PRO e CONTRO NUMERO CHIUSO4 min read

Amministratore | 23-12-2015 | UNIVERSITÀ

Sul test di medicina le opinioni, anche tra gli studenti, sono da sempre molteplici. Per questo la
redazione de la Locomotiva propone un confronto tra due opposte visioni, di cui si sono fatti portavoce Emilio Gianotti, studente di Lingue e Culture Straniere contrario al principio del numero chiuso, e Luigi Maria Pandolfi, al 5° anno di Medicina, nel corso di un dibattito tenutosi lo scorso lunedì 26 ottobre proprio presso la Facoltà di Medicina di Perugia.

 

Il primo tema affrontato è appunto il sistema del numero chiuso in sé per sé, che Gianotti ritiene lesivo nei confronti del diritto allo studio di ognuno. Pandolfi replica prontamente citando la Costituzione, la quale specifica come solo i capaci e i meritevoli abbiano il diritto di raggiungere i più alti gradi dell’istruzione, ossia l’università, a prescindere dai propri mezzi economici. Gianotti sostiene però che il diritto allo studio sia un valore universale, che prescinde dai dettati della Costituzione, e che comunque una selezione precedente l’inizio di studi specifici come quelli universitari sia poco efficace nel selezionare quanti effettivamente sono capaci e meritevoli. Si apre, dunque, una discussione non più sulla legittimità del numero chiuso in quanto tale, quanto sul metodo di selezione, che secondo i detrattori del test dovrebbe essere in itinere , per quanto, come tengono a sottolineare i favorevoli, una selezione che avvenga dopo uno o più anni di studio -sul modello francese, spesso osannato da parte della sinistra ma contestato dall’UdU- sia dispendiosa in termini economici e di tempo tanto per gli studenti quanto, soprattutto, per lo Stato.

Il costo della formazione di un medico è infatti uno dei principali argomenti a favore della tesi di Pandolfi, che ci spiega come datore di lavoro dei medici, e specialmente dei neo specializzati, sia in larghissima parte quello stesso Stato che ne paga i due terzi della formazione -solo un terzo è coperto infatti dalle tasse universitarie: ne consegue che concedere laccesso ai corsi di medicina ad un numero eccessivo di candidati pesa, indirettamente, sul contribuente e dunque, contestualmente, sul malato -che necessiterebbe invece di macchinari e strutture più efficienti- senza che questo sia di utilità alcuna allinfuori del soddisfacimento delle più o meno legittime aspirazioni del singolo, tenute invece in maggior considerazione da Gianotti. Tutto ciò, conclude Pandolfi, è sbagliato nell’ottica di una pianificazione della spesa pubblica che tenga in conto i recenti tagli al Sistema Sanitario Nazionale. Anzi, aggiunge l’aspirante medico, l’attuale accesso ai corsi di laurea in medicina è semmai da rivedersi in funzione del numero di posti nelle scuole di specializzazione, sorprendentemente basso rispetto a quello dei laureati, che rimane un problema nonostante sia stato leggermente incrementato in tempi recenti. Continuando a ragionare in questottica, viene spontaneo chiedersi, tema peraltro molto attuale, perché pianificare l’accesso soltanto ad alcune facoltà. Sarebbe opportuno o meno estendere il numero chiuso alle altre facoltà? Su questo i due intervistati sembrano concordare, anche se per motivi diversi: Pandolfi ritene che, per le peculiarità sopra riportate, la medicina possa considerarsi un ambito a sé stante, mentre Gianotti è favorevole ai test di autovalutazione già presenti in alcune facoltà e ad esami, se necessario, più selettivi, ma non ad un vero e proprio sbarramento, specie se preliminare all’iscrizione: ciò si inserisce in una più ampia contestazione verso i tagli alla sanità e allistruzione, che è per certi versi simile alla prima.

Nel corso del dibattito si passa poi ad un’analisi del test come attualmente concepito. Ci si chiede, cioè, mentre va radunandosi una piccola folla di colleghi dellaspirante medico, se il test sia efficace nel selezionare i capaci di cui parla la Costituzione. Pandolfi sostiene che il metodo di selezione in adozione sia valido a prescindere dal suo essere o meno logicamente consono, ossia che gran parte di quanti superano la prova siano effettivamente idonei a proseguire gli studi, e che lo dimostrino attraverso il risultato di un impegno personale nella preparazione al test: come qualcuno che s’inserisce spontaneamente nella discussione sostiene, insomma, un test uguale per tutti è necessariamente equo. Tuttavia non si può ignorare il fatto che la scuola pubblica offra una preparazione contenutisticamente e -soprattutto- metodologicamente diversa da quella richiesta per il superamento del test, e per giunta quantitativamente molto differente nei diversi tipi di scuola, e da ciò consegue il proliferare di scuole preparatorie private dai costi esorbitanti, che rendono diseguali i candidati, e non il test. D’altro canto, sostiene sempre Pandolfi, le domande a risposte multiple garantiscono unoggettività sicuramente maggiore rispetto ad un colloquio, e sono dunque sotto certi aspetti una garanzia.
Il dibattito, in tutte le sue parti, mette in luce il delicato rapporto tra diritto allo studio, diritto al lavoro e, in questo caso, salute pubblica, invitando il lettore e gli stessi intervenuti ad una riflessione ulteriore.


Amministratore

Descrizione non presente.