Pro/Contro Riforma Giurisprudenza4 min read

Amministratore | 31-03-2016 | UNIVERSITÀ

di Pier Luca Cantoni

foto di Alessia Fasano

Dal Ministero dell’Istruzione, a capo di un ingessatissimo sistema formativo, sono uscite nel corso di questi mesi proposte di riforma per uno dei corsi di laurea magistrale ritenuto tra i più ingessati che esistano: Giurisprudenza.
La bozza, preparata insieme al Consiglio Universitario Nazionale (CUN), prevede l’istituzione di un sistema 3+2 con la diminuzione dei crediti legati alle disposizioni nazionali, lasciando quindi una maggiore autonomia ai singoli Atenei che potrebbero così più facilmente adeguarsi alle specificità del territorio in cui si trovano. Viene anche prevista la creazione di un 4+1 finalizzato all’iscrizione agli albi professionali (avvocatura e notariato) con uno sbarramento al quarto anno. Gli studenti che scegliessero quest’ultimo corso avrebbero la possibilità di realizzare sei dei diciotto mesi di praticantato richiesto per l’ammissione all’esame di abilitazione già prima della laurea.
Numerose voci si sono levate in merito all’opportunità o meno di questa riforma.
La Locomotiva ha quindi intervistato due studenti di Giurisprudenza, Leonardo e Alberto, per sapere quale fosse la loro opinione sulla riforma, rimasta ancora (in gran parte) solo sulla carta.
Leonardo Simonacci, senatore accademico eletto in lista UdU, esprime la necessità di una completa riforma del sistema universitario, con diverse e migliori modalità di accesso al sapere; per lui la riforma dovrebbe essere inoltre attuata sentendo le persone direttamente coinvolte e chi di diritto allo studio “se ne intende sul serio”. Alberto Marino, consigliere di dipartimento eletto con MIO diritto, ha particolari perplessità per quanto riguarda lo sbarramento al quarto anno che potrebbe portare ad una inutilità degli anni di studio già percorsi; inoltre la scelta di un corso piuttosto che un altro potrebbe essere addirittura limitante e costringere lo studente a prendere una decisione senza conoscere bene il proprio corso di studi e dalla quale poi sarebbe difficile tornare indietro. È però tendenzialmente favorevole al numero chiuso se strutturato in maniera da garantire ai più meritevoli l’accesso al sapere.
Simonacci, rappresentando la posizione dell’UdU, esprime contrarietà al numero chiuso che non porta – secondo lui – alla creazione di cittadini consapevoli ma solo a lavoratori iperspecializzati come conseguenza di un’eccessiva settorializzazione dei corsi di studio. Lo studio del diritto – continua – necessita di un corso di studi quinquennale a ciclo unico. Le materie opzionali sono, per Leonardo, utili se aumentano la cultura dello studente. Punto critico è però l’eventuale diminuzione d’importanza di tutte quelle materie non propriamente attinenti al diritto, ma rientranti in un ambito storico-filosofico giuridico.
Per Alberto la proposta di aumentare il numero di materie opzionali è nociva visto che, spesso, tali materie sono scelte in base alla loro facilità (esami cuscinetto) e non per la reale formazione che potrebbero dare allo studente.
Uno dei dubbi che più affligge i potenziali studenti di Giurisprudenza è il timore che la stessa non sia sufficientemente aperta a livello internazionale. Per Alberto Marino ciò non corrisponde a realtà. L’insegnamento del diritto internazionale consente inoltre, per lui, di conoscere meglio anche il diritto italiano. Per il senatore accademico va ben capito come configurare lo studio del diritto internazionale, per esempio se a livello europeista o eurasiatico; ritiene comunque che l’Università degli Studi di Perugia stia puntando molto su questa speciale branca.
Molti dipartimenti hanno avuto una costante diminuzione d’iscritti (e in special modo Giurisprudenza) nel corso degli ultimi anni. Per entrambi i rappresentanti degli studenti ciò è una cosa negativa. Per il consigliere di dipartimento questo è causato in gran parte dalla cattiva pubblicità fatta da chi ha avuto effettivamente difficoltà nello studio del diritto; Simonacci aggiunge che questa difficoltà in più per Giurisprudenza è stata causata anche da una politica a livello nazionale che non ha dato la possibilità di sfruttare la laurea in più campi rispetto a quelli tradizionalmente pensati, causando un danno sia agli studenti che al Paese privandolo di cittadini dotati di un’alta formazione.
È innegabile la rilevanza sociale della laurea in Giurisprudenza: oltre a consentire laccesso a professioni (avvocatura, magistratura, notariato) che hanno un peso – politico e sociale – altissimo, spesso forma anche la classe politica di un paese.
È necessario che i nostri governanti, spesso risultato del corso di laurea finora descritto, prendano le necessarie decisioni per far sì che la classe dirigente futura torni ad essere di qualità.


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