TRANSIZIONE SCUOLA-LAVORO, INCONTRO CON IL PROFESSORE TITO BOERI6 min read

Alessio Smacchi | 06-07-2016 | Nazionale

di Alessio Smacchi

Lunedì scorso, presso l’aula 1 dei Dipartimenti di Scienze Politiche e di Economia, si è discusso sulla transizione scuola-lavoro. Sono intervenuti la prof.ssa Mirella Damiani dell’Università degli Studi di Perugia, Tito Boeri, Professore della Bocconi, attuale presidente dell’INPS, Andrea Ricci dellISFOL, Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori e Lorenzo Mattioli, studente della laurea magistrale – Scienze della Politica e dellAmministrazione.

Introducendo la conferenza, la Professoressa Damiani ha incentrato il discorso sul problema del percorso formativo in Italia. Il numero ridotto di laureati rispetto agli altri Paesi, il forte tasso di abbandono unito al ciclo degli studi troppo lungo, comportando ritardi all’ingresso nel mondo del lavoro, provocano uno spreco di “risorse”. Riflettendo sul problema della transizione scuola-lavoro ci si dovrebbe soffermare anche sulla direzione verso la quale il lavoro si sta dirigendo, ed è chiaro che per far ripartire l’economia occorrerebbe che si formassero, attraverso un sistema scolastico efficiente, dei lavoratori altamente specializzati, ossia figure in grado di creare un hub per implementare loccupazione.

La conferenza ha da subito messo in luce le criticità della transizione scuola-lavoro. Sono stati trattati differenti punti di vista che nel loro insieme ci permettono di avere un quadro più ampio.

Quadro generale: Analizzando il mercato del lavoro, gli studi denotano che esiste una difficoltà nellallocazione delle persone con determinate caratteristiche, nei posti di lavoro a loro più congeniali. Ciò è determinato sia dalla scarsa offerta di lavoro, che dal sistema scolastico, incapace di formare personale consono alle richieste delle aziende. Come risultato si ha lassunzione di lavoratori con determinate abilità, in ambienti lavorativi dove non si potranno esprimere nel migliore dei modi. Per entrare nel mercato del lavoro è naturale un periodo di ricerca, ma se poi il mercato del lavoro funziona male, possono dilatarsi i periodi di disoccupazione, soprattutto di quella giovanile. L’OCSE, attraverso il suo indicatore “skill respect”, ha potuto analizzare l’incontro tra l’offerta di competenze e la domanda delle stesse, quindi l’efficenza nella allocazione del capitale umano all’interno del mondo del lavoro. Nella classifica dei paesi, l’Italia si trova all’ultimo posto, denotando quindi che le persone con le competenze sbagliate si trovano nel posto sbagliato. Il problema di questo mismatch non sarebbe così grave, se esistesse una formazione sul posto di lavoro. Le imprese italiane, nel passato avevano la tradizione della formazione allinterno dellazienda, ma data la crisi odierna, le imprese sono sempre meno propense ad “istruire” i propri dipendenti. Anche se ciò potrebbe comportare una spesa all’inizio, gli introiti futuri, generati dalla specializzazione sul campo, ripagherebbero con interessi gli investimenti iniziali in istruzione e formazione. Il problema è che in Italia l’ingresso principale nel mercato del lavoro è attuato da contratti a tempo determinato. Se un lavoratore sa che al termine del contratto dovrà cercarsi un altro lavoro, sarà quindi meno incentivato a migliorare le proprie skills per quel determinato mestiere, data l’assenza di formazione. Con l’introduzione del contratto a tutele crescenti, si è assistito ad un aumento dei giovani nel mondo del lavoro, senza la formula del contratto a tempo determinato. (2015: Quota assunzione giovani a tempo indeterminato +10% 600.000 unità).

