Un paradiso di anime perdute4 min read

Amministratore | 27-02-2016 | Cultura - Locomocinema

È questo “Il club” del regista cileno Pablo Larraín, vincitore del gran premio della giuria al Festival internazionale del cinema di Berlino del 2015.

di Irene Mackowski

A La Boca, modesta manciata di case arrampicate sulla costa meridionale del Cile, c’è una casa gialla che spicca come un faro nel grigio squallore circostante: è la residenza di una strana comunità, composta da quattro preti, allontanati dall’esercizio delle proprie funzioni a causa di presunti reati compiuti in abito talare, e una suora, anch’ella con un passato poco chiaro, che li sorveglia e li guida nelle mansioni quotidiane, secondo un programma rigido e ripetitivo che consente loro di espiare le proprie colpe tramite una condotta parca, all’insegna della preghiera. In realtà, questa casa di penitenza ha ben poco di penitente: il singolare gruppo guadagna infatti somme di denaro grazie alle scommesse sulle corse di cani, nelle quali vincono grazie a un levriero allenato da Padre Vidal, e tutto sommato non si fa mancare niente in quanto a piaceri della tavola e della bottiglia. Il modesto paradiso che si sono ritagliati verrà però turbato dall’arrivo di Padre Lazcano, inviato là perché sospettato di abuso su minori, e che si ucciderà con un colpo alla testa perché perseguitato da una delle sue vittime, Sandokan, ormai divenuto un senzatetto alcolizzato e disturbato. A seguito dell’incidente, viene mandato a monitorare la situazione Padre Garcia, padre spirituale giovane e preparato, deciso a chiudere la casa e a far scontare ai suoi abitanti la pena che spetterebbe loro.

Padre Garcia, bello e accattivante, è la nuova Chiesa giunta a punire e purificare la vecchia: ma quest’ultima è restia a lasciarsi soggiogare. D’altro canto, gli abitanti della casa sembrano non essere consapevoli delle proprie colpe e, effettivamente, anche per lo spettatore risulta impossibile classificarli come innocenti o colpevoli: Padre Vidal è stato tacciato di abuso di minori, ma afferma di essere stato incastrato da un vescovo perché difensore dell’amore omosessuale; Padre Silva, ex cappellano dell’esercito accusato di connivenza con i crimini dei militari, sostiene di aver distrutto le proprie testimonianze scritte solo per timore della propria incolumità; Padre Ramirez è ormai affetto da demenza senile e non esiste alcun dossier a testimoniarne le presunte azioni criminose, ma a volte sembra essere del tutto lucido e memore degli eventi che lo circondano, gettando il dubbio sul fatto se sia o meno cosciente a sé stesso; Padre Ortega è stato confinato per la compravendita di neonati, ma sostiene di aver solo salvato delle vite, sottraendole a madri che non li volevano e promuovendo la giustizia sociale.

È proprio quest’ultimo il maggiore oppositore di Padre Garcia: si staglia come chiesa delle origini, vicina al popolo e alle sofferenze del quotidiano, in contrasto con il ricco gesuita, che viaggia con un costoso macchinone nero e la carta di credito American Express nel portafogli. E infatti Padre Garcia risulta essere una figura ambigua, una moderna inquisizione che a sua volta mostra limiti e incongruenze, che si manifesteranno al proprio apice nella risoluzione del conflitto creatosi tra la casa e Sandokan, che continua a perseguitarne gli abitanti: inizialmente si avvicinerà con affabilità cristiana all’uomo, salvo poi, verificatane l’irrimediabile corruzione psicologica e spirituale, renderlo, come un Dio vendicativo e temibile ma attraverso un meschino e umanissimo stratagemma, oggetto di linciaggio e infine, assumendo le vesti di un Cristo umile e amorevole, si prostrerà a lavargli i piedi. Inoltre, alla fine scenderà a compromessi con gli abitanti della casa, perché minacciato da Sorella Monica (anche lei personaggio ambiguo, sfaccettato tra santità e abnegazione e un cinismo calcolatore) di coinvolgere i media e i giornalisti nella vicenda, mettendo in cattiva luce la Chiesa e creando scalpore.

Insomma, la nuova Chiesa non sembra più esente da errore e fallibilità della vecchia, forse perché in entrambi i casi è composta da uomini, esseri di carne e sangue molto lontani dalla purezza e molto più vicini al “prossimo corrotto”, a “chi fa sesso sporco, chi ride di sé, chi si umilia, chi fuma nel bagno”. Malgrado ciò, nella casetta gialla si cerca di scimmiottare “una bella vita, una vita santa”, e tutto sembra sospeso in una dimensione fuori dal tempo, complice l’eterno crepuscolo che sembra dominare su La Boca e l’isolamento e la decontestualizzazione dei dialoghi tra i personaggi, frazionati in scene consecutive consistenti in momenti e luoghi successivi, quasi a dilatarsi indefinitamente nel tempo. Al suono del vento e delle onde che si infrangono sulla costa fa da contrappunto una colonna sonora essenziale, spesso dominata da un minaccioso ed insinuante oboe, e i canti religiosi dei fratelli, litanie malinconiche e rassegnate di individui ombre di se stessi.

Queste esistenze che si trascinano resisteranno agli intenti rivoluzionari di Padre Garcia che, come accennato prima, scadranno in un compromesso, quello di accogliere tra di loro il figliol prodigo Sandokan, che il padre spirituale individua come penitenza per le loro anime, ma che in realtà è un vero e proprio scaricabarile di responsabilità riguardo a una piaga lancinante, quella della pedofilia e dell’abuso, di Chiese nuove e vecchie.
Ma nonostante tutto, alla fine, quella casa gialla sulla costa (che occhieggia in maniera significativa in molte delle inquadrature paesaggistiche della pellicola) rimarrà là, con al suo interno i suoi abitanti, che continueranno a condurre una vita bella, bellissima.


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