LA RICERCA È UN LAVORO. ALL’ESTERO.

Larissa Apone | 19-07-2017 | UNIVERSITÀ

immagine LA RICERCA È UN LAVORO. ALL’ESTERO.

Intervista a Luciana Forti, dottoranda in Linguistica Applicata presso l’Università per Stranieri di Perugia.

 

Di cosa di occupa un dottorando?
“Un dottorando viene pagato per svolgere il progetto di ricerca che presenta al concorso d’ammissione e allo scadere dei tre anni, consegnare una tesi che documenti e contenga il lavoro svolto. Questo in teoria, perché poi nella pratica il progetto viene rivisto e modificato nei primi mesi dopo l’ammissione molto spesso. Io nello specifico mi occupo della sperimentazione di un approccio per l’apprendimento dell’italiano da parte degli stranieri, che non è stato ancora utilizzato. Quindi mi occupo di crearlo, svolgerlo e di misurarne l’efficacia rispetto ai metodi tradizionali.”

Che sostegno ricevi dallo Stato?
“In termini economici, un dottorando ha diritto ad un incremento del 50% per i soggiorni all’estero. Questo vuol dire che per ogni mese o addirittura giorno, la somma percepita deve aumentare della metà. Inoltre all’Università per Stranieri, da un mese circa, è entrato a regime il sistema dei fondi legati al budget del 10 %. Questo significa che ora al secondo e terzo anno abbiamo questo budget aggiuntivo di circa 1300 euro, che possiamo spendere come un rimborso spese.”

Come percepisci nella società italiana la tua condizione di essere a metà tra uno studente e un lavoratore?
“Non la percepisco in maniera positiva. Anche perché facendo un confronto con gli altri Paesi, la nostra condizione in Italia è totalmente atipica. Ogni dottorando possiede un contratto di lavoro parasubordinato, ogni anno riceve il CUD, un documento che serve per dichiarare il proprio reddito. Quindi dei lavoratori a livello fiscale. A livello Accademico siamo semplicemente studenti che provano a fare i ricercatori. All’estero non è così, ad esempio in Belgio o Germania siamo lavoratori a tutti gli effetti. Oltre ad avere una borsa, molto più corposa della nostra, spesso si viene inseriti in gruppi di ricerca e anche da un punto di vista sociale la ricerca è percepita in maniera diversa. La ricerca è un lavoro.”

Su un campione di quasi mille ricercatori con un’età compresa fra i 25 e i 40 anni, il 73% circa risiede e lavora all’estero, e anche felicemente.
“Mi sorprende che la percentuale non sia molto più alta. All’estero le condizioni sono estremamente favorevoli, sia in termini di formazione, sia in termini di riconoscimento, anche economico. È un bilancio molto triste, ma purtroppo la realtà è questa.”

Tu sei rimasta in Italia nel frattempo.
“Sono rimasta qui per pura casualità. Dopo diversi concorsi, ho vinto qui a Perugia e sono stata molto fortunata. Alla conclusione del mio percorso, andrò dove troverò lavoro. C’è anche chi continua a fare ricerca dopo il dottorato senza essere pagato. Io non posso permettermelo, devo vivere in qualche modo. Perciò non sono sicura di rimanere in Italia.”

Le prospettive non sono rosee, in Italia non siete una categoria valorizzata. C’è chi comunque sceglie questo percorso.
“Per me è stato un sogno che si è avverato. Ho sempre amato studiare. Durante i miei studi in triennale e magistrale avevo fretta di concludere, come tutti, perché si è mantenuti dai genitori e si sente la necessità di essere indipendenti. Anche se l’argomento ti appassiona, i tempi sono stretti. Pur avendo fatto un percorso brillante, ero sempre insoddisfatta. Il mio sogno era appunto quello di poter avere le condizioni giuste per poter fare qualcosa di serio. La passione per la ricerca e il desiderio di contribuire al settore che mi interessa mi spinge tutt’ora a continuare questo percorso.”

Qual è la parte più bella di un dottorato di ricerca?
“L’aspetto internazionale, si viaggia molto. L’ambiente accademico fuori dall’Italia è molto più aperto, si parla e si collabora molto. Qui non siamo molto seguiti, dobbiamo imparare da soli ad essere dei ricercatori, ma è anche da questa apparente condizione di solitudine che possono derivare le soddisfazioni più grandi.”

Quali consigli dai a chi vorrebbe intraprendere il tuo stesso percorso?
“Partirei dalla differenza dei concorsi, io ne svolti diversi, alcuni con prova sia scritta che orale. Io direi, preparatevi e siate consapevoli del fatto che la fortuna gioca un ruolo determinante. Un altro consiglio che do, è informarsi su quali sono i percorsi privilegiati da ogni università. È anche una questione di strategia, è necessario valutare i curricula dei docenti. Infine, ci vuole tanta determinazione.”

FacebookTwitterGoogle+WhatsAppTelegramPocket

Larissa Apone

Larissa Apone

Responsabile Diritto allo Studio della Sinistra Universitaria - UdU Perugia