“Sulla Mia Pelle” – Recensione del film sulla storia di Stefano Cucchi6 min read

Umberto Olivo | 25-11-2018 | Cultura

immagine “Sulla Mia Pelle” – Recensione del film sulla storia di Stefano Cucchi6 min read

Fra le vicende di cronaca nera che hanno tenuto l’Italia col fiato sospeso negli ultimi 20 anni, quella di Stefano Cucchi è certamente una delle più dibattute. La morte del geometra trentunenne, deceduto dopo essere stato trattenuto in stato di custodia cautelare in una caserma ed in ospedale in seguito ad un arresto per spaccio, presenta del resto un mix di elementi di grande attrattività mediatica: una morte avvenuta in circostanze inequivocabilmente violente in seguito ad un arresto durante il quale molte procedure sono state eseguite in maniera scorretta; una famiglia, ed in particolare una sorella, che strenuamente ha combattuto per anni ed anni affinché i colpevoli venissero assicurati alla giustizia, mantenendo così viva l’attenzione mediatica; una trafila lunghissima in tribunale che solo di recente ha portato ad una svolta cruciale, fra l’altro proprio in concomitanza con l’uscita del film. Ad infiammare ancora di più il dibattito è stata però la reazione dell’opinione pubblica, che soprattutto di recente è divisa in due fazioni: una che condanna senza se e senza ma i carabinieri, ritenendo insindacabile che la morte di Cucchi sia stata causata da un comportamento assolutamente scorretto di questi ultimi, ed una che ha invece difeso a spada tratta le forze dell’ordine, sostenendo che la morte del giovane fosse avvenuta per cause che non avevano nulla a che vedere con il comportamento dei carabinieri o addirittura che anche qualora il fatto contestato fosse reale essi avessero farlo bene a pestarlo, che il reato commesso rendesse lecito un simile comportamento. Con questi presupposti era quasi scontato che il cinema avrebbe prima o poi dedicato spazio ad un simile avvenimento, e ciò è avvenuto nei mesi scorsi con la pubblicazione di “Sulla Mia Pelle”, film interamente dedicato all’ultima settimana di vita del geometra trentunenne. Presentato durante la Mostra Internazionale Dell’arte Cinematografica di Venezia e reso disponibile subito dopo nelle sale cinematografiche e sulla piattaforma streaming “Netflix”, il film ha rinforzato il dibattito sulla vicenda e suscitato quindi un clamore mediatico non indifferente, che si è quindi trasformato in un notevole successo. A muovere però il regista Alessio Cremonini (che ha curato anche soggetto e sceneggiatura del film) non è stata certo la voglia di raccogliere un successo facile trattando un caso celebre, bensì quella di trasmettere un messaggio e raccontare una vicenda terribile attraverso l’arte: una finalità dunque più artistico-culturale che commerciale, come dimostrano le varie proiezioni gratuite che hanno iniziato ad avere luogo

immediatamente dopo la distribuzione canonica nei cinema. “Sulla Mia Pelle” si incentra sull’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi, partendo dalle ore immediatamente precedenti all’arresto ed arrivando a quelle immediatamente successive al suo decesso, lasciando infine dei documenti reali a mo’ di epilogo. Nella pellicola, uno straordinario Alessandro Borghi interpreta il controverso ruolo di Stefano, incarnando in tutto e per tutto le contraddizioni della sua personalità, mostrando le debolezze e le reticenze che lo hanno caratterizzato nella sua ultima settimana di vita. L’interpretazione di Borghi non scagiona certo Cucchi dalle sue colpe oggettive, mostra chiaramente come egli abbia a lungo mantenuto un atteggiamento che ha aggravato la sua posizione attraverso un quasi costante rifiuto sia nel raccontare quanto gli fosse accaduto che nel lasciarsi curare, ma nel contempo la pellicola sottolinea anche gli errori oggettivi e le scelte negligenti che sono stati eseguiti durante l’arresto: dalla mancata telefonata all’avvocato di fiducia ad una perquisizione senza mandato all’appartamento dei genitori del ragazzo, dall’incapacità dell’avvocato d’ufficio di far valere i diritti del suo assistito alla disumanità con cui è stato impedito alla famiglia di incontrare Cucchi durante il suo ricovero nel carcere ospedaliero, nessun protagonista di questa orribile vicenda viene ritratto come innocente. Il quadro fornito è sicuramente complesso ma un messaggio è inequivocabile: chi doveva perseguire la giustizia ed eseguire determinate procedure è deliberatamente venuto meno ai suoi doveri, chi doveva rappresentare lo stato ha miserabilmente fallito, ed i comportamenti sbagliati di un piccolo criminale non sono sicuramente una giustificazione sufficiente affinché chi dovrebbe occuparsi della sicurezza dell’intera società sia invece la fonte della distruzione fisica e psicologica di un individuo. Magistrale anche il modo in cui è stato rappresentato il dramma della famiglia, di tre persone che hanno vissuto una settimana nell’angoscia più totale prima di ricevere una notizia talmente terribile da cambiare per sempre le loro vite: una vicenda privata a cui è stata data la giusta importanza, in maniera tale che non restasse eccessivamente sullo sfondo senza però distogliere l’attenzione dal dramma centrale, dagli avvenimenti che hanno inquadrato Stefano Cucchi come loro protagonista assoluto.

