A PASSO DI DONNA IN SHORTS4 min read

Federica Cozzella | 11-07-2017 | L'indignato del mese

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Ti conviene allacciare le cinture e sederti comodamente. Alert spoiler: non avrai un gelato di conforto.

Una sera qualsiasi, di un giorno qualsiasi. L’aria mi bagna il viso mentre cammino, l’asfalto è nero di pioggia e le auto parcheggiate lungo il viale luccicano come pietre di vetro resina. Ho i miei shorts, quelli di jeans che mi fanno sentire bene, che mi fanno sentire carina. E prima che tu me lo chieda, no, non sento freddo con le calze. Canticchio una canzone di Eddie Vedder, mi sento coccolata da questa notte umida e penso a Deb, che mi aspetta al bar. Sono in ritardo (ma va?), ho il passo svelto e gusto già il mio Vodka Martini.

Qualche auto mi sfila di fianco, provocando tsunami di acqua nera, con i fari accesi che catturano micro goccioline d’acqua ferme nell’aria. Eddie continua a cantare nella mia testa, quando sento in lontananza una violenza retromarcia e una frenata rumorosa. Il cuore fa un salto, mi esce quasi dal petto.

“Non farti paranoie”, mi ammonisco. Scopro in un secondo di sbagliarmi, come accade quasi sempre.

« Dove vai, bella? » « Come ti chiami eh? » Sono quattro, in una Fiat Panda bianca. Capelli impastati di gel, sorrisi da vendere ad una pubblicità di sensibilizzazione contro le molestie online, età media 30 anni. Non rispondo, gli auricolari mi forniscono un valido alibi. Continuo a camminare, evitando pozzanghere e sigarette spente. « Sali, ti diamo un passaggio. » « Oh, dai sali Bel Culo! Oh ma sei sorda? » L’auto procede lentamente, a passo di donna in shorts. « Oh bella come ti chiami, che me lo dai il tuo numero? » Li sento ridere, spero in un’auto in arrivo che li costringa ad andare via. Sento salire la rabbia. Voglio rispondergli di lasciarmi in pace, ma la paura mi congela e continuo a camminare fingendo di essere distratta dalla musica, spenta, nelle orecchie.
« Perché non vieni a succhiarmelo? » Il silenzio che segue la gentile proposta mi lascia intendere che Mr. Virilità sta mimando un gesto familiare a molte. « Ti piace di più stare a 90? »  Risate di birra.

Ho il cuore in gola, mi viene da vomitare. Mi fermo di fronte ad un portone chiuso, suono il citofono e urlo « Mamma mi apri? » Alle mie spalle sento la Panda sgommare lontano.

Prima ancora che qualcuno me lo chieda, no, non è un evento straordinario, come la caduta dell’iPhone nel WC. Quelle robe che ti capitano una volta (a meno che non hai l’abitudine di cazzeggiare su Facebook mentre sei in bagno), reciti il calendario da Gennaio a Dicembre e poi mai più. Magari lo fosse. Penserai di certo che questo racconto mette i brividi e stai pensando di mollare. Prima che tu vada però proviamo a fare un esperimento, ti va? Eliminiamo tutti i dialoghi, dal « Come ti chiami? » in poi. Molto meglio: un paio di innocenti domande, un bel complimento, una conferma di quanto mi stiano bene ‘sti shorts.

Hai mai visto una scena del genere a rovescio? Un’auto con quattro ragazze che si ferma a chiedere ad un ragazzo, che cammina in una strada buia da solo, come sta e come si chiama? La risposta è no, e non perché le ragazze (etero, bisessuali o trans) non possano sentirsi attratte dal fondoschiena di un ragazzo. La verità è che c’è chi sceglie di incarnare il ruolo di predatore, o chi sente che questo ruolo gli spetti di diritto. Assumendo un comportamento inquietante e intimidatorio, oggettivante e aggressivo. Se ti stai chiedendo il motivo di questa affermazione, ti rispondo con una domanda: conosci qualcun* che abbia avuto una storia d’amore con una persona rimorchiata in questo modo?

Perché se non ti conosco, difficilmente ti chiederò come stai. O se posso darti un passaggio, o di succhiarmela. Perché se non ti conosco, di certo non ti tratterò come un buco della serratura, perché (guarda un po’) sei una persona. Indipendentemente dal mio (e dal tuo) orientamento sessuale e identità di genere. E se mi va di conoscerti, non proverò a farti sentire a disagio, né ti farò sentire in pericolo. Perché il consenso è la base di ogni rapporto umano. Essere oggetto di desiderio e non soggetto desiderante è parte della cultura dello stupro e della violenza di genere.
Non lasciarti ingannare da queste definizioni: non è necessario guardare troppo lontano. Il Cat Calling è parte di questa cultura, intrisa di sessismo. Ne è fiero esempio il racconto che hai appena letto. Ma lo sono anche i tuoi racconti, e quelli di tua sorella, e di tua madre. Della tua insegnante e di tua cugina. Della tua vicina, della tua collega di lavoro. Dai un’occhiata al bagno di un autogrill, ascolta chiacchiere, fischi, commenti dei passanti, leggi qualche commento su certe simpatiche Pagine Facebook. O guarda te stess*.

Ti auguro una piacevole passeggiata.


Federica Cozzella

Federica Cozzella

Salita a bordo a Gennaio 2017 come Art Director e Rappresentante dell'Associazione Omphalos, oggi ricopre il ruolo di Direttora della Redazione. Caleidoscopica, dinamica, distratta. Rappresentate delle vittime di Sindrome di Stendhal in Italia, a volte cinica fino al livello bicarbonato di sodio. Femminista, politicamente scorretta, avida bevitrice di caffè americano, groupie segreta di Iggy Pop dai tempi degli Stooges e di W.A. Mozart (gli anni se li porta comunque molto bene).