Què passa a Catalunya? L’eterna lotta fra Barcellona e Madrid5 min read

Simone Emili | 30-09-2017 | Attualità - Internazionale

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Il primo ottobre potrebbe segnare una data chiave per il futuro della Spagna e della Catalogna. Il giorno del referendum per l’indipendenza catalana, che sebbene per il primo ministro spagnolo Rajoy continui a “non essere mai stato legale o legittimo”, potrebbe portare con la vittoria degli indipendentisti a una frattura sempre più importante e insanabile tra lo stato centrale di Madrid e la regione catalana. Quello di domenica, a meno di svolte dell’ultim’ora, sarà un secondo referendum per l’indipendenza. Il primo era stato convocato tre anni fa, per poi essere bloccato dal Tribunale Costituzionale spagnolo e diventare solo una consultazione informale senza alcun valore legale.

Al grido di “Voteremos” gli indipendentisti raggiungeranno le urne il 1 ottobre in un clima di tensione dovuto ai contrasti recentemente inaspriti fra Madrid e la regione catalana

Con l’avvicinarsi della data fatidica il governo spagnolo si sta mobilitando per impedire che il referendum, dichiarato anti-costituzionale, possa avere luogo. Il 21 settembre la Guardia Civil ha effettuato un blitz nelle sedi del governo catalano a Barcellona arrestando 14 persone tra cui il braccio destro del vicepresidente Oriol Junquera. Sono stati inoltre perquisiti i dipartimenti Affari Economici, Esteri e della Presidenza dell’esecutivo regionale e sequestrate 10 milioni di tessere elettorali. Dopo l’operazione non sono mancate le critiche per il modo in cui il governo di Rajoy è intervenuto, con la sindaca di Barcellona Ada Colau che ha definito l’intervento del governo come “scandaloso”. Il primo ministro ha difeso nell’aula del parlamento spagnolo l’atteggiamento dell’esecutivo poiché ”i giudici si sono espressi contro il referendum e come democrazia abbiamo l’obbligo di far rispettare la sentenza”.

Il sentimento di indipendenza catalano non è di certo nuovo, ma deriva da vicende che si sono susseguite nell’arco della più remota storia spagnola. Si può dire che la prima scintilla che fece nascere questo sentimento tra i catalani derivi addirittura dal 1556 quando salì al potere Filippo II. Infatti nel 1475 i due regni, quello di Castiglia e quello Catalano-Aragonense, confluirono sotto una stessa corona dando vita alla monarchia spagnola, gli spagnoli e i catalani condivisero lo stesso Re e una diplomazia comune. Filippo II ruppe però questo equilibrio iniziando a governare secondo il modello castigliano, imponendo leggi ed interessi propri sugli altri regni. La Catalogna decise allora durante la guerra di successione, dopo la morte di Carlo II, di allearsi con l’Inghilterra, l’Olanda e l’Austria, per provare a portare al potere un Re più vicino alla loro visione politica: l’arciduca Carlo. La guerra fu vinta dall’altro pretendente alla corona spagnola, Filippo V, questo fece sì che Catalogna perse non solo il proprio Stato, ma anche le proprie istituzioni, le proprie leggi e qualsiasi capacità di decisione politica.

Tale sottomissione, però, non fece crollare economicamente e socialmente la regione. Nel corso del XIX secolo infatti, durante la rivoluzione industriale, la regione riuscì a portare avanti la propria economia diventando il territorio più industrializzato dell’intera Spagna. Gli imprenditori chiesero quindi allo stato Spagnolo una politica più protezionista, richiesta inascoltata che portò a molte proteste sedate dal governo centrale addirittura con il Barcellona del 1842. I rapporti tra Madrid e Barcellona si inasprirono ancora di più durante le due dittature nel corso del XX secolo. Sia Miguel Primo de Rivera che Francisco Franco coi loro regimi abolirono l’autonomia catalana e repressero il catalanismo imponendo l’idea della Spagna unica e indivisibile, la repressione più forte fu quella operata da Franco, che uccise più di 4000 catalani. Dopo la morte di Franco nel 1975 la Spagna si avviò verso una fase di transizione che portò ad una nuova Costituzione e nel 1979 allo Statuto Catalano, che garantiva alla “nazione” catalana maggiori poteri, soprattutto in campo finanziario. La Catalogna arrivò a godere di una certa autonomia con un suo inno, una sua bandiera e una sua lingua il catalano, che viene parlata da tutti i dipendenti pubblici e usata negli atti ufficiali. Nel 2010, però, il Tribunale costituzionale spagnolo dichiarò l’incostituzionalità di diversi articoli del nuovo statuto, tra i quali quello in cui la Catalogna veniva definita una “Nazione”.

Spagna e Catalogna: dati (fonte Ansa Centimetri)

I motivi principali per cui oggi la Catalogna chiede l’indipendenza non sono solamente storici ma anche economici. La regione, infatti, ha sempre chiesto al governo centrale di avere più autonomia fiscale senza mai trovare un accordo. La Catalogna è la regione più ricca della Spagna: nell’area si concentrano il maggior numero di imprese e nel complesso si produce circa 19% del pil nazionale. Per questo motivo per Madrid sarebbe una catastrofe se Barcellona si distaccasse dallo stato centrale, come per Barcellona affronterebbe gravi rischi economici e finanziari aumentando la sua distanza da Madrid in maniera così netta.

Comunque finirà questo secondo referendum, una cosa resta chiara e cioè la pessima gestione di questa consultazione sia da parte della Spagna che dalla Catalogna. Madrid ha infatti reagito con una forte chiusura e repressione alle richieste di indizione del referendum, usando “la costituzione come un manganello” come scritto dal giornale spagnolo CTXT, senza tener conto dei catalani che chiedono questa possibilità e l’hanno debitamente manifestata. D’altra parte, anche il governo regionale che chiede l’indipendenza avrebbe potuto gestire meglio la negoziazione nel suo complesso. Il voto si svolgerà in condizioni istituzionali e democratiche precarie, nel mancato rispetto di nessuna delle direttive della commissione di Venezia, anche a causa dell’approvazione della legge per il referendum da parte del governo catalano in un parlamento semi-vuoto, senza un dibattito esaustivo in aula ma sviluppatosi poi mediaticamente su toni asprissimi. La Catalogna pretende inoltre che l’esito del referendum sia vincolante a prescindere dall’affluenza alle urne, un passo forse troppo delicato per un passaggio storico di tale portata.

Quale che sarà l’esito, né gli spagnoli e né i catalani potranno fare salti di gioia in nessun caso, perchè probabilmente permarrà l’instabilità economica e sociale attuale, soprattutto in caso di una vittoria senza larga maggioranza.


Simone Emili

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