Test di Medicina: la realtà parziale raccontata dai media4 min read

Amministratore | 05-10-2015 | UNIVERSITÀ

“Impreparati alla meta: così si sono presentati quest’anno la maggior parte degli aspiranti medici e dentisti. Sono esattamente il 52% quelli che, al di là dei posti disponibili, non avrebbero mai varcato la soglia dell’università a causa di un risultato inferiore ai 20 punti su 90. Il risultato peggiore da tre anni a questa parte”.

Questo l’esordio di un lungo articolo pubblicato nei giorni scorsi sul sito web dell’ANSA: una vera e propria stilettata per chi, quasi un mese fa, dopo una breve estate trascorsa tra esami di maturità e preparazione ai test di ammissione alle facoltà ad accesso programmato, ha sostenuto la fatidica prova, di cui non conoscerà ancora l’esito fino al 7 ottobre. In effetti, stando ai dati, oltre metà dei candidati non é destinata ad entrare in graduatoria, ma quali conclusioni trarre dalle statistiche? A chi -o a che cosa- va attribuita la responsabilità di una preparazione così diffusamente insufficiente?

 

“I primi 1000 in graduatoria hanno dimostrato una performance media superiore ai loro colleghi della passata tornata”, proseguono i giornalisti dellAgenzia Nazionale Stampa Associata, similmente a quelli di molte altre testate, come a voler marcare, nonostante miglioramenti tutto sommato esigui, la differenza tra due tipi di candidato: da una parte, lo studente svogliato che non fruisce adeguatamente del sistema di pubblica istruzione, dallaltra quello più brillante e diligente, in grado di cogliere al volo le opportunità che lo Stato gli offre. Colpa degli studenti, dunque? Senza voler negare lesistenza di queste due tipologie, ritengo sia imprescindibile far menzione -nonostante sia sotto gli occhi di tutti, se ne parla il meno possibile- del lucroso meccanismo attraverso cui avviene la preparazione di una parte consistente dei primi delle graduatorie, la frequenza di dispendiosi ma capillarmente diffusi corsi preparatori gestiti da società private come AlphaTest, riservati dunque ad unélite di studenti provenienti da famiglie reddito medio-alto. La nascita di scuole preparatorie di questo genere è una logica conseguenza dell’accanimento del MIUR, che rende insufficiente la preparazione ordinaria -o comunque quella garantita dalle scuole secondarie- attraverso quesiti sempre meno adeguati al grado di specificità dei programmi scolastici di chimica e biologia -chimica e biologia che, ricordiamo, non sono, se non ad un livello base, i prerequisiti del corso di laurea, quanto le principali materie del primo anno, pur costituendo buona parte del test.

Meriterebbero a questo punto un approfondimento i virtuosi tentativi, purtroppo non abbastanza diffusi, di isolate scuole superiori e singoli atenei -Perugia si è abbastanza distinta sotto questo aspetto- di colmare il divario tra studenti benestanti e meno abbienti attraverso corsi supplementari gratuiti o semigratuiti pomeridiani od estivi, ma il tema del momento è l’analisi degli esiti delle prove, disciplina per disciplina: tra i risultati ottenuti nelle diverse materie, emerge ad esempio, è stato migliore il rendimento in Logica. Questo è lunico punto davvero rilevante ai fini di unanalisi del problema dei test di ammissione, poiché scagiona gran parte degli studenti dalle accuse: le uniche domande non prettamente nozionistiche sono quelle meglio affrontate dalla maggioranza, nonostante moltissimi candidati si presentino ai test con ottimi voti di maturità, che dovrebbero garantire soprattutto ai provenienti dai licei scientifici una preparazione più che sufficiente in chimica, fisica, matematica e biologia. Segno che sono i quesiti cavillosi, e non tanto le capacità individuali a determinare il fallimento di quel famoso 52%.

Per concludere, un ultimo dato apparentemente inquietante: “Si è registrato un grosso scivolone su cultura generale”, si legge poche righe più in basso. Il lettore poco attento penserà che gli aspiranti medici sono una manica di ignoranti, non solo carenti nelle materie che andranno ad approfondire, ma anche privi di un’adeguata formazione di base. Ma andiamo a vedere anche soltanto il numero delle domande di cultura generale, soltanto due su sessanta. Siamo sicuri, dunque, che la presenza simbolica di queste due domande sia sufficiente a determinare un “grosso scivolone su cultura generale”?
Come conclusione, ci si limita spesso a constatare la crescita costante della competitività del test, senza averne indagato le cause. Sarebbe bene invece utilizzare i dati, sulle principali testate del Paese, per invitare a riconsiderare davvero, dopo un anno di false speranze di abolizione del numero chiuso o adeguamento al modello francese, le modalità di selezione degli aspiranti medici e odontoiatri, che oltre ad essere eccessivamente restrittive -i medici in pensione tra sei anni risultano essere in numero di gran lunga superiore a quello degli ammessi di questanno-, logisticamente poco funzionali -perché costringere i futuri fuorisede a viaggiare anche per sostenere la prova?- e deliberatamente poco controllate dal punto di vista legale creano disuguaglianze sociali manifeste.


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