Quando il “girl power” non è così girl.4 min read

Vito Girelli | 21-03-2019 | Cultura - Recensioni

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È uscito questo 6 Marzo il film tanto atteso “Captain Marvel”. Distribuito dai Disney studios per l’Italia, è il ventunesimo capitolo del Marvel Cinematic Universe e vede la prima supereroina come protagonista assoluta. In questo particolare spaccato storico, dove la parità dei sessi è una tema molto sentito e affrontato vastamente anche dalla letteratura scientifica, il pubblico aveva grandi aspettative in questo personaggio femminile. Qualcosa però è andato storto.
La regia è stata affidata ad una coppia di giovani registi sconosciuti al grande schermo: Ryan Fleck e Anna Boden, mentre il ruolo della protagonista all’attrice americana Brie Larson (Già vincitrice di un Golden Globe nel 2016 per il ruolo di Joy nel film Room del 2015). Nonostante la freschezza del cast, il risultato finale non ha soddisfatto le aspettative del grande pubblico. La storia, abbastanza fedele al fumetto, presenta una sceneggiatura scorrevole, altamente decorata con effetti speciali che non sono inferiori ai precedenti capitoli, peccato però che un film come questo doveva essere dotato di ben altri effetti speciali. Vers, questo il nome datole sul pianeta Kree, è forte, anzi fortissima. Su tale pianeta imperversa una guerra interstellare contro una razza chiamata Skrull. Vers fa parte di un gruppo di nobili guerrieri , la Starforce che viene mandata in missione su un altro pianeta per recuperare un messaggero in pericolo di vita. L’eroina cade in un’imboscata ma riesce a liberarsi grazie alla sua potenza inaudita. Stende al tappeto tutti i suoi avversari ma ha una grande debolezza: Le sue emozioni. Una volta sulla terra, Vers capirà che i Kree in realtà hanno distorto la storia e soprattutto hanno modificato i suoi ricordi, come ad esempio la sua provenienza dal pianeta terra, della quale non ricorda assolutamente nulla.
Una donna che ha come unica debolezza le sue emozioni è un clichè che non staremo qui a commentare. Ad aggravare la situazione è anche il fatto che questo personaggio non è dotata di poteri magici per diritto di nascita, bensì li acquisisce a seguito di un incidente. Quindi ancora una volta siamo davanti ad un personaggio femminile che, da un punto di vista biologico, non ha nulla di “super”. I combattimenti che vedono Vers impegnata sono molto silenziosi e non dotati del classico humor della Marvel se non in pochissime occasioni.
Il punto più dolente di questa storia è però la sfera sessuale del personaggio di Vers. A tutti è noto che non esistono ancora nell’universo Disney/Marvel personaggi dichiaratamente omosessuali. La Disney non si è mai espressa contro l’omosessualità, cercando di convincere il suo pubblico con l’introduzione di alcuni personaggi come LeTont (The beauty and the beast, 2017) che presenta atteggiamenti molto femminili, quasi una caricatura dell’omosessualità; e il personaggio tanto discusso della regina di ghiaccio Elsa. Vers ha una grande amica, Maria Rambeau, interpretata da Lashana Lynch. Maria è nera ed è anche una mamma single che è sempre stata al fianco di Carol Denvers , il nome da umana dell’eroina, arrivando addirittura a crescere sua figlia insieme. Proprio come una amorevole famiglia. Nonostante questo nucleo familiare dai tratti “LGBT”, le due continuano a chiamarsi amiche, arrivando a ripeterlo innumerevoli volte durante il film. Se questo non bastasse per inserire anche questo caso nel carrello delle dubbie sessualità prodotte dagli studios Disney, c’è dell’altro. Durante uno scontro con una sua ex compagna di squadra Kree , la traduzione italiana del monologo vede Vers chiedere alla sua avversaria il perché non si fossero mai frequentate, ricevendo come risposta un semplice “perché mi stavi antipatica”.
Questo tipo di trasmissione di informazioni circostanziali sui personaggi, aliene al filo narratologico della storia, vengono recepite dal pubblico in maniera passiva e, solo in rari casi, vengono elaborate. Questo perché probabilmente gli studios , nati in un paese conservatore come l’America, non sono ancora del tutto certi delle reazioni della moltitudine di mamme che affidano i loro figli nelle loro mani. Dal 1937, cioè da Biancaneve e i sette nani , ad oggi se tutto quello che abbiamo ottenuto sono una caricatura dell’omosessualità nei panni di un personaggio secondario, una regina glaciale che non ha un compagno e un’eroina che è la debolezza di se stessa, c’è poco da stare tranquilli.
In una società che cambia ad una velocità impressionante, non è possibile che un mondo così vasto come quello LGBT+ non abbia i suoi “esponenti” dotati di super poteri. La situazione può solo apparire più disastrosa se la sessualità è un grande problema e viene aggirata con escamotages che rendano il tutto molto dubbio.
L’educazione di un bambino deve essere trasversale e “Disney” non può, e non deve, prescindere dall’educare le nuove e le vecchie generazioni all’uguaglianza. Un omosessuale non è quello che gli stereotipi della società hanno deciso che sia, ma può essere anche una donna bellissima che prende a cazzotti tutti gli uomini più forti del mondo, ma che una volta tornata a casa ha una moglie con la quale parlare di tutte le sue battaglie nello spazio davanti ad una cena in famiglia.


Vito Girelli

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