Transgender per una settimana: l’intervista5 min read

Hakim Ben Hamida | 30-11-2014 | Over the rainbow

 

Essere persone transgender in Italia non è semplice.

Nella 2014 Europe Rainbow Map, una cartina d’Europa pubblicata annualmente dall’ILGA (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association) per mostrare il livello dei diritti delle persone LGBT nelle varie nazioni del vecchio continente, il Bel Paese è risultato ufficialmente tra i peggiori in assoluto dell’Europa occidentale, secondo solo a – nell’ordine – Monaco, San Marino e Liechtenstein.

E se vogliamo spostarci da un’ottica prettamente politico-legislativa, basta guardarsi un attimo intorno: il nostro paese fatica ancora ad accettare situazioni in cui una persona non può – né molto spesso desidera – essere incasellata nel rigidissimo schema “o uomo, o donna”. L’italiano medio storce il naso venendo a contatto con persone transessuali, o al massimo ne “tollera” l’esistenza, pur non risparmiandosi risate di scherno o battutine a sfondo transfobico.

 

In una società come la nostra, in cui ciò che non corrisponde ai canoni tradizionali che ci sono stati imposti viene allontanato, rifiutato e spesso ostracizzato, una persona transessuale o transgender si trova spesso sola, priva di sostegno e vittima di continue discriminazioni, alla mercé di sguardi accusatori ogni volta che deve tirare fuori il proprio documento d’identità, perché l’iter burocratico per il cambio dei dati anagrafici è lungo, laborioso, e non sempre raggiungibile, e uno che sul passaporto ha un nome maschile, secondo loro, proprio non può sentirsi donna sin dalla più tenera età.

E per quanto riguarda il mondo del lavoro, non siamo messi tanto meglio, che se anche è vero che esiste una sentenza del 1996 della Corte Europea dei Diritti Umani che condanna licenziamenti o rifiuti ingiusti di persone transessuali in quanto discriminazioni su base sessuale, a ben poco è servita, se non a far risultare come motivazioni ufficiali sui documenti qualche cavillo burocratico o ragioni di minima rilevanza. E tutto perché alla vecchia di paese potrebbe dar fastidio un FtoM alla cassa del supermercato sotto casa, o un transgender allo sportello della banca.

Perché l’italiano medio ha le idee molto chiare a riguardo.

Nella sua mente le donne transessuali sono tutte prostitute.

Nella sua mente un figlio FtoM è motivo d’imbarazzo, un disonore per la famiglia.

Nella sua mente se gli amici lo vedono che si rivolge con tono rispettoso nei confronti di un individuo transgender, magari pensano male.

Per tutte queste ragioni, quando ho saputo del progetto del Gruppo Giovani Arcigay di Vicenza di vivere per una settimana nei panni di una persona transgender, ho velocemente sviluppato una forte curiosità riguardo ciò che avesse spinto quei ragazzi a mettere in piedi un progetto tanto coraggioso, un vero pugno nello stomaco alla società più omotransfobica e tradizionalista, e da lì ho deciso di mettermi in contatto con uno dei ragazzi partecipanti per chiedergli com’è andata. Ecco a voi l’intervista:

Presentati.

Andrea Magnago, diciassette anni, studente del liceo scientifico “P. Lioy” di Vicenza, e attivista per i diritti LGBT con l’associazione Arcigay “15 giugno” Vicenza.

Parlaci un po’ del progetto.

Lo scopo del progetto era capire cosa prova e come vive una giornata un* transessuale allinterno della società odierna. Da lì abbiamo deciso di fare un passo avanti, e alcune persone dell’associazione, tra cui io, hanno deciso di calarsi nei panni di persone transgender per un’intera settimana. Tra le varie sfide, vi era la necessità di tenere segreta l’organizzazione presente dietro questo esperimento, in modo tale da far credere alla gente che tale cambiamento dell’apparenza esteriore provenisse da un reale desiderio personale, il riconoscere sé stessi nel sesso opposto o in un genere diverso da quello stabilito dal sesso biologico.

Da dove è nata l’idea?

Lidea è nata dalla nostra coordinatrice di Arcigay Giovani, la quale ha da poco deciso d’intraprendere il percorso di transizione. Un giorno ha dunque radunato il nostro Gruppo Giovani per parlarcene, così noi, per capire le emozioni e le sfide che attraversa chi si trova in una situazione analoga, abbiamo deciso, in concomitanza con il TDOR, Giornata Mondiale in Memoria delle Vittime per Transfobia del 20 novembre, di farle sentire il nostro sostegno, e di capire tutto ciò che comporta questa scelta.

Come ha reagito la tua famiglia? Era a conoscenza del progetto?

Saputo del progetto la mia famiglia mi ha offeso, denigrato, e mancando di rispetto a me, è stato come se tutto ciò che dicessero fosse diretto di conseguenza alla comunità LGBT. È stato un duro colpo vedere che, nel remoto caso volessi intraprendere io stesso un processo di transizione, verrei completamente abbandonato, condannato dalla mia stessa famiglia.

E i tuoi amici/compagni di classe come hanno reagito?

Quando amici e compagni mi hanno visto, all’inizio l’hanno un po’ presa sul ridere. Solo dopo hanno voluto capire cosa stesse succedendo, il perché lo stessi facendo, e una volta spiegatoglielo sono cambiati, hanno ricominciato a relazionarsi con me come facevano al solito. Cambiava solo il fatto che mi chiamassero Electra!

C’è stato un momento particolarmente significativo, o che ti abbia anche semplicemente colpito?

Sì, due in particolare: il primo è stato quando il mio professore di educazione fisica non mi ha fatto partecipare alla sua lezione perché portavo sotto la maglietta dei seni finti, anche se si è poi giustificato dicendo che il problema fossero proprio quelli e non avesse nulla contro il progetto in sé. Il secondo caso è stato quello di una barista, la quale, senza che le spiegasse qualcuno ciò che stava accadendo, mi ha trattato da vera persona transgender, senza prendere il tutto come un qualcosa di architettato, uno scherzo.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza? La rifaresti?

Psicologicamente parlando, questa esperienza mi ha cresciuto moltissimo, oltre ad aver aumentato notevolmente il mio livello di informazione a riguardo. Se ce ne sarà bisogno, la rifarò certamente: non mi stancherò mai di lottare per i diritti LGBT.

Avete altro in serbo?

Il progetto si concluderà con una sorta di vlog mio e di un amico che verrà pubblicato sui Social Network. Continuiamo, inoltre, a portare avanti la petizione “#silovoglio”, per l’equiparazione dei diritti delle coppie eterosessuali ed omosessuali, firmabile anche online su Change.org, dove ha già raggiunto oltre 1.600 sostenitori.


Hakim Ben Hamida

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