Mannaggia, libri da un altro mondo13 min read

Anna Mellino | 18-12-2018 | Cultura

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E’ sempre molto soggettivo il motivo che spinge ognuno di noi a leggere; che sia per passione, curiosità, conoscenza, obbligo, chi, almeno una volta nella vita, non ha letto un fumetto, una rivista, un giornale, un testo scolastico.  

In Italia, come nel resto del mondo, negli ultimi anni si è registrato un trend positivo sul mercato dei libri. I dati evidenziano due fattori importanti: il primo, che il lettore preferisce acquistare copie cartacee di un libro piuttosto che servirsi delle numerose versioni on line (libri in formato e-book, kindle, pdf) e il secondo, evidenzia sorprendentemente un incremento dell’apertura di librerie indipendenti, piccole realtà che si ergono a baluardi di resilienza contro un mercato sempre molto competitivo e che punta al numero e alla quantità.  

A Perugia, in pieno centro storico, si trova una di queste librerie dal nome alquanto singolare “Mannaggia, libri da un altro mondo”. Nata dal coraggio, dalla tenacia e dall’intraprendenza di due persone Francesca Chiappalone e Carlo Sperduti. Il nome della libreria è stato ispirato dal nome del pianeta “Mannaggia”, presente nella raccolta di racconti “Sottrazione” scritta dallo stesso Carlo Sperduti e ha dato loro lo spunto per discostarsi dai classici nomi ai quali siamo abituati quando ci rechiamo in una qualsiasi altra libreria, giocando scherzosamente con l’imprecazione che fa parte del nostro retaggio culturale.

Siamo andati a trovarli, dopo quasi due anni dall’inizio della loro avventura, per fare alcune domande sul loro lavoro e siamo rimasti molto colpiti dall’atmosfera intima che si poteva respirare all’interno della libreria. Una leggera musica in sottofondo ci ha accompagnato mentre curiosavamo tra gli scaffali ben organizzati trasportandoci in una dimensione più piccola ma molto più familiare fra romanzi moderni, classici, fumetti, poesie, saggi e tutti i tipi di prodotti che l’editoria può offrire.  

Quali esperienze lavorative e di vita vi hanno portato a decidere di avviare un’attività di questo tipo?Veniamo da studi e interessi simili: letteratura, cinema, teatro, musica… Prima di aprire la nostra libreria abbiamo frequentato per anni le maggiori fiere del libro in Italia (ci siamo conosciuti proprio in una di queste occasioni) e abbiamo svolto attività legate in più modi al mondo del libro: comunicazione, promozione, organizzazione di eventi, laboratori e seminari, scrittura. La libreria è stato un approdo di autoimpiego quasi spontaneo in cui unire le nostre competenze e, naturalmente, acquisirne altre: quelle che nulla hanno a cha fare con i libri ma che permettono di gestire un’attività commerciale nella maniera meno disastrosa possibile.

In che modo la tua esperienza di scrittore indirizza nella scelta di altre opere da poter proporre al pubblico?

(Carlo): Tento di separare le due cose. Direi che conta molto di più la mia esperienza di lettore, ma solo in un secondo momento. Mi spiego: la selezione di Mannaggia si appoggia su una conoscenza del panorama editoriale italiano maturata attraverso le esperienze di entrambi, di cui abbiamo detto brevemente. Di conseguenza tiene conto di vari parametri: letterario, etico, commerciale e così via… Per intenderci, nella nostra libreria è possibile trovare libri di molti autori e autrici che non rientrano nella mia idea (anzi, nelle mie idee) di letteratura o nei miei gusti, ma che nel loro ambito hanno un valore che riconosco. Questo semplicemente perché Mannaggia non è la mia biblioteca personale – sebbene, com’è naturale, siano ampiamente rappresentate anche le mie predilezioni e quelle di Francesca – ma un luogo in cui la diversità degli approcci al libro è più che benvenuta, con l’eccezione di quelli a nostro parere dannosi ed eticamente discutibili (vedi ad esempio alla voce “editoria a pagamento” per quanto riguarda le modalità di pubblicazione o a quella “razzismo” per quanto riguarda i contenuti). Così, a seconda del lettore che ho di fronte, posso consigliare o meno libri di mio gusto, perché quel che conta è trovare il libro adatto a quella persona, non imporre il “mio” libro. Quando mi accorgo di un’affinità sul piano dei gusti – o quando qualcuno esprime la volontà di leggere qualcosa di diverso o vuole affidarsi ai miei consigli – allora sì, il libraio e il lettore (che è tutt’uno con lo scrittore) coincidono. Ciò non toglie la possibilità, e ci mancherebbe, di appassionati scambi e confronti di idee in cui lo scopo non è vendere un libro ma, letterariamente parlando, accapigliarsi un po’. Succede spesso, è molto divertente e non ci sono né vincitori né sconfitti.

