NON È UN PAESE PER TURISTI4 min read

Leonardo Sorbelli | 20-07-2016 | Erasmus - UNIVERSITÀ

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Mi piace visitare posti nuovi ma odio fare il turista. Non sopporto l’idea di andare in giro con una mappa tra le mani, sempre con la paura di perdermi, di dover chiedere a qualche sventurato passante, in un misto di inglese, italiano e lingua autoctona, dove posso trovare la fermata della metro più vicina. L’unico modo per visitare un posto nuovo senza essere un turista è trasferirsi lì e viverci. Quindi mesi fa ho preso la decisione che sarei andato a stare per un po’ di tempo in un’altra città. Il fato ha voluto che mi beccassi la borsa Erasmus Traineeship per Barcellona. E ora sono qui, sul terrazzo di un appartamento in “Carrer de Provença 107” dopo tre mesi di libri (molti), paella (non abbastanza) e gin tonic (mai troppi) a scrivere quattro minchiate su quello che vuol dire vivere e studiare in “Catalunya” da soli.

Barcellona è una di quelle città per le quali ci si potrebbe perdere la testa. Ogni città ha il suo profumo, come ogni persona ha il suo e di solito quelli che ti rimangono più impressi, che te li porti dietro per molto tempo, non sono per forza i più buoni ma quelli più affascinanti. Quelli che hanno il sapore di un ricordo. Barcellona ha quel profumo. Non è perfetta, affatto, è caotica e complicata, però ha quell’atmosfera che non può non segnarti. Il suo “sapore” è forte, sa di pino e rosmarino, pesce e sangria, di strade piene di gente, vento caldo, sabbia e rumori di feste; sa d’estate. Forse sarà che la sto vivendo durante l’inizio della stagione ma questo posto mi sembra la quintessenza dell’estate. Le giornate sono infinite, gli orari impossibili. A volte ti trovi a pranzare alle quattro e a cenare alle dieci, il tempo stesso è dilatato e il sole, quando arriva la sera, non sembra voler andare mai via. Il catalano è una lingua strana, a leggerlo appare come un misto di spagnolo e francese con un po’ di italiano ma a sentirlo ricorda molto il portoghese o le lingue dell’est Europa. I catalani stessi sono un popolo particolare, non sembrano nemmeno spagnoli (e a molti di loro non piace essere considerati tali), tengono molto in considerazione la loro indipendenza culturale dal resto della Spagna e sono attaccati alle loro tradizioni. Sono fieri e relativamente schivi, non è facile incontrarli in giro nei luoghi frequentati dagli studenti. In tre mesi di Barcellona ho conosciuto più italiani e andalusi che catalani.

Barcellona è una città che ti rapisce, con i suoi “carrer” e “barrios”, le “mansane” a scacchiera e i palazzi liberty. Complice il fatto che il centro è più piccolo di quanto non si possa immaginare, e raggiungibile a piedi, è facile perdersi per le vie, camminare per ore cercando un locale o una fermata del bus e ritrovarsi davanti a un Gaudì lungo Passeig de Gràcia, un giardino botanico nascosto negli angoli del Barrio Gótico o uno spettacolo di artisti di strada tra i vicoli del Raval. I trasporti pubblici sono molto efficienti (e costosi) ma a volte tornare di notte a casa dopo una serata in giro è uno sforzo che si dovrebbe essere disposti a fare per apprezzare la città. La vita notturna di Barcellona è nota, la lista dei locali per andare a bere e divertirsi è infinita. Menzioni d’onore per: l’Ovella Negra (serate erasmus a sangria pesantissima), il Can Maño (non si può trovare un pesce migliore a prezzi così ridicoli), il Marsella (per sentirsi bohémien e bere dove una volta bevevano Hemingway e Picasso) e Polaroid (atmosfera anni ’90 che questi tempi se non ci stai dentro non sei nessuno). Il mio consiglio comunque è provateli tutti, qualsiasi locale, l’importante è non andare dove il cameriere vi aspetta all’entrata perché quello è un locale per turisti e, ricordate, voi non siete turisti. Non ci sono molte altre dritte da seguire, basta uscire con un paio di amici e la città vi inghiottirà. Barcellona è il classico posto dove hai talmente tante cose da poter fare e vedere che ti chiedi come hai fatto a vivere fino ad allora in una città diversa, qualunque essa sia. Non so se questo posto mi abbia fatto perdere la testa, sono sicuro che il suo “profumo”, in un modo o in un altro, mi rimarrà addosso per molto tempo.
Ci sarebbero molte altre cose da scrivere e raccontare: le feste abusive dentro il Parc della Ciutadella, le “cucarachas” che scorrazzano per la metro, le birre nei tombini dei pakistani, il Primavera Sound Festival, le americane culone ustionate, i topless nelle spiagge e la mia vergognosa incapacità di apprendere lo spagnolo. Purtroppo non c’è spazio per tutto questo e poi non ha senso raccontarvi troppo di una storia che non è la vostra. Quindi prendete il prossimo treno, aereo o nave che parte e scappate di casa. Non preoccupatevi della nostalgia perché alla fine uno stronzo di italiano che è scappato come voi lo incontrerete sempre alla prossima fermata della metro.

Leonardo “Il coinquilino alla mano”


Leonardo Sorbelli

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