The Imitation Game: la voce di Alan Turing5 min read

Amministratore | 28-02-2015 | Cultura - Locomocinema

Dal primo gennaio 2015 è in proiezione nelle sale cinematografiche “The imitation game” di Morten Tyldum, con Benedict Cumberbatch e Keira Knightley.

Il film, realizzato con un budget di quindici milioni di dollari, ad oggi ne ha già incassati più di ottanta. Vanta cinque nomination ai Golden Globe ed è candidato ad otto premi Oscar tra cui quello di “Miglior Film”.

Bene, credo che parlare di questo film in questi termini sia del tutto fuori luogo. Non credo sia possibile scriverne in modo distaccato e sterile. Non credo sia possibile valutarlo in base ai milioni spesi ed incassati o in base ai vari riconoscimenti. Il valore di questopera rientra nellambito che lo stesso protagonista definirebbe come “ciò che non si può calcolare”.

“The imitation game” è un film biografco incentrato sulla vita di Alan Turing. Per coloro che non lo hanno ancora visto: avete mai sentito nominare Alan Turing? Per coloro che lo hanno già visto: prima di entrare in sala avevate la minima idea di chi fosse Alan Turing?

Sono convinto che la stragrande maggioranza degli interpellati risponderebbe di no, come del resto farei anche io. Ciò mi porta a fare una piccola riflessione: è in questo “no” che sta la più grande bellezza del cinema biografico. Nel dare la possibilità a tutti di conoscere storie di personaggi dimenticati o ignorati, nel dare forza alle loro voci, nel renderli immortali. Questo è ciò che fa “The imitation game”, squarciare il velo del silenzio.

Alan Turing fu uno dei più grandi matematici del XX secolo, colui che fece vincere la seconda guerra mondiale agli alleati e che salvò la vita a quattordici milioni di persone, accorciando la durata del conflitto di almeno due anni. Un eroe, sì. Un eroe che morì suicida a 41 anni.

Grazie al suo genio, paragonabile solo alla sua fragilità emotiva, riuscì a ideare una macchina in grado di decrittare i messaggi di Enigma, un sistema usato dai tedeschi per le comunicazioni. Ma per quanto potesse essere stato enorme il suo contributo, Alan si macchiò di una “colpa” che non poteva essere accettata dalla società inglese dellepoca: lomosessualità.

Il film si svolge su tre archi temporali diversi che procedono parallelamente luno allaltro e che svelano la figura di Alan poco alla volta. Un puzzle ben pensato da Morten Tyldum e costruito in maniera eccelsa e fluida da William Goldenberg (montaggio). Pezzo per pezzo si compone la storia, la vita e la personalità di Turing fino ad arrivare allultimo tassello, il momento in cui si può guardare limmagine nel suo complesso, contemplarla e immergersi nella sua triste bellezza.

 

1927: Il quindicenne Turing frequenta la Sherborne School nel Dorset, dove a causa della sua riluttanza alla socialità viene preso di mira, finendo vittima di perpetuati atti di bullismo. Ha solo un amico, Christopher. Con lui a fianco il giovane protagonista riesce ad andare avanti e grazie a lui si appassiona alla crittografia. In un foglietto Alan scrive la frase “Ti amo”, criptata con il codice condiviso dai due ragazzi. Aveva intenzione di consegnarlo a Christopher al suo ritorno dalle vacanze estive. Ma il giovane non fece mai ritorno, morì di una malattia che aveva ormai da tempo e che aveva sempre nascosto allamico. Alan è per la prima volta, solo.

 

1939: Gli anni della guerra occupano senzaltro la maggior parte del film. Inizialmente Alan Turing ci si presenta come un uomo sfrontato e ben conscio della propria superiorità intellettuale. Benedict Cumberbatch è eccezionale in questo genere di interpretazione, come già aveva dimostrato nella serie televisiva Sherlock. Ciò che non ci si aspetta da Cumberbatch è la sua perfezione dellimpersonare laltra faccia di Turing. Quella delluomo diverso che mai sarà capito. Quella dellomosessuale che non può rivelare a nessuno il suo segreto. Quella di un uomo vulnerabile, straordinariamente dotato e straordinariamente solo. Limpressione è che dopo la perdita dellamico, Alan abbia trovato nella logica e nella razionalità matematica il suo unico appiglio, lunico rimedio. Lavora alla sua macchina in maniera ossessiva, sentendosi legato a lei come alla persona più cara che si ha al mondo, tanto da dargli anche un nome, Christopher. Una volta ultimata, Alan ha in mano le sorti della guerra, sapendo in anticipo ogni mossa dellasse. Quasi spaventa la freddezza con cui capisce di dover lasciar morire degli innocenti, di dover decidere chi salvare e chi no, per non far capire ai tedeschi che lalleanza aveva decifrato Enigma.

 

1952: Si arriva così allepilogo,del film e della vita di Alan Turing. È qui che le immagini sul grande schermo diventano un travolgente fiume in piena. Alcuni anni dopo la fine del conflitto, il professor Turing si trova a Manchester. Qui è accusato di omosessualità e arrestato. Durante linterrogatorio racconta tutta la sua storia alluomo che lo aveva incastrato, credendo di avere tra le mani un caso di spionaggio. Alla fine Alan chiede allinterlocutore: “Cosa sono io? Un uomo o una macchina?”. Luomo dichiara di non saper rispondere. Turing è condannato: o la reclusione o la castrazione chimica.

 

La fine di Turing viene resa in maniera a mio avviso eccezionale, straziante al punto da renderlo il martire perfetto.

Dopo aver scelto la castrazione chimica, Alan si ritrova a casa insieme alla vecchia collega e amica Joan Clarke (Keira Knightley). Assieme a loro cè anche Christopher, la macchina costruita e conservata gelosamente dallex professore. Alla domanda di lei sul perchè avesse scelto la condanna peggiore, Alan sostiene che quella era lunica soluzione per non perdere Christopher. “Non voglio restare solo”, questo inizia a ripetere, quasi soffocato dalle lacrime. Ecco cosa quella macchina rappresenta per Turing: lunica “persona” in grado di non farlo sentire solo, lunica in grado di comprenderlo.

 

Le scritte finali scorrono: “Alan Turing morì suicida il 7 giugno 1954, alletà di 41 anni”.

 

“Il gioco dellimitazione”. Limitazione con cui Turing provò a creare una macchina in grado di ragionare come e meglio di un umano, quella che al giorno doggi noi chiamiamo computer. Limitazione con cui Turing cercò di nascondersi nel buoncostume inglese, tenendosi stretto il suo segreto. Limitazione nella quale Turing perse se stesso. Quella di Alan era una mente prodigiosa, costretta a vivere “in codice”, incapace di decifrare i comportamenti altrui e di tradurre i propri in comunicazione umana. Ma dopotutto “sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare”.


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