Liberi di obiettare6 min read

Cecilia Ferretti | 23-02-2017 | Attualità - Nazionale

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Benché sia una pratica medica autorizzata e normata dalla legge italiana da quasi quarant’anni, l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) suscita ancora oggi numerosissime questioni nell’opinione pubblica del Paese, alimentate da casi di cronaca e dilemmi etici tutt’ora irrisolti.

Il diritto all’aborto è stato sancito dalla Legge 22 maggio 1978, n.194, meglio nota come ‘’legge 194’’, che è stata frutto di una lunga lotta ad opera di figure come il Partito radicale, il Movimento di liberazione della donna e il CISA (Centro di informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto), nato per combattere la piaga degli aborti clandestini. La legislazione in materia di aborto antecedente al 1978 era molto severa, stabilendo pene detentive di anni non solo per chiunque avesse causato l’interruzione di gravidanza ma anche per le donne che vi si sottoponevano; questa pratica era considerata un reato a tutti gli effetti e trattata in tribunale come tale.
A causa di queste norme fortemente restrittive in Italia non erano pochi gli ambulatori sorti clandestinamente per assistere, con mezzi spesso inadeguati, donne incinte non intenzionate a proseguire la gestazione per i più svariati motivi, altre invece si recavano all’estero per poter essere sottoposte a interventi chirurgici in paesi come Olanda e Inghilterra, dove il diritto in questione era sancito già da tempo.
Oggi, grazie alla legge 194, nel nostro Paese è possibile ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza entro il novantesimo giorno dal concepimento per motivazioni concernenti la salute fisica o psichica della gestante; la pratica è consentita anche oltre questo termine qualora il proseguimento della gravidanza comporti rischi per la salute della donna o siano evidenziate serie patologie o malformazioni che interessano il nascituro.

Nonostante la legge in vigore garantisca così limpidamente l’accesso all’IVG il dibattito in merito all’aborto non si è mai esaurito, poiché in esso confluiscono delicate argomentazioni religiose e non solo sulla considerazione che si può avere della vita prenatale. Come tutte le questioni etiche, quella dell’interruzione di gravidanza non si presta a una lettura univoca e ideologica bensì presenta molte zone grigie, per cui spetta al buon senso trovare il bandolo della matassa nella speranza di un rischiaramento razionale e meditato. Non me ne vogliano né gli agguerriti militanti dei movimenti ProVita né gli oltranzisti del fronte pro-choice, ma il mio dissenso si estende a molte delle argomentazioni di entrambi gli schieramenti. Sostenere che un feto sia un essere umano a tutti gli effetti, una persona, con tutto il portato culturale che questo termine racchiude in sé, è una proposizione metafisica tanto quanto asserire che non lo sia. Così come non si può affermare in modo assoluto che la vita intrauterina implichi la piena dignità e il sommo rispetto dovuto a un proprio simile, allo stesso modo la tanto lodata (spesso fanaticamente) scienza non ha gli strumenti necessari per imporre una sua lettura di questo eccezionale status esistenziale, che sfugge a qualsiasi definizione. La stessa legge 194 pone la questione e la lascia aperta: come è possibile che ciò che per tre mesi è stato un semplice ammasso di cellule, un qualcosa di paragonabile a un tumore, niente di più che un ingombro organico, divenga allo scoccare della mezzanotte del novantesimo giorno una persona, con tutte le tutele giuridiche del caso? Questa netta cesura ha un che di magico e fiabesco.
Ho brevemente esposto il dilemma etico in modo volutamente provocatorio, per mostrare come una sua soluzione che possa trovare l’assenso di ogni individuo è pressoché impossibile. Questo perché la vita intrauterina nella sua peculiarità non è categorizzabile in un modo che sia scevro di qualunque concezione personale dell’uomo, della vita e anche dell’anima.

Mettere questa annosa questione da parte indirizza a una riflessione intellettualmente onesta sulla realtà dei fatti attuale: l’interruzione di gravidanza è una pratica medica contemplata dalla legge e di conseguenza il diritto di abortire deve essere garantito a tutti coloro che ne vogliano usufruire. Le motivazioni che possono portare una donna a desiderare un aborto sono molteplici e insindacabili, possono spaziare dall’indigenza economica alla subita violenza carnale e non spetta a alcuno che non sia la diretta interessata stabilire se sia il caso o meno di proseguire la gravidanza. Avere una persona in potenza nel proprio corpo non è qualcosa da prendere a cuor leggero, già la semplice gestazione ha serie ripercussioni sul corpo e la mente di una donna, per non parlare poi di cosa significa divenire madre, enorme e archetipico fardello. Purtroppo però oggi come oggi questo diritto è seriamente minato dalle alte percentuali di obiettori di coscienza tra il personale medico. L’obiezione di coscienza è tutelata dalla stessa legge 194 ma non esonera il personale sanitario dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento e nel caso in cui lo stesso sia necessario per salvare la vita della gestante, qualora sia seriamente messa a repentaglio. Proprio per le intricate questioni etiche precedentemente discusse imporre a medici, ostetrici e anestesisti di rendersi disponibili alla pratica abortiva di routine sarebbe una vera e propria violenza, paragonabile al costringere una donna a portare avanti una gravidanza non voluta.

Il Sistema Sanitario Nazionale è tenuto a garantire l’accesso all’IGV in tutte le strutture deputate ma in Italia, dove in alcune regioni si sfiorano tassi di obiettori superiori al 90%, la situazione appare spesso critica. Non mancano casi di cronaca di strutture ospedaliere rimaste completamente prive di personale non obiettore, casi che hanno portato l’Unione Europea a richiamare severamente il nostro Paese. Emerge così il reale nucleo problematico da affrontare: non si tratta più di stabilire se sia lecito o meno ricorrere all’interruzione di gravidanza in quanto è qualcosa di già sancito; occorre piuttosto assicurarsi che ciò che è un diritto sulla carta non divenga un fenomeno sottoposto all’arbitrio e alla noncuranza delle amministrazioni ospedaliere, le quali dovrebbero garantire l’erogazione del servizio con provvedimenti come la mobilità del personale, così che nessuna donna si trovi nella condizione di affrontare un viaggio impegnativo per sottoporsi a un intervento già di per sé estremamente provante. Nonostante il grande numero di obiettori, infatti, in Italia il personale intenzionato a praticare l’IGV è sufficiente a coprire la richiesta di questo intervento e spetta al fior fiore dell’amministrazione sanitaria, lautamente stipendiato, assicurare la copertura nelle strutture deputate con una monitoraggio dei tassi di obiezione di coscienza e un dislocamento del personale. Molti possono a questo punto ribattere che la mobilitazione di professionisti del mondo sanitario potrebbe facilmente incontrare una resistenza da parte degli stessi e anche delle organizzazioni sindacali. Questa prospettiva non è affatto irrealistica: questo mio articolo non si propone infatti di individuare una panacea ai disservizi in materia di aborto, ma semplicemente di illuminare quale sia lo sguardo con cui valutare la situazione, denotando come gli enti preposti alla garanzia dell’IGV siano già designati e la manovra necessaria sia