“Ma che diamine succede in Russia?”: essere LGBT nellera Putin7 min read

Hakim Ben Hamida | 29-04-2015 | Over the rainbow

Mentre scrivo giunge fresca fresca la notizia che la corte d’appello di San Pietroburgo ha rifiutato il ricorso presentato da una docente, la quale sarebbe stata licenziata dal proprio posto di lavoro per “comportamento immorale incompatibile con le attività pedagogiche”. Solo che il comportamento immorale non è l’aver preso a schiaffoni uno studente, né la scoperta di filmati pornografici che la ritraessero in imprese poco consone al suo ruolo di educatrice – che Libero sforna un articolo del genere con cadenza settimanale – .
La sua colpa è l’essere omosessuale, un fatto difficile da digerire per il direttore dell’istituto, peggio ancora dopo un violento e pubblicizzatissimo outing da parte di Timur Isayev, a capo dell’associazione “Parents of Russia”, che negli ultimi tempi ha portato alla messa in discussione o, peggio ancora, al licenziamento in tronco di altri sei insegnanti, a causa della sua crociata che mira a rendere di dominio pubblico l’omosessualità – o anche solo il supporto alla causa LGBT – di lavoratori pubblici, in virtù della legge russa del governo Putin che vieta l’esposizione di minorenni a qualsiasi tema riguardante tale sfera.
Se tutto è bene quel che finisce bene, Isayev è attualmente in carcere. Ma non per il suo malsano progetto di distruzione della vita altrui: due anni e mezzo dietro le sbarre per aver rubato soldi ad una compagnia nella quale lavorò dieci anni orsono. Grosse soddisfazioni, eh.
Perché raccontarvelo?
Per squarciare un pesante velo di silenzio che da tempo attanaglia i quotidiani italiani: la situazione dei diritti LGBT in Russia va via via peggiorando ogni giorno che passa, e mi sento ribollire il sangue nelle vene ogni volta che una persona minimizza sullargomento, riducendolo ad un “ma dai, capirai che starà mai succedendo!”.

