Otto canzoni per il 20167 min read

Daniele Papasso | 30-12-2016 | Cultura - Musica

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Consigli musicali sparsi, sopravvissuti al continuo ricambio di playlist nel corso di trecentosessantasei giorni. Fatene buon uso.

Leonard Cohen – You Want It Darker

Difficile immaginare un anno più scuro di quello appena trascorso. Presagi di morte sono disseminati ovunque nell’ultimo lavoro del grande cantautore canadese scomparso nello scorso novembre, così come nella sua struggente lettera d’addio alla sua ex-compagna e musa Marianne Ilher, celebrata nella nota So Long Marianne.
“Penso che ti raggiungerò presto”, scriveva soltanto quest’estate, e così è stato, ma non senza averci lasciato un ultimo, toccante disco. Atmosfere cupe, cori baritonali, linea di basso ed organo in sottofondo. E la sua voce, profonda come non mai, a declamare versi taglienti, di un artista d’altri tempi che, con la falda del cappello calata sul profilo affilato, si tira una volta per tutte fuori dai giochi: “If you are the dealer, I’m out of the game”.

Moses Sumney – Lonely World

Semi-sconosciuto cantante e chitarrista di Los Angeles, si è avvalso del noto bassista Thundercat per comporre questo ipnotico brano che, come nei corpi neri presenti nel video minimale, si avvita attorno all’incredibile estensione vocale, su atmosfere rarefatte à la Radiohead che si condensano nell’accelerata finale impressa dall’irruzione della batteria. Puro piacere sonoro che ricorda per certi versi James Blake il quale, non a caso, ha scelto proprio questo promettente artista per aprire i suoi concerti nel tour nordamericano. Da non perdere di vista.

Charles Bradley – Changes

Si dice che il lavoro più onesto, per i cultori di generi musicali “classici”, che ci si riferisca al rock o al soul, sia quello di fare cover, restituendo dignità ai capolavori inarrivabili del passato. Quando ho ascoltato per la prima volta questa versione del noto brano dei Black Sabbath del ’72, ero convinto che risalisse all’epoca della sua originaria pubblicazione. Invece no: è frutto della straordinaria interpretazione del 68enne Charles Bradley, che su questa riuscitissima versione ha costruito un intero album. Il merito più grande di questo rifacimento è quello di aver trasceso la dimensione intima e romantica della versione originale di Ozzy e soci e di averla elevata allo status di black anthem di un’intera nazione, quella americana, proprio nell’anno del trionfo elettorale di idee retrive.

Blood Orange – Augustine

Proseguendo lungo la scia lasciata dai giganti scomparsi in questo annus horribilis, possiamo trovare, nel solco di quella segnata da Prince, un mirabile epigono: Blood Orange, al secolo Dev Hynes. Una drum machine annebbiata da una voce suadente, ricca di sfumature R&B, dipinge l’avvenenza molto late eighties che trasuda dal video irresistibile del pezzo. Ma sotto la superficie c’è molto di più. C’è lo sguardo stupefatto dei genitori di Dev, che, poco più che ventenni, migrarono dall’Africa Occidentale a Londra, così come fece lui, all’incirca alla stessa loro età, compiendo il decisivo balzo oltreoceano verso il centro del mondo: New York, la grande metropoli che si dischiuse dieci anni fa dinanzi ai suoi occhi come una rivelazione. Per descrivere questo momento epifanico, l’artista coi dread fa propri alcuni passi delle Confessioni di Sant’Agostino, dal cui nome deriva il titolo del brano, incarnando non solo la storia di una piccola epopea familiare, ma compenetrando, per mezzo anche di altre citazioni cristiane e di riferimenti a protagonisti dell’evangelizzazione del continente africano, la tematica universale dell’accoglienza e del rifugio, dell’intimità dell’individuo che si disgrega nel contesto urbano, ma anche di una minoranza, afro o queer che sia, nella società. Il tutto in un lattiginoso panorama newyorkese nel quale non possiamo far altro che tuffarci.

Iggy Pop – Gardenia

La pellaccia dell’iguana 69enne non solo resiste alla dipartita di suoi amici e colleghi, ma si rivitalizza per dar forma a quello che è stato, tra tutti i grandi ritorni discografici di quest’anno (dai Green Day ai Rolling Stones, da Nick Cave ai Red Hot Chili Peppers) quello più riuscito. Post-Pop Depression è un disco rock perfetto. Forte della collaborazione di Joshua Homme dei Queens Of The Stone Age e del batterista Matt Helder degli Arctic Monkeys, Iggy, da antesignano del punk con gli Stooges, mostra di saper essere rappresentante credibile anche del rock “moderno”, piantando il suo vessillo di coerenza sul terreno di quest’annata. Difficile scegliere una sola traccia: vince però questa, primo singolo estratto, per la buona dose d’ironia e per le assonanze bowiane. Pare purtroppo che questo debba essere l’album del congedo; l’unica parola che mi viene da pronunciare è: ripensaci!

