THE HAUNTING OF HILL HOUSE5 min read

Giorgio Casella | 04-02-2019 | Cultura

immagine THE HAUNTING OF HILL HOUSE5 min read

“ When we die we turn into stories. And every time someone tells one of those stories, it’s like we’re still here for them. We’re all stories in the end. “
– Olivia Crain

Iniziare questa mia piccola rubrica con la serie tv da cui prende il nome mi è sembrato alquanto doveroso.  Devo essere onesto e dire che di mia spontanea volontà non l’avrei mai vista. Non sono un amante del genere horror, non mi attraggono e tantomeno li trovo interessanti. Hill House è diventata probabilmente una delle mie dieci serie tv preferite. E qui ringrazio la persona che quasi mi ha costretto a vederla. Ma procediamo con ordine.
“The Haunting of Hill House” è una serie tv Netflix dello scorso ottobre, partorita dalla mente di uno dei migliori registi di produzioni horror del momento, quale Mike Flanagan. È ispirata al romanzo di Shirley Jackson “L’incubo di Hill House” del 1959, ma, per scelta dello stesso Flanagan e vista anche la già presenza di adattamenti fedeli al libro, non è una mera trasposizione, piuttosto prende ispirazione dall’opera della Jackson per raccontare una storia tutta sua, ben lontana dalle solite trame horror e sceneggiature farcite di jumpscares e momenti di terrore. Forse è per questo che è uno dei migliori prodotti del genere degli ultimi anni e dotato di una sua unicità.
Hill House non è un prodotto horror, o meglio, non è soltanto un prodotto horror, ma è una serie tv familiare. Il centro della trama, il cuore pulsante non sono i momenti di tensioni, l’ansia crescente, ma la famiglia, la famiglia Crain.

Hugh e Olivia Crain hanno un progetto: ristrutturare questa splendida villa, dall’aura così funesta da essere temuta da tutti, perfino dai custodi che non osano restare lì dopo il tramonto. Nonostante ciò, marito e moglie vanno a vivere nella magione, con l’intento di recuperare tutto il suo splendore, insieme ai loro cinque figli: Steven, Shirley, Theodora e i due gemelli Luke e Eleanor. Ma la casa non sembra amare i suoi ospiti e terrorizza la famiglia, colpendo principalmente Olivia e la piccola Nell. Una tragedia scuote i Crain, che fuggono nel cuore della notte, nella paura, nella confusione, nell’incapacità di comprendere se ciò che è successo in quella casa è tutto reale o solo frutto della loro fantasia. Tutto questo molti anni prima.
Nel presente, la famiglia è divisa, ognuno vive la propria vita, lontano dagli altri, per screzi, per visioni contrastanti, per tutto quello che è successo in quella maledetta notte che i cinque figli ancora si portano dentro, avendo costruito, o buttato, quella loro stessa vita a causa di ciò che accadde.
Tutti loro incarnano le cinque fasi del dolore: Steven, con il suo lavoro da scrittore e l’incapacità di credere al soprannaturale, è la negazione; Shirley, ora proprietaria di un’agenzia funebre e colma di rancori, è la rabbia; Theo, che adesso è una psicologa che aiuta i bambini con le loro paure, è il patteggiamento; Luke e i suoi problemi con la droga, unico suo rifugio, è la depressione; e infine Nell, l’unica a credere ad ogni cosa sia loro successa, è l’accettazione.
Un quadro funesto, triste, che finirà per riunirli con un’altra tragedia.


Gli attori, tra i quali spiccano Michiel Huisman (famoso per il suo ruolo di Daario Naharis ne “Il Trono di Spade”), Elizabeth Reaser (vista innumerevoli volte nella serie “Grey’s Anatomy”) e Kate Siegel (che aveva già collaborato con Flanagan), fanno un lavoro magistrale, portando sullo schermo un dramma familiare su una cornice thriller e a sfondo horror, il cui finale agrodolce non è che la punta dell’iceberg del lavoro fatto nei nove episodi precedenti. Menzione d’onore va anche agli attori delle loro controparti da bambini, mai banali, mai scontati e che ci immergono con naturalezza nella loro infanzia.
E da questo ci ricolleghiamo ad una delle grandi forze della serie e frutto di una genialità come quella di Flanagan: il doppio piano temporale. Fa’ e disfa tempo e spazio con un’abilità e una naturalezza meravigliosa, intrecciando presente e passato davanti ai nostri occhi, disseminando indizi apparentemente inutili, ma che solo nel corso delle puntate successive ci fanno spalancare gli occhi. Dissemina figure oscure e misteriose per tutta la serie, quasi in maniera casuale, e le lega ai personaggi principali, facendo trovare senso a cose prive di esso fino a qualche episodio prima. Il talento è alla vista anche degli occhi meno avvezzi.
La regia è inoltre strabiliante, con grandi esplorazioni dello spazio, inquadrature della casa che tengono occupati i nostri occhi mentre cose si nascondono negli angoli bui delle stanze, dietro le finestre, dietro le porte. Movimenti circolari, fluidi, della telecamera per girare scende lunghe ben più di dieci minuti in alcuni casi, prive di tagli. Il sesto episodio, punta di diamante della serie, è composto da cinque scene di rispettivamente 14, 7, 17, 6 e 5 minuti.  Ci vuole organizzazione, collaborazione ed una coralità veramente rara per non mandare a monte con una singola interpretazione il duro lavoro di tutti gli altri, il duro lavoro di Mike Flanagan che aveva fatto costruire il set in una determinata maniera soltanto per questo sesto episodio, per il culmine dell’ansia, di quel senso di angoscia che esplode come una bomba, prima di guidarci verso la fine.
Hill House è una di quelle serie tv che ti lascia attaccato allo schermo come se non potessi fare altro in quel momento, è una di quelle serie tv che diventa talmente coinvolgente da farti venire l’angoscia e i brividi e la scena dopo farti commuovere. Hill House è uno dei migliori prodotti horror attualmente in circolazione e anche uno dei prodotti non horror attualmente in circolazione. La profondità di ognuno dei personaggi lega a tutti loro, facendoti prima amarli, poi odiarli e amarli di nuovo. Il quinto episodio è un pugno allo stomaco, il sesto episodio è qualcosa di tecnicamente strabiliante ed emotivamente toccante, l’ultimo episodio è un concentrato di sensazioni che travolgono lo spettatore.
Il mio consiglio? Non perdetevela assolutamente. Guardatela, amanti dell’horror o meno. Guardatela, da soli o in compagnia. Guardatela, ma non vi dirò di farlo di notte. E attenti a cosa si nasconde nell’angolo dietro di voi.


Giorgio Casella

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