SE IL DUBBIO SI INSINUA AL VERTICE G83 min read

Amministratore | 23-04-2016 | Cultura

di Daniele Papasso

Dopo “Viva la libertà” del 2013, il regista Roberto Andò prosegue il suo percorso ideale di suggestioni su politica, comunicazione e mondo del potere. Questa volta il livello si eleva raggiungendo le alte sfere decisionali, oltrepassando i confini nostrani per atterrare, con tanto di ripresa aerea sulle note di Nicola Piovani, al Grand Hotel di Heiligendamm, in Germania, dove i grandi del mondo si accingono a deliberare inesorabilmente sul destino finanziario del globo. A dirigere il convivio, il presidente del Fondo Monetario Internazionale, Daniel Roché (Daniel Auteuil), che di sua spontanea volontà decide di introdurre nel blindatissimo resort affacciato sulle scure coste baltiche, che nel 2007 ospitò per davvero un G8, tre individui estranei. Il più misterioso è il monaco certosino Roberto Salus (Toni Servillo) che porterà il massimo scompiglio in questo luogo di clausura per i potenti del pianeta esercitando nientaltro che le sue qualità di religioso dedito al silenzio ed alla meditazione. I tempi dilatati e teatrali di cui è capace lattore napoletano, anchegli al ritorno sul grande schermo a tre anni dal successo degli Oscar de “La Grande Bellezza”, sono esaltati in ogni ruga od espressione del suo volto e lo sguardo sornione, nellincedere lento tra le pieghe della tonaca candida risultano insopportabili ai rigidi protagonisti della pellicola, costretti entro dispositivi di sicurezza che rispecchiano gli automatismi delle scelte incuranti delle vite di milioni di persone, i quali tuttavia si sgretolano, con tempi e misure diverse, di fronte alla radicalità del pensiero del religioso, che conserverà in maniera irriducibile il vincolo di segretezza del sacramento confessionale. Attorno alla virtù enigmatica del suo silenzio non contrattabile si agiteranno gli antagonisti, tra i quali unautrice di libri per bambini di gran successo (Connie Nielsen), che rimanda alla figura di J. K. Rowling, ed il ministro italiano, il più “umano” tra i leader, interpretato da Pierfrancesco Favino.

Neanche la minaccia di unincombente manovra finanziaria dalle conseguenze sproporzionate, che aleggia per tutta la durata del film, riesce a piegare la pervicacia del monaco. Egli si pone fuori dal mondo; nessuno, ad eccezione di Roché, pare conoscerlo e nessuno in lui può riconoscere “poteri forti” allinfuori delle sue qualità. È proprio dagli spezzoni, disseminati nel corso della pellicola, del confronto notturno tra lui ed il direttore dellFMI che si sviluppa la trama attorno al giallo e che si rivelano man mano le posizioni in costante antitesi dei due personaggi. Salus, però, si pone anche fuori dal tempo; è proprio la quarta dimensione uno dei temi che marcano la massima distanza nel dialogo tra i due. Se per Roché il denaro ha la capacità di creare il tempo, per Salus il tempo non esiste neppure e “perderlo” non ha mai fatto male a nessuno.
Impossibile infine non ravvisare un richiamo a Todo Modo di Elio Petri; in Salus/Servillo, però, sono fuse insieme le interpretazioni dei due mostri sacri del cinema italiano, protagonisti nel film del 76, ovvero quella del domenicano, ovvero di Marcello Mastroianni, fustigatore della condotta morale dei governanti della Prima Repubblica, e quella di Gian Maria Volonté, trasposizione ambigua delle sembianze morotee.


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