OLIO LIBERA TUTTI!8 min read

Sebastiano Giacomozzi, Lorenzo Foggetti, Vincenzo Marra, Elena Rondini | 25-04-2017 | Smonta la bufala

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(immagine di anteprima di Jeremy Bishop)

Per conoscere la lunga e travagliata strada dalla palma alla tavola

Biscotti, brioches, cereali, cornetti, nutella, grissini, crostini, cracker, pasta sfoglia e ancora sughi pronti, noodles, gelato, cioccolato, sapone, shampoo, dentifricio.
Questa non è la lista della spesa di una madre che con estrema tenacia sta cercando di rendere i propri figli cicciottelli e profumati, ma rappresenta l’elenco di alcuni dei prodotti (con le dovute eccezioni fra le diverse marche) nei quali si può ritrovare olio di palma.
Negli ultimi anni il dibattito sull’olio vegetale si è intensificato coinvolgendo sempre più persone, dal massimo esponente sulla nutrizione, passando per i direttori generali di imponenti multinazionali, fino al più innocuo mangiatore-di-merendine, con la conseguente creazione di un vero e proprio spettro in grado di aggirarsi tra le corsie dei supermercati terrorizzando i più disparati consumatori.
Per toglierci ogni dubbio impertinente, anche se l’olio di palma non ha lo stesso fascino del giudice di un metro e mezzo di statura, abbiamo cercato di scoprire se è vero quanto si dice intorno al grasso vegetale, iniziando dal principio, ovvero dalla sua natura.

L’olio di palma è un olio vegetale ricavato dalla polpa del frutto della Elaeis guineensis e costituito da una miscela di molecole, principalmente acidi grassi, ai quali si aggiungono (allo stato grezzo) vitamina E, Coenzima Q10, fitosteroli, glicolipidi, carotenoidi, noti per la loro attività antiossidante e capaci di conferire il colore arancione acceso.
Tuttavia il termine “olio” sarebbe improprio dal momento che si tratta di una denominazione biochimica assegnata ai grassi liquidi o semiliquidi a temperatura ambiente in virtù della maggioritaria concentrazione di acidi grassi insaturi. L’olio di palma fa eccezione perché è costituito per il 52% da acidi grassi saturi che gli conferiscono una consistenza semisolida, tale da renderlo più simile al burro.
L’industria alimentare lo utilizza per il basso costo e perché, dopo processi di raffinazione, diviene incolore, inodore, insapore e il suo elevato tenore di acidi grassi saturi gli consente di non irrancidire.

Ora che siamo più esperti su cos’è l’olio di palma, cerchiamo di far luce sugli aspetti più dibattuti, intraprendendo un viaggio che traccia gli effetti del grasso vegetale dal sud-est asiatico, dove viene maggiormente prodotto, fino a noi e alla nostra salute.
Dal 1960 a oggi si è assistito a un aumento del ben 168% della superficie terrestre usata per la coltivazione della palma da olio, con un’estensione delle piantagioni che si aggira intorno ai 10,7 milioni di ettari, per la gran parte dislocate in Indonesia e Malesia, ma anche in altre zone tropicali come la Nuova Guinea, l’Africa Equatoriale, l’America Centrale e l’Amazzonia.
Questi dati indicano il perché coltivare palma da olio possa avere un impatto ambientale disastroso sotto diversi punti di vista.
Innanzitutto, con il fine di rispondere alla sempre più crescente domanda di olio di palma, si è incentivata la deforestazione tropicale, non soltanto con l’obiettivo di ricavare terreno coltivabile, ma anche con quello di ottenere dal legname di foreste vetuste il denaro necessario a sovvenzionare i costi iniziali di avvio e manutenzione delle piantagioni. A questo si è aggiunta la bonifica delle torbiere, tra gli ecosistemi più ricchi e a più alta densità di carbonio, rendendo un paese come l’Indonesia uno dei più grandi emettitori mondiali di gas serra.
Inoltre la deforestazione, quando ottenuta anche per mezzo di incendi come accaduto in queste terre, rappresenta una minaccia per le comunità locali (indigeni e abitanti del luogo) e per le specie animali che vivono nelle foreste tropicali (rendendole tra le regioni del mondo con i più elevati valori di biodiversità, e per questo particolarmente fragili e bisognose di salvaguardia).
Nonostante le criticità della piantagione di Elaeis guineensis, bisogna però ricordare che la palma ha una resa per ettaro di gran lunga maggiore a quella delle principali alternative (soia, girasole, colza) e conseguentemente un cambiamento nella fonte primaria di olio potrebbe avere persino un più marcato impatto ambientale positivo.

Una risposta alle questioni ambientali si potrebbe trovare nella RSPO, la Roundtable on Sustainable Palm Oil, una tavola rotonda fondata nel 2004 con la finalità di promuovere una produzione di olio di palma finalmente sostenibile e nel rispetto dei diritti lavorativi. La RSPO, formata da produttori, investitori, commercianti e anche ONG, garantisce che ad oggi soltanto il 17% della produzione globale si verifichi in modo sostenibile.
Purtroppo non solo il dato è tutt’altro che incoraggiante, ma sulla stessa RSPO sono piovute diverse critiche riguardo la reale autonomia di una fondazione costituita dai principali soggetti operanti nel settore della palma da olio, e per questo in evidente conflitto d’interesse.