Radiohead – Burn The Witch

Il primo singolo dopo cinque anni per la band più influente degli ultimi venti anni. Cosa poteva uscirne, se non un capolavoro? Il pezzo è frutto della rielaborazione di spunti musicali che risalgono ai tempi di Kid A (2000), ma che hanno trovato la veste musicale e le liriche più adatte per questo grande ritorno del 2016. L’orchestra, che apre e trascina la canzone, magnifica la grandezza del lavoro: il col legno degli archi, che percuotono le corde invece che accarezzarle, è la chiave che trasmette in maniera elegante l’angoscia montante. La scelta di accordi prevalentemente in maggiore, ad accompagnare messaggi di allerta (“abandon all reason / avoid all eye contact / do not react / shoot the messengers / burn the witch”), rendono alla perfezione il senso di “alienazione serena” della nostra era. Siamo tutti controllati, ogni nostro passo è registrato da videocamere, ogni nostra emozione raccolta e tracciata dalla grande macchina social. La distopia è servita, ma per fortuna c’è la band di Thom Yorke a raccontarcela.

Weyes Blood – Generation Why

Esiste una linea sottile che unisce, in una narrazione dell’epoca attuale fondata sulle relazioni virtuali e sull’intermediazione continua, tra noi e la realtà, da parte dello schermo di un qualsiasi dispositivo, opere eterogenee in diversi ambiti. Un’epica emotiva che comprende film come Her o The Lobster o serie tv come Black Mirror che si estrinseca anche in una precisa estetica nostalgica in cui stanno trovando un terreno fertile istanze di rivolta, o quantomeno di insofferenza. È in questo quadro che si inserisce Front Row Seat to Earth, disco della cantautrice californiana Natalie Mering, da cui è tratto l’inno di questo movimento di controcultura, Generation Why. Con sonorità psychedelic folk, questa conturbante voce femminile coniuga testi profondi a melodie soavi: “I’ve been hanging on my phone all day/And the fear goes away”, recita in questo pezzo, incarnato in un video iconoclasta con la partecipazione straordinaria di un post-moderno Che Guevara ammansito dalle tecnologie. L’artista, ora impegnata in un tour mondiale nonostante la miseria di 14mila like alla sua pagina FB, segno palese della frattura tra reale e virtuale, persuade l’ascoltatore ad accettare l’apocalisse imminente, indicando implicitamente il rifugio in un passato di armonie stranianti. Il tempo ci dirà se si tratta di un altro revival o se questo fermento avrà il potere di rilanciare gusti musicali difformi.

David Bowie – Dollar Days

Nel crepuscolo degli dei, è tornata a brillare di luce intensa la stella di David Bowie. Un ultimo, magnifico disco, prima dell’inattesa uscita di scena. A differenza di altre tracce, come Blackstar o Lazarus, entrambe rilasciate come singoli già a fine 2015, Dollar Days è stata disvelata, insieme al resto dell’album, in occasione del suo 69° compleanno, due giorni prima del suo commiato al pianeta Terra. In un’allegoria dei tempi moderni, dominati dal dio denaro, riecheggia la frase “I’m dying to…” che, in perfetta ottemperanza all’indispensabile ambiguità di significato dell’Arte (“‘cause you know sometimes words have two meanings”), può esser interpretata anche come “I’m dying, too…”. La voce stanca del Duca Bianco si solleva, a mezz’aria tra il lamento e la preghiera, riverberando sul fiato del sax, cifra ricorrente di un lavoro a forti tinte jazz, per dissolversi sull’assolo finale di chitarra. Ciò che rimane, oltre al rimpianto per una perdita dal valore inestimabile, è un’opera che svetta rispetto a tutte le altre prodotte nel corso di quest’anno.


Daniele Papasso

Daniele Papasso

Direttore editoriale da settembre 2015 a dicembre 2016, è studente in Medicina e Chirurgia. Calabrese, ha lanciato la rubrica Smonta la Bufala, sulle menzogne pseudoscientifiche. Da sempre appassionato di politica, ama la musica rock e indipendente, il cinema d'autore e la Juventus.