La vostra è una libreria indipendente: qual è la differenza fra questo tipo di attività ed una libreria facente parte di una grande catena?

Una delle differenze basilari è che, non essendo vincolati a un grosso marchio, abbiamo la libertà di scegliere e promuovere all’interno del nostro spazio ciò che vogliamo, ciò che pensiamo meriti di essere conosciuto e letto. Per questo si parla spesso di “libreria di proposta” in riferimento a una libreria indipendente. Certo, esiste una selezione anche nelle librerie di catena, ma i criteri sono di altro tipo e la libertà di cui gode una libreria indipendente è maggiore. A questa maggiore libertà si accompagna un maggior rischio.

Qual è la principale tipologia di pubblico che frequenta la vostra libreria? Si tratta di un pubblico uniforme oppure ci sono fasce di età o altre categorie che vi prediligono?

Parlare di una sola tipologia è riduttivo: da Mannaggia ci sono tante vie, tanti modi per aggirarsi in un piccolo spazio e coglierne le sfumature più diverse. Basti pensare alla prima  grande distinzione tra gli scaffali: una sezione dedicata alla narrativa, una al libro illustrato, una al fumetto, una ai classici… Già questa ripartizione attira diversi tipi di persone. I libri illustrati sono amati dai bambini ma hanno anche tutto un pubblico adulto interessato al mondo dell’illustrazione; la narrativa contemporanea è per chi, oltre a un classico, vuole altro… e questo può valere tanto per un ventenne che per un sessantenne.

Sono passati quasi due anni dalla vostra apertura: in questo periodo, come è cambiato l’interesse del pubblico nei vostri confronti?

Non si tratta tanto di un cambiamento quanto di un crescere lento: si lavora ogni giorno sulle singole persone, sulla convinzione che un luogo del genere non sia solo un esercizio commerciale ma anche un’occasione di scambio e scoperta; si lavora sul rapporto con il cliente, che è prima di tutto un lettore con i suoi gusti e le sue idee. È così dal giorno dell’apertura: si procede pian piano, trovando nuove persone, a volte libri poco noti… Ora, dopo quasi due anni di vita, ci sono ancora a Perugia persone che non ci conoscono, ma ce ne sono anche molte che tornano da noi, coltivando la splendida abitudine di frequentare la propria libreria di fiducia.

In base alla vostra esperienza, chi frequenta la vostra libreria predilige una determinata categoria di prodotti o c’è un interesse omogeneo verso tutte le tipologie di libri e affini che trattate?  

Più che di un’unica categoria di prodotti c’è un desiderio generale di qualcosa di nuovo, da scoprire. Da Mannaggia si acquistano anche classici e grandi nomi, ma si cerca soprattutto il bello, il particolare, l’insolito, a prescindere dalla fama dell’autore e dalla dimensione dell’editore.

È chiaro che mentre su prodotti più popolari la concorrenza delle grandi catene sia molto importante, su prodotti maggiormente di nicchia è più semplice costruire un proprio mercato. Quali scelte avete preso tenendo conto di questo?

Purtroppo le cose non stanno esattamente così. Per definizione, la costruzione di un mercato di nicchia è più difficile, poiché non si può contare sull’acquisto casuale ma, per così dire, bisogna andare a cercare i lettori uno per uno, e si tratta quasi sempre di lettori forti, tipologia umana rarissima. È un lavoro molto lento e faticoso che non sempre porta ai risultati sperati, ma offrire un’alternativa ai prodotti più popolari è parte della ragion d’essere di Mannaggia, non perché i prodotti più popolari siano da disprezzare ma perché sono già proposti altrove in dosi massicce: per questo motivo, per noi, aprire una libreria indipendente dando eccessivo spazio a quel che si può facilmente trovare in una libreria di catena non avrebbe molto senso. Ciò detto, all’interno di Mannaggia non escludiamo i grandi editori (costantemente rappresentati da una selezione di classici e di titoli a nostro parere interessanti) e lavoriamo anche su ordinazione, dunque su qualunque titolo in commercio. Questo perché, da un punto di vista strettamente economico, tornando alla questione delle difficoltà di un mercato di nicchia, i risultati della nostra proposta principale non sempre sono sufficienti. Dunque, a proposito di scelte e sebbene in piccola percentuale, i prodotti di nicchia, da Mannaggia, sono affiancati da altro, ma la promozione di piccoli e medi editori indipendenti rimane la nostra principale preoccupazione e, di conseguenza, è da lì che viene anche la fetta più consistente di vendite (su oltre 100 editori rappresentati più di 80 sono indipendenti). Per promuovere questo tipo di prodotti è necessario conoscerli bene e sapere come proporli, essere disposti a parlare di un libro o di un editore (o di più libri e più editori) anche per un’ora, con un singolo cliente, per la vendita di un singolo libro (o anche no). In questo modo si dà valore ai libri: dedicandogli tempo e spazio. E crediamo che chi frequenta Mannaggia si accorga della differenza, in questo senso, con attività impostate in altro modo. Inoltre, è per noi importante affiancare a questo tipo di promozione quella che facciamo organizzando continuamente presentazioni e letture, dando cioè la parola a chi i libri li scrive, li fa e li conosce dall’interno. Ma in questo campo non si può mai star fermi (per fortuna). Bisogna trovare sempre nuovi modi per tener viva la nicchia di cui stiamo parlando. Dunque da noi ci saranno sempre nuove proposte, nuove promozioni, nuovi editori e autori da scoprire… Insomma, non è vero che è più semplice costruire un proprio mercato, ma di sicuro è più divertente.

Un’altra importante differenza fra una libreria indipendente e una grande catena è la possibilità di instaurare un rapporto più stretto e diretto fra libraio e lettore. Quanto pensate che sia importante questo aspetto?

Per noi, come per tutti i piccoli librai, è fondamentale, innanzitutto per l’oggetto di cui si parla. Un libro è una cosa così personale e mutevole, un contenitore di pensieri, di storie, di riflessioni e punti di vista che spesso, se siamo fortunati, muta e si arricchisce. Ognuno ci trova qualcosa di proprio, dentro, ma anche qualcosa di nuovo. Questo aspetto culturale è anche un aspetto tanto umano, per cui quando ci parliamo dei gatti di Cortázar, delle galline pensierose di Malerba o della macchina del tempo di Wells, stiamo parlando anche di noi, del nostro bisogno di comunicare, del nostro modo di fare i conti con il passato e il futuro. Ecco che allora, quando accadono questi scambi, si compra un libro, certo, ma si creano anche relazioni, confronti, inclusioni.

Abbiamo notato che oltre ad offrire un buon numero di libri, nella vostra attività organizzate anche alcuni eventi connessi in qualche modo alla lettura. In che modo riuscite ad organizzare questi eventi? Quali iter siete soliti seguire?

Uno degli scopi principali di Mannaggia è quello di essere un luogo vivo, un punto di riferimento non solo per chi vuole gironzolare tra gli scaffali esplorando i cataloghi proposti, ma anche per chi vuole entrare in contatto diretto con autori, editori, altri lettori. Per questo il nostro programma di incontri è piuttosto fitto.

Ci sono vari modi in cui può nascere un evento o una serie di eventi: avendo rapporti diretti con moltissimi degli editori presenti in libreria, è più facile intercettare autori e autrici in tour con il proprio libro (a volte sono gli editori stessi a proporre presentazioni, a volte ne facciamo richiesta noi); inoltre, questo fatto è stato da stimolo per la rassegna, ancora in corso, di incontri con gli editori, in cui un redazione indipendente (o parte di essa) incontra i lettori per parlare dei molti aspetti del lavoro editoriale. Altre idee sono nate da proposte di nostri amici e clienti: è il caso di una rassegna a tema “sport e letteratura” e di una serie di conferenze e letture che esplorano gli ambiti del fantastico e del fantascientifico dal medioevo ai giorni nostri. Un’altra rassegna è stata dedicata alle letture monografiche del libraio e recentemente si è ricostituito il nostro gruppo di lettura. Insomma, le vie sono molte, e faremo di tutto per aprirne di nuove.

Quali sono le caratteristiche che rendono le case editrici meno conosciute diverse da quelle più note? E quanto questo aspetto, di rimando, contribuisce a rendere unica una libreria indipendente?

Molti editori indipendenti fanno un ottimo lavoro. Spesso, anche a una rapida occhiata, ci si rende conto della cura e della passione che hanno portato a certi risultati. Questo, purtroppo, non risolve il problema dell’evidente disparità di mezzi a disposizione per la promozione e la distribuzione rispetto ai grandi editori. Dunque, molto spesso capita che un gran bel libro sia poco conosciuto, poco acquistato e di conseguenza poco letto perché di non facile reperibilità. Qui entrano in gioco i librai come noi, che proprio quel libro vanno a cercare per farlo conoscere, ritagliando un posto per quell’editoria di qualità che non merita di restare nascosta.

Quali consigli dareste a uno scrittore alle prime armi che vorrebbe poter pubblicare il suo primo libro?

Rispondere esaurientemente in poche righe non è possibile, dunque ci limiteremo a un elenco – incompleto, disordinato e che mescola vari piani della questione – di quelle che a nostro parere sono condizioni di base. Alcune sembreranno scontate ma, per quel che vediamo, non lo sono.

Innanzitutto chiedersi se la scrittura è un interesse reale e non di facciata. Domandarsi quanto tempo ed energie si dedicano alla lettura e in secondo luogo se alla “quantità” di lettura corrispondano qualità e accrescimento delle proprie competenze. Rispondere onestamente a queste domande. Dopodiché, non aver fretta di pubblicare e proporre un lavoro solo dopo un’attenta ricerca degli editori più adatti. Non pubblicare, in nessun caso, con un editore a pagamento. In caso si ricevano risposte negative da un buon numero di editori, considerare serenamente l’ipotesi che la proposta avanzata non sia un granché – non saltare alla conclusione di essere incompresi: è una possibile causa dei rifiuti, ma non tra le più probabili – e rimettersi al lavoro. Chiedersi a ogni virgola, spazio, parola, frase, capoverso, se siano necessari o piuttosto sostituibili o eliminabili. Assicurarsi di padroneggiare le basi della propria lingua e dell’ortografia (esempi: se penso che “piuttosto che” significhi “oppure”, non distinguo tra “è” e “é”, metto abitualmente la virgola tra soggetto e verbo e lo spazio prima dei segni di interpunzione, ho bisogno di alcuni passaggi intermedi prima di scrivere un libro). Non confondere competenze altre con competenze di scrittura (esempi: se di mestiere faccio il poliziotto non necessariamente saprò scrivere dei gialli; se ho recitato in un film horror non mi batto ad armi pari con Edgar Allan Poe; se insegno letteratura non ne consegue che io sappia farla; anche se leggo due libri al giorno non è detto che io sappia scriverli, ma di sicuro non so scriverli se non ne leggo). Esercitare la scrittura di continuo, così come il senso critico. Tentare la via delle riviste specializzate (ce ne sono molte). Avere molta pazienza con i tempi editoriali e con la propria scrittura: possono volerci anni nel primo caso e qualche decennio nel secondo. Sapere che ogni testo è un caso particolare e che chiunque pretenda di dare consigli assoluti sulla scrittura è come minimo sospetto.

 


Anna Mellino

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