La coltivazione di palma da olio sembrerebbe non essere correlata soltanto a implicazioni ambientali. L’ organizzazione umanitaria Amnesty International ha mosso un’importante denuncia nel novembre passato in un rapporto che è il risultato di un’indagine sulle piantagioni del borneo Indonesiano appartenenti al più grande coltivatore mondiale di palme da olio, il gigante dell’agro-business Wilmar, fornitore di nove aziende mondiali: AFAMSA, ADM, Colgate-Palmolive, Elevance, Kellogg’s, Nestlé, Procter & Gamble, Reckitt Benckiser e Unilever.
Le accuse raccolte dalle interviste a 120 lavoratori sono di violazioni dei diritti umani, lavoro forzato delle donne, sfruttamento dei minori, in un contesto di indifferenza delle multinazionali mentre Colgate, Nestlé e Unilever affermano di usare olio proveniente da coltivazioni sostenibili. Amnesty International avvierà una campagna per chiedere alle aziende di far sapere ai consumatori se l’olio di palma contenuto in noti prodotti come il gelato Magnum, il dentifricio Colgate, i cosmetici Dove, la zuppa Knorr, la barretta di cioccolato KitKat, lo shampoo Pantene, il detersivo Ariel e gli spaghetti Pot Noodle provenga o meno dalle piantagioni indonesiane della Wilmar.

Non rimane che affrontare il punto sul quale gli esperti sono più in disaccordo: consumare olio di palma fa male alla salute?

Studi scientifici riportano pareri contrastanti: nel luglio del 2015 il Journal of Nutrition pubblica uno studio di ricercatori afferenti all’Università di Singapore dal quale si evince che, in soggetti che hanno consumato per un periodo di almeno due settimane olio di Palma, i valori plasmatici di LDL (il famoso colesterolo “cattivo”, la cui concentrazione è correlata al rischio di malattie cardiovascolari) erano maggiori rispetto a chi aveva consumato oli vegetali con alte percentuali di grassi insaturi (oliva, mais), ma minori rispetto a chi aveva consumato prodotti ricchi in acidi grassi saturi quali burro e margarina. I risultati di questo studio non ci sorprendono, se consideriamo il fatto che l’olio di palma è particolarmente ricco di acidi grassi saturi, ma non emerge un reale veto al suo uso, anzi semmai, sembra essere migliore da un punto di vista nutrizionale rispetto a quei grassi saturi (burro e margarina) tradizionalmente impiegati nella lavorazione dolciaria.

Sarebbe bene poi considerare anche il valore storico dell’olio di palma il quale, sebbene divenuto famoso solo di recente, è stato per secoli la principale fonte di lipidi delle popolazioni dell’Africa occidentale. A tal proposito un gruppo di ricercatori si è espresso in uno studio pubblicato a settembre 2016 sul Ghana Medical Journal, dal quale si evince che il dato storico appare in visibile contrasto con i presunti effetti deleteri dell’olio di palma: tra le popolazioni locali, abituate ad usare quasi esclusivamente l’olio ricavato dal frutto della palma l’incidenza di malattie cardiovascolari è minore rispetto a quella delle regioni del bacino del mediterraneo, associate ad un elevato consumo di olio d’oliva. Lo studio tuttavia non tiene conto di molti fattori confondenti, tra i quali in particolare lo stile di vita (attività fisica, cicli del sonno e la restante parte della dieta) che potrebbero avere sulla salute un effetto molto più incisivo rispetto all’olio di palma.

Sulla questione si è recentemente espresso anche un gruppo di ricerca italiano, che nel gennaio 2017 Pubblica sull’International Journal of Food Science and Nutrition un’analisi complessiva degli effetti dell’olio di palma sulla salute del consumatore. L’opinione dei ricercatori italiani è che l’utilizzo dell’olio di palma non comporta nessuna ripercussione sulla salute rispetto ad una pari quantità di derivati lipidici con simile contenuto in burro e margarina. Sostengono poi che la specifica conformazione delle molecole di acilglicerolo contenute nell’olio di palma riduca l’assorbimento intestinale e gli effetti metabolici dello stesso, ovvero a parità di dose l’olio di palma sarebbe addirittura raccomandabile (per il minore apporto calorico) rispetto ai grassi di origine animale.

In conclusione si potrebbe dire che l’olio di palma grezzo non è assolutamente il “veleno” del quale si è sentito parlare, e che dal punto di vista strettamente medico potrebbe risultare un valido sostituto di quei grassi tradizionali molto ricchi in acidi grassi saturi.
Nonostante ciò l’olio di palma non è la fonte ideale di lipidi, infatti risulta carente da un punto di vista nutrizionale se confrontato con oli più nobili (ma anche molto più costosi) come l’olio d’oliva.

Un discorso a parte è quello che riguarda i contaminanti dell’olio di palma, i quali sono stati correlati ad un elevato rischio di genotossicità e probabile cancerogenicità in ratti e topi, senza però dati completamenti certi sull’uomo; contaminanti che sono però frutto del processo di raffinazione e pertanto potrebbero essere completamente eliminati cambiando il processo stesso.
Quindi abbassando lo sguardo e fissando la nostra pancia, possiamo dire che consumare olio di palma moderatamente non crea danno; invece alzandoci e sbirciando dalla finestra qualche metro più in là del nostro cortile, ci appare il danno che la coltivazione intensiva, sregolata, e non incentrata al raggiungimento di elevati standard qualitativi possa portare con sé.