Per carità, capisco pure che siano parole pronunciate nellignoranza più totale, perché le maggiori testate italiane hanno voluto dedicare una paginetta allargomento solo quando Vladimir Luxuria si fece arrestare circa un anno fa, per aver girato per le strade di Sochi con un ventaglio riportante i colori della bandiera rainbow in protesta alle Olimpiadi Invernali, e per il caso delle Pussy Riot, ma forse più per parlare delle grosse celebrità dello Show-Business che twittarono frasi di solidarietà al gruppo di ragazze.
È vero, siamo in un paese in cui neanche fa tanto scandalo che il nostro beniamino Papa Francesco voglia rimandare a casa un ambasciatore francese perché omosessuale, come se l’orientamento di una persona potesse influire sulla qualità del lavoro, ma qui si parla di violenze, incarcerazioni e in più di un caso l’assassinio di persone.
Dunque, signori miei, prendetevi una bibita calda da sorseggiare durante la lettura, perché vi attende un tuffo carpiato con doppia capriola nella situazione LGBT russa nell’era Putin. Prendetelo come un resoconto di tutto ciò che vi siete persi nelle puntate precedenti…
Fa un po’ ridere che proprio nel paese che all’inizio del secolo ci regalò le T.a.t.U. – per i meno informati, un duo musicale composto da due ragazzine vestite in uniforme scolastica che, al ritmo di musica pop, si scambiavano lunghi e appassionati baci saffici – in seguito ad un’indagine statistica del 2013, il 74% degli intervistati abbia risposto dicendo che “l’omosessualità non dovrebbe essere accettata dalla società”, dei quali un 16% ha voluto aggiungere che gli omosessuali andrebbero isolati dalla società, il 22% che dovrebbero venire “curati” e, particolarmente preoccupante, il 5% che andrebbero “liquidati”.
Questi dati vanno, però, analizzati: la Russia proviene da oltre un decennio di governo Putin, una reincarnazione della peggiore ala filo-Sovietica, che sin dagli esordi ha mirato alla valorizzazione di una società patriarcale, che riscoprisse la figura dell’uomo prestante, coraggioso e con una spinta patriottica che non ha paura di scavalcare la sottile linea che la divide dal nazionalismo sfrenato.
In tutto questo la figura stereotipata dell’omosessuale come persona che esce dai canoni delleteronormatività, ovvero in quanto uomo “sensibile”, non esattamente “virile”, o della donna poco disposta a diventare casalinga/accorata madre di famiglia, stona.
Stona in un progetto di produzione industriale di uomini e donne del tutto simili, che possono sì avere le proprie particolarità, ma senza mai allontanarsi da uno stampo ben definito, i cui margini sono stati accuratamente delineati in anni e anni di politiche mirate.
Per non parlare delle persone transgender: senza tanti giri di parole, dei pagliacci.
Così, mentre la grande maggioranza dell’Occidente negli ultimi anni si è messa in moto verso il raggiungimento di politiche mirate all’uguaglianza tramite l’assorbimento di parti di società fino a quel momento vittime di discriminazioni, la Russia decide di attuare il processo contrario: l’uguaglianza tramite l’esclusione.
Chi è diverso viene progressivamente allontanato dalla società, e mentre Putin si affretta a dichiarare pubblicamente “Voglio che tutti capiscano che in Russia non esistono violazioni dei diritti delle minoranze. Sono persone, come chiunque altro, e godono di pieni diritti e libertà” (aprile 2013), nel passare degli anni la sua nazione va via via promulgando una serie di leggi che non hanno intento, se non proprio quello di privare di diritti la comunità LGBT.
Se Vladimir spiega la sua strenua opposizione al matrimonio egualitario per il basso tasso di natalità nel proprio paese – non so se lo sapevate, ma per ogni coppia omosessuale che pronuncia il fatidico “sì” due coppie di eterosessuali diventano tutto d’un tratto sterili – è impossibile non riconoscere un deliberato tentativo di privazione dei diritti in leggi come quella sovracitata, che punisce con multe dai 5.000 ai 50.0000 rubli chi presenta a un minorenne materiale in cui vengono comparate unioni eterosessuali e omosessuali, e di 100.000 rubli per chi usasse internet per scopi di promozione dei diritti LGBT.
Ulteriore conseguenza della legge? Il divieto totale di eventi di promozione di diritti paritari, quali gay pride e conferenze, a meno la remotissima possibilità che nessun minore assista allevento.
E vogliamo sprecare parole per commentare la paradossale legge dello scorso 29 dicembre sulla “sicurezza stradale” che nega l’accesso alla patente di guida a persone con disordini mentali e sessuali, annoverando fra questi ultimi transgenderismo e transessualità? Perché effettivamente, diciamoci la verità, non se sa mai che magari a qualcuna di ste finte donne le cascano le ciglia finte mentre sta al volante. Prossimo passo divieto assoluto anche agli anziani con cappello e alle bionde.
Fa male, poi, vedere come proteste di attivisti, su tutte quella tenutasi ad ottobre 2013 a San Pietroburgo, terminino in foto di giovani dal viso coperto di sangue, strenuamente attaccati alle bandiere arcobaleno, simbolo di una lotta che non vuole e non può spegnersi, che vengono malmenati da poliziotti e gruppi di estrema destra. Eventi
che i politici russi si scrollano senza indugio dalla coscienza, perché se ciò che ci vuole per ristabilire l’ordine è un “piccolo” spargimento di sangue, così sia. O sei con loro, o sei contro.

La progressiva disumanizzazione della comunità LGBT russa avanza, e neanche e grida strazianti di giovani rapiti e uccisi servono a risvegliare il buon senso della Russia di oggi.
Non bastano video di ragazzi omosessuali massacrati di botte davanti a una telecamera per essere anche solo sospettati di essere gay.
Non è sufficiente un documentario della giornalista britannica Liz MacKean su “Occupy Paedophilia”, un’organizzazione criminale ben radicata in varie zone dell’ex-Unione Sovietica, che tramite chat d’incontri o altri escamotage per incontrare uomini omosessuali e, a quel punto, umiliarli, malmenarli e, in alcuni casi, ridurli in fin di vita, in quanto convinti che l’omosessualità includa nel pacchetto la pedofilia. E, ad oggi, senza alcuna reale conseguenza legale.
Non tocca nessuno sapere che il maggiore nightclub gay di San Pietroburgo, Central Station, tra il 2013 e il 2014 è stato ripetutamente attaccato da militanti anti-gay con colpi di pistola fuori dal club e lanci di gas tossici nella sala principale.
Ogni giorno che passa ci macchiamo di omertà, un crimine che difficilmente può essere cancellato, quanto è vero che la storia è maestra di vita: l’ultima volta che abbiamo finto di non vedere, anni dopo abbiamo dovuto inserire nei libri di scuola la parola “Olocausto”.
Europa? Diamoci una mossa.


Hakim Ben Hamida

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