Quadro pensionistico: Negli ultimi anni si è assistito ad un cambiamento molto rilevante per quanto riguarda il rapporto tra lavoratori giovani ed anziani all’interno del nostro mercato del lavoro. Dal 2008 si è assistito ad una forte diminuzione dell’occupazione giovanile con il corrispettivo aumento delle assunzioni dei lavoratori tra i 55 e i 65 anni, generando così un conflitto intergenerazionale. Ad aggravare ulteriormente il ricambio generazionale, la riforma 214 del 2011, la Riforma “Monti-Fornero”, ha condotto all’ innalzamento dell’età pensionabile in un periodo di recessione, portando un conseguente ritardo dell’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, aumentando la disoccupazione giovanile in maniera innaturale.

Quadro territoriale: Si è accentuata limportanza della mobilità territoriale che può rappresentare un valido elemento per la ricerca più congrua del lavoro in base alle proprie capacità. In Italia gli squilibri territoriali sono marcati e si è denotato il fatto che se si lavora in un posto differente da dove si è nati, con un possibile aumento remunerativo. Analizzando la stessa tematica a livello europeo però si sta registrando una tendenza a ridurre la mobilità del lavoro date le preoccupazioni sul fenomeno dell’immigrazione. L’immigrazione economica è connotata dalla gradualità dell’inserimento degli immigrati nel tessuto economico dei vari paesi, ma questa è una immigrazione di massa e ciò chiaramente ha terrorizzato i vari paesi; se la risposta è bloccare le frontiere per far fronte a questa entità dei flussi, le persone continueranno ad arrivare comunque e spesso in modo illegale. Il messaggio della chiusura delle frontiere si regge molto spesso sui politici che hanno cavalcato le preoccupazioni della gente, spesso legate al timore che questi forti flussi migratori potessero portare con sé la convinzione di distruggere lo stato sociale dei paesi coinvolti (Danimarca, Austria). I dati invece dimostrano che gli immigrati possono contribuire in maniera importante nel sistema previdenziale; in Italia gli immigrati versano alle casse dell’INPS 8 miliardi e ne prelevano 3 per trasferimenti pensionistici e sociali, quindi con un saldo netto di 5 miliardi. Occorre che il tema della protezione sociale sia un tema europeo e più coeso. Oggi ci si avvia alla costruzione di un “Codice di protezione sociale” a livello europeo, che vorrebbe dire monitorare con maggiore precisione la situazione contributiva dei lavoratori, evitando comportamenti opportunistici a livello sovranazionale.

Quadro statistico: Da uno studio di settore, è emerso che ad un livello maggiore di istruzione corrisponde un impiego migliore e non esiste una discrepanza così marcata tra le magistrali umanistiche e le magistrali scientifiche. Se l’imprenditore ha una laurea, tendenzialmente avrà la capacità di conoscere meglio le dinamiche del mondo del lavoro, avrà un atteggiamento collaborativo con i suoi dipendenti e tenderà ad assumere di più con una formula di contratto a tempo indeterminato. Risulta incidere invece in maniera negativa nella transizione scuola-lavoro uneventuale interruzione anticipata degli studi.

Quadro psico-sociale: La dicotomia fra scuola e lavoro, oltre alla portata economica, assume anche una importante connotazione sociale. Nelle società moderne si è abituati ad analizzare i problemi dal punto di vista economico, finanziario, ma ci sono degli aspetti che non devono essere ignorati, come quelli sociologici. Nella transizione scuola-lavoro, la ricerca del lavoro nel lungo periodo, oltre a causare un danno economico, crea uno scontento sociale molto alto. Nelle zone periferiche dell’Italia, ma anche in termini più estesi in Europa, la disoccupazione può portare spesso a fenomeni di violenza e di fondamentalismo. L’incertezza nel progettare il futuro, destabilizza l
a vita delle persone, con la possibilità che si creino focolari di scontento che possono minare la sicurezza collettiva.

Quando un giovane investe risorse economiche, psicologiche e temporali aspetta termini ragionevoli in cui propri sforzi possano essere ripagati; se ciò non dovesse accadere si tratterebbe di una vera e propria ingiustizia sociale.

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Alessio Smacchi

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