Un progetto dunque solido, con alla base storia a tratti talmente assurda ed inverosimile che se non fosse vera non potrebbe mai essere stata messa in scena, e recitato in maniera impeccabile da tutti i suoi protagonisti, che sono riusciti ad incarnare fedelmente le emozioni ed i sentimenti che derivano dal ruolo a loro assegnato: Jasmine Trinca è una Ilaria Cucchi a tratti arrabbiata con i genitori e con suo fratello, a tratti semplicemente affranta da quanto accade sotto i suoi occhi impotenti; Max Tortoraè un padre che si sente sconfitto e troppo stanco per combattere, che diventa impotente davanti alla tragedia che si consuma sotto i suoi occhi; Milva Marigliano è una madre costantemente preoccupata, ma che ciononostante sembra non aspettarsi l’imminente arrivo di un simile orrore; ma soprattutto Alessandro Borghi è Stefano Cucchi, una persona malata e schiava di una dipendenza che l’ha portato a mentire alla sua famiglia ed a trasformarsi in un criminale, che lo rende reticente nel momento in cui si ritrova all’interno di una macchina della giustizia che con lui tutto si rivela fuorché giusta. Anche i ruoli secondari nel film, ma assolutamente primari nella vicenda reale, sono stati eseguiti in maniera impeccabile, permettendo allo spettatore di essere un giudice imparziale davanti alla terribile vicenda, e di provare infine una rabbia profonda, logorante e asfissiante. “Sulla Mia Pelle” è sicuramente un film che fa star male, che divide l’animo dello spettatore in due fazioni: una che desidera non aver mai provato questa rabbia, ed una che ritiene invece sia giusto arrabbiarsi per via di vicende simili, perché non farlo più vorrebbe dire accettare di buon grado che cose del genere possano accadere. La scelta artistica che sta alla base della regia di Cremonini mostra in maniera netta un punto di vista che a visione completata sembra essere l’unico giusto possibile, dimostrando grandiose capacità tecniche ma anche un profondo sentimento artistico che lo ha portato a misurarsi con un’opera così importante. In definitiva, la visione di questo film è sicuramente un ottimo modo per predisporsi all’arrivo di Ilaria Cucchi nella nostra città, in quanto aiuta a sensibilizzarsi nei confronti di quanto accaduto, a desiderare che cose del genere possano non succedere mai più. Guardare, osservare e percepire quest’opera aiuta a voler incontrare una persona che ha dimostrato una tenacia ed una forza di volontà fuori dal comune, a confrontarsi con il suo straordinario quotidiano per poterne essere in qualche modo ispirati. Mentre attendiamo di poter presenziare a questo evento, che si terrà nella facoltà di giurisprudenza alle 15:00 del 30 novembre 2018, è sicuramente utile riflettere su come fatti del genere potrebbero potenzialmente accadere a chiunque a causa delle infinite variabili che possono entrare in gioco nella vita di tutti i giorni: è per questo importante lavorare affinché chi dovrebbe assicurarci una società più giusta e sicura lavori sempre e solo in questo senso, senza trasformarsi egli stesso in criminale così come sembra sia avvenuto in questa triste vicenda, senza che dei singoli possano commettere atti talmente abietti da gettare un’ombra su un’organizzazione che include anche moltissime persone oneste che probabilmente non si renderebbero mai protagonisti di un orrore lontanamente somigliante a questo.


Umberto Olivo

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