicembre 2016 e ora Direttrice editoriale. Perugina dalla nascita, studia Giurisprudenza. Cura gli articoli per l'associazione Libera, di cui coordina il Presidio Università. Quando può viaggia, fa foto e gioca a calcio a 5.