L’ISOLAMENTO DI DOHA E LE RIPERCUSSIONI SULLO SCACCHIERE MEDIORIENTALE5 min read

Francesco Pisanò | 02-07-2017 | Attualità - Internazionale

immagine L’ISOLAMENTO DI DOHA E LE RIPERCUSSIONI SULLO SCACCHIERE MEDIORIENTALE5 min read

I recenti eventi nel Golfo Persico, che hanno visto quattro paesi (Arabia Saudita, Egitto, Bahrain e Emirati Arabi Uniti) rompere i rapporti diplomatici con la piccola monarchia sunnita del Qatar, hanno un unico comune denominatore: il clima profondo di guerra fredda che intercorre attualmente tra Iran ed Arabia Saudita.

La volontà saudita di chiudere le frontiere con il Qatar, ponendo a rischio la stessa sopravvivenza di uno Stato che conta su più dell’80% di approvvigionamenti terreni, ha un solo scopo: isolare Teheran ed i suoi alleati, che da anni hanno ormai esponenzialmente aumentato la loro influenza nella regione.

È importante considerare l’attuale situazione di Guerra Fredda che intercorre da ormai decenni tra l’Arabia Saudita e l’Iran, per poter valutare gli ultimi avvenimenti e le possibili ripercussioni.

Riyadh (capitale dell’ Arabia Saudita) e Teheran (capitale dell’ Iran) sono agli opposti del tavolo negoziale da ormai decenni, sicuramente a partire dalla caduta dell’ultimo Shah di Persia, a seguito della Rivoluzione Islamica del 1989. La Rivoluzione Islamica dell’ ’89, capeggiata dall’Ayatollah Khomeini portò avanti una fortissima retorica anti-americana che trasformò l’Iran da assetto fondamentale della strategia americana in Medioriente a suo acerrimo avversario. Washington perse un importante pedina nello scacchiere del Levante e, dopo l’invasione dell’Afghanistan e la caduta di Saddam Hussein (2006), si dovette prevalentemente basare sulle alleanze strategiche con lo Stato di Israele e l’Arabia Saudita. Quest’ultima, dunque, rimane uno degli ultimi assetti che permettono a Washington di mantenere una importante presenza nel Levante.

Non è, quindi, difficile capire come questi paesi siano entrati in conflitto. Come nella Guerra Fredda tra Russia e Stati Uniti, queste dispute non sono sfociate in ostilità ufficiali ma in proxy wars ovvero in guerre indirette, giocate su campi terzi. Caso eclatante, il Vietnam.

Riyadh e Teheran, nello stesso modo, stanno anche combattendo indirettamente le proprie battaglie per la supremazia e l’influenza regionale in Siria, Libia e Yemen.
Riyadh ha osteggiato tutte le rivolte arabe nel 2011 contro i governi sunniti, appoggiando apertamente invece le proteste di piazza a Damasco. Teheran sperava di veder crollare qualche governo sunnita, ma sta disperatamente portando avanti la propria battaglia al fianco di Bashar Al-Assad, presidente siriano alauita.

Questa Guerra Fredda, che continua dunque dal 1989, ha visto susseguirsi numerose amministrazioni americane: Carter, Reagan, Bush padre, Clinton, Bush Jr. , Obama e Trump. Democratici e Repubblicani si sono alternati alla guida della nazione, non riuscendo però mai a proporre una coerente ed efficace politica estera in Medioriente.

Prendendo le ultime due amministrazioni, Barack Obama differisce molto da Donald Trump. Mentre la politica estera dell’ex-presidente americano era basata sull’apertura e il dialogo, ed aveva come suo cavallo di battaglia l’accordo sul nucleare iraniano di Losanna 2015, dall’altra parte il neo-inquilino della Casa Bianca ha già annunciato provvedimenti volti a contenere l’influenza iraniana nella regione.

Ed è qui che si inserisce l’isolamento di Doha.

Arabia Saudita e Qatar non hanno mai avuto semplici relazioni, nonostante appoggino le stesse fazioni in Siria e Yemen e siano entrambi di fede sunnita. La crisi diplomatica trova le proprie radici anche nelle primavere arabe, quando il Bahrain, fedele alleato di Riyadh, accusava il Qatar di interferire nei propri affari interni e nelle proteste di piazza che la piccola monarchia sunnita (a maggioranza sciita) stava vivendo. Sin da allora, il Qatar ha iniziato a portare avanti politiche differenti rispetto ai paesi del golfo, aggravando i già difficili rapporti con i vicini del GCC (Gulf Cooperation Coucil).
Se Riyadh però non tentò mai di prendere provvedimenti contro il Qatar sotto la presidenza Obama, principalmente per paura di possibili ritorsioni (o di un eventuale mancato appoggio politico) di Washington, che rimane il primo contributore e alleato della casata saudita, l’ultimo tour presidenziale di Trump ha rimescolato le carte in gioco. Qualche giorno dopo la ripartenza di Trump, l’Arabia Saudita taglia i rapporti diplomatici con il piccolo Stato confinante. Immediatamente dopo, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Egitto e (anche se in minore parte) il governo di Torbuk in Libia, fanno lo stesso. Una strategia pianificata e programma, a dire di molti, a cui la visita e le parole di Trump hanno dato la spinta mancante.

Il problema geopolitico e geostrategico che si va a creare è doppio. Da una parte, chiudendo i rapporti con il Qatar, Riyadh serve su un piatto d’argento a Teheran uno dei paesi più geo-strategicamente importanti e ricchi di petrolio della regione ed un importante alleato. Questo molto probabilmente risulterà in un auto-gol politico clamoroso per la monarchia saudita, se non nel breve, nel lungo periodo. Questo considerando che il Qatar, che fino ad adesso aveva mantenuto un atteggiamento “neutrale” tra i due giganti mediorientali, si troverà obbligato a chiedere aiuto all’Iran a fini economici e politici.
Dall’altra questa situazione si è ripercossa su tutto il panorama mediorientale. Doha, importante alleato turco, ha da subito ricevuto assistenza politica, economica e militare di Ankara che ha già inviato truppe nel piccolo Stato, anche in virtù di un accordo di cooperazione bellica firmato nel 2014.

Il Qatar rimane fondamentale per l’occidente. Washington vi ha una delle più importanti basi militare in Medioriente e il centro di controllo regionale, mentre cancellerie europee hanno da anni stretto importanti accordi commerciali con il ricco governo sunnita. Questo, senza contare gli appalti ed investimenti che sia paesi arabi sia occidentali o asiatici hanno stretto, soprattutto in vista della Coppa del Mondo FIFA 2022.

Non è difficile prevedere cosa succederà nel prossimo periodo, soprattutto se si tiene bene a mente il clima di costatante conflitto tra Riyadh e Teheran. È improbabile vedere Riyadh tornare sui propri passi e riaprire completamente i rapporti diplomatici con Doha. Questo nel lungo periodo potrebbe alterare i già difficili rapporti tra i due importanti Stati del Golfo Persico.
In secondo luogo, Ankara continuerà, probabilmente in maniera sempre più presente e continua, a fornire supporto al Qatar. Questo per due motivi: primo, per i legami storico-culturali che legano Doha all’Impero Ottomano. Secondo, per obiettivi geopolitici e di sicurezza. Erdogan ha un disperato bisogno di petrolio per portare avanti il proprio esercito (il secondo della NATO) e la propria politica estera, che mira a riportare Ankara allo status di attore regionale influente. Perdere un alleato vitale come Doha, soprattutto a seguito degli importanti accordi economici e militari con il piccolo Stato, rappresenterebbe un errore geopolitico fondamentale per la Turchia.


Francesco Pisanò

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