TURCHIA, PROCESSO DI REGRESSIONE4 min read

Amministratore | 20-07-2016 | Internazionale

di Silvia Lisei

Sono 14 anni che il presidente Recep Tayyip Erdoğan occupa la scena politica turca: nel 2002 ottiene la maggioranza il partito di cui è leader e fondatore, l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo); nel 2003, sostituendosi a Abdullah Gül, diviene primo ministro mantenendo la carica fino al 2014, anno in cui si insedia come primo presidente della Turchia direttamente eletto. L’AKP di Erdogan ha vinto ad ogni elezione con un consenso schiacciante. All’interno del parlamento tra le fila dei partiti d’opposizione troviamo i social-democratici kemalisti del CHP, i nazionalisti del MHP e i filo-curdi dellHDP.

In un primo momento l’AKP, sebbene di ispirazione conservatrice e fortemente islamista, si presentò come un partito filo-occidentale, favorevole ad un mercato economico liberale e all’adesione della Turchia all’Unione Europea. Questo gli garantì la vittoria per ben tre legislature consecutive. Tuttavia, a causa del comportamento talvolta sfacciato e autoritario di Erdoğan, hanno rischiato di incrinarsi molti dei rapporti di politica estera: basti pensare che la Turchia è parte della NATO dal 1952 e, nonostante venga considerata l’alleata principale degli USA in Medio Oriente, non sono mancate da parte dell’entourage di Obama critiche per un atteggiamento ambiguo e scorretto nei confronti della guerra in Siria e dei jihadisti dell’Isis, con annesso scandalo per la vendita di armi a quest’ultimi in cambio di petrolio di contrabbando.
Inoltre sia l’Europa che gli USA hanno dimostrato preoccupazione per la crescente mancanza di libertà di stampa sotto il regime di Erdoğan, sfociata in prepotenti azioni come la chiusura temporanea di alcuni siti web utilizzati dall’informazione di massa (Twitter e YouTube, per esempio); negli ultimi anni sono state approvate riforme che vanno in direzione nettamente contraria alla storica laicità dello stato propugnata dal ‘’padre dei turchi’’ Mustafa Kemal Ataturk, primo presidente turco, emblema ancora oggi di un forte esempio di secolarizzazione che ha reso la Turchia un paese più vicino all’Occidente. Erdogan si discosta da quest’ottica. Egli sembra voler compiere dei passi indietro riportando la nazione ad una realtà iper-maschilista ed estremamente legata ai precetti del Corano: partendo dal ruolo della donna a cui è stato consigliato di ripristinare l’uso del velo in luoghi pubblici, fino alla pratica dell’aborto osteggiata dal governo sebbene consentita dalla legge. Le riforme sono concepite unicamente nella prospettiva di rafforzare il ruolo del presidente – soffocando le opposizioni con metodi ormai ben noti fin dal tempo degli Ottomani – e per limitare, in una misura ritenuta funzionale al regime, le libertà civili e di espressione. Non è facile trovare un dialogo con l’AKP, che si dimostra fermo sulle sue posizioni; difficilmente sono stati fatti progressi, se non apparenti, per il riconoscimento del Kurdistan e per un dialogo più pacifico con il PKK, partito politico e organizzazione paramilitare considerata illegale in Turchia, con la quale è perpetuamente aperta una guerra civile a est del paese.
Questi sono alcuni dei motivi per cui risulta ancora lontana l’entrata della Turchia come membro dell’UE. A distanza di 11 anni dall’inizio dei negoziati la situazione rimane in fase di stallo; ci sono fattori di non allineamento su ciò che viene richiesto nell’ambito dei diritti umani: la realtà turca è troppo instabile e lontana dalle garanzie e dai parametri che esige l’Unione Europea.
Il percorso sembra infatti intricarsi ulteriormente negli ultimi giorni a fronte del golpe fallito mosso da alcuni reparti militari contro il governo, sventato in poche ore nella notte del 15 luglio. Erdoğan ha diramato immediatamente mandati di arresto per oltre 3.000 militari e il fermo di 2.745 magistrati, già rimossi dal loro incarico poiché considerati sostenitori di Fethullah Gulen (Imam auto-esiliatosi in USA e ritenuto l’ipotetico mandante dell’attacco al governo). Non è la prima volta che l’esercito turco interviene direttamente contro il governo in carica: è già successo nel 1960, nel 1971 e nel 1980. L’intervento è stato sempre mirato a difendere i criteri di laicità del paese, ad esempio contro l’affermazione di partiti o movimenti di ispirazione islamista o di sinistra radicale. La reazione drasticamente repressiva del presidente – che con un contro-attacco si sta velocemente sbarazzando di ogni nemico politico – ha trasformato il golpe in una mossa a suo favore, aprendo le porte ad ipotesi complottistiche circa la presunta creazione ad arte dell’attacco da parte del governo stesso.
Con la strada spianata ora Erdoğan potrebbe proseguire verso la riforma costituzionale in chiave presidenzialistica con cui gli verrebbero attribuiti ulteriori poteri. Dello stesso avviso non sono i paesi membri dell’UE che, di fronte ad una “vendetta spietata’’ in cui si invoca il ritorno della pena di morte, dichiarano per esempio tramite le parole del ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni come questo sarebbe “uno dei simboli di quello che lEuropa non può accettare.’’

Riproduzione riservata ©


Amministratore

Descrizione non presente.