Sarei forse più sola senza la mia solitudine3 min read

Cecilia Ferretti | 27-11-2016 | Cultura

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Non sono solita attribuire ai poeti doti profetiche o visionarie. Il mio rapporto con la letteratura è sempre stato di natura estetica e emotiva: mi lascio coinvolgere dalle parole, sono assorbita dal vortice delle proposizioni e vengo pervasa da commozione. Benché io tenda a rinchiudere in una dimensione individuale, quasi monadica, il testo scritto ci sono autori che riescono a valicare i confini da me imposti, conducendo a un dilagare di riflessioni e meditazioni sulla realtà in cui sono immersa.

Nel novero di questi autori rientra Emily Dickinson, poetessa statunitense dell’Ottocento ben nota al pubblico dei lettori e non solo, la cui vicenda biografica è ormai quasi proverbiale. Figlia di un prospero avvocato, dopo una giovinezza tranquilla e ordinaria, appena trentunenne la Dickinson ebbe una violenta crisi nervosa sulla cui causa si è molto discusso e cominciò la sua vita da reclusa, divenendo uno spettro vestito di stoffe dal candore virginale che si aggirò per la sua residenza di Amherst per altri venticinque anni.

Nel suo volontario isolamento la poetessa costruisce un universo letterario intimo e personale, ma allo stesso tempo carico di una profonda suggestione universale. Le immagini che presenta sono i frammenti della sua mesta quotidianità: il giardino pullulante di api, il transito di persone fuori dalla sua magione, i cassetti ricolmi di lettere e i temporali che l’accompagnano nelle notti gelide. Questi barlumi percettivi sono però sempre il tramite attraverso cui la Dickinson giunge a toccanti elucubrazioni sulla Fede, sul Cosmo e soprattutto sulla Morte, dai lei definita ‘’Industre – laconica/ puntuale – serena’’; benché la sua vita si consumi in una grigia ripetizione di gesti riesce a comporre poesie dal tenore quasi metafisico e con un afflato mistico.

In uno dei suoi versi più autobiografici la Dickinson dichiara “Sarei forse più sola / senza la mia solitudine’’, ed è una proposizione che fin dalla prima lettura mi è rimasta impressa nella mente, quasi marchiata a fuoco. Sì, perché viene esplicitamente affermato ciò che serpeggia in ogni sua strofa, quieto leitmotiv che ne percorre le poesie: si riconosce che pur nell’isolamento pressoché totale, Emily non è mai stata un’anonima voce disconnessa dal mondo, bensì chiusa tra le mura della propria casa è riuscita a accedere a una luminosa comprensione e accettazione della realtà in ogni sua agrodolce sfumatura, afferrando quella che è l’universale esperienza umana.

Quasi fisiologico è il porsi di un paragone, forse per alcuni un po’ azzardato, con la contemporaneità. Siamo costantemente circondati da persone, ogni nostra parola rimane invischiata in una rete non esclusivamente virtuale di velleità, opinioni, sentenze. Ci siamo disabituati al silenzio e alla quiete del dialogo interiore, ogni nostro pensiero deve trovare uno sfogo egoistico, che sia su un social network o in una discussione; la dimensione della condivisione si è assottigliata fino a quasi scomparire, la vanagloria ha sostituito il confronto. Abbiamo l’illusione di aver raggiunto la trasparenza d’intenti e di avere un accesso illimitato a informazioni, che siano di carattere globale o individuale; ormai siamo colti, connessi, loquaci, saldi. Senza cadere in una ridondante prosopopea, si può affermare con una certezza quasi incrollabile che si sta perdendo la dimensione dell’Altro, che si tratti di un affetto, di un’emozione o del sentimento del mondo. Occorre rivalutare l’emarginazione volontaria e il prezioso tempo trascorso nella propria compagnia, mai come oggi così poco familiare, per riscoprire ciò che di pregevole si può ricavare dalla muta intimità. Nel silenzio si percepisce la reale consistenza del nostro essere nel mondo, così simile a quello del resto dell’umanità, e riscopriamo il valore della comprensione, dell’ascolto, dell’empatia. Il presupposto per una pacifica vicinanza al nostro prossimo non sta nello stagliarsi magnificamente come una voce tra le altre voci, ma nell’ascoltare il sussurro del nostro animo e attendere che entri in risonanza con quello altrui, riscoprendo l’autentico spazio della parola. Il motto delfico ‘’Conosci te stesso’’ non è mai stato così attuale, invitandoci a un’immanenza che è il genuino presupposto di ogni reale contatto con chi ci circonda, per rompere la mendace barriera che abbiamo costruito persuasi di star finalmente aprendoci al mondo

‘’Potesse labbro mortale/ indovinare il peso che racchiude/ una sillaba appena pronunciata,/ sotto il suo peso si frantumerebbe.’’, E. D .


Cecilia Ferretti

Cecilia Ferretti

Entra a far parte della redazione del 2017 come co-reponsabile della politica universitaria. Studentessa di filosofia presso l'Università degli Studi di Perugia, ha una grande passione per la poesia, la letteratura e la musica, soprattutto se gustata dal vivo in buona compagnia. Ambientalista, polemica (mai inutilmente) e critica, cerca da 22 anni un modo per rimediare ai suoi tremendi ritmi sonno-veglia.