Un pianto si alza dalla riva del mare3 min read

Amministratore | 02-10-2015 | Cultura

Un pianto si alza dalla riva del mare, sottile come quest’eco di stelle dal cielo.

Racchiude un racconto di tempesta e paura, di tante domande sulla sfortuna di esistere incise nel lampo di sguardi atterriti.

Confusa con la notte si intravede una figura, di un nero che ha ancora un movimento di vita. Vita e dolore, in un’unica nota di lacrime scure, allontanate tra loro da brevi respiri resi muti al ricordo, al pensiero, all’idea di un adesso e per sempre: mai più.

Figli, figure bagnate di figli, così piccoli tra quelle onde infuriate, così fragili tra queste mie dita, non ho saputo tenervi al mio fianco.

A volte il mare si scopre madre gelosa, e si arrabbia e deruba ed ottiene un tesoro che non gli appartiene.

E vince, come vince una forza che non si ferma al suono delle grida più acute, non sente; non si vergogna davanti al terrore che causa, non vede; non piange, non conosce il sapore dell’amore dell’uomo.

Eppure mare sei qui, ora tranquillo, quasi beffardo, nero come la morte che si ammanta di te.

Vorrei raccontarti, descriverti il suono del loro ridere, l’ansia che genera dentro il sentirli piangere, il calore del loro respiro che dorme sul petto.

Lo senti? Lo provi? Sei forse capace di farlo?

 

Dio, se tu potessi tremare al mio grido, se solo avessi davvero quel cuore di madre che ti descrivono in petto, con quali palpebre pesanti di pianto dovresti chiudere gli occhi, con quali mani rallentate da eterna stanchezza dovresti coprirli, con quale voce di tuono saresti costretto a domandare perdono.

La notte raccoglie il suo gemito amaro, assorbe il dolore ovattandolo in sé.

È in fondo un’immagine che sa di ricordo, e lei saggia solcata dalle rughe del tempo la conosce già bene. Eppure ora è triste la notte, nello scoprirsi un poco più vecchia.

Vorrebbe parlare a quell’ombra di madre, vorrebbe sfiorarla, ma già riconosce il noto tepore alle spalle, promessa di un giorno che svelerà quel che resta di frammenti di vita, che spegnerà le domande e scioglierà le illusioni. E corpi e lacrime e sbagli riemergeranno dall’ombra, e la notte no, non potrà farci niente, non potrà più attutire l’impatto col vero.

Si inchina alla fine stupita nel sentirsi ancora chiedere dentro un amaro perché. Saluta con gli ultimi sguardi la donna, saluta il suo chiamare quell’acqua col nome dei figli, rabbrividisce davanti alla logica esatta di quella follia.

Sospirando poi scivola via, sperando che almeno l’alba sappia essere gentile con quegli occhi svuotati e quelle spalle stremate dai brividi.

Eccola ora, statua dritta come una macchia immobile sulla crudele innocenza di onde giovani e rosa.

Le guarda, le ammira, le invidia.

Muove appena le labbra, quasi un saluto, e come in una sequenza irreale si alza, entra in mare ed avanza fino a sentire che può forse andar bene, cade in ginocchio e si china con consumata dolcezza sull’acqua. Regala un bacio a quelle scintille salate, esita ancora qualche altro istante, e ritorna qui al freddo della riva e del mondo.

Poi scivola via, come la notte, poco prima di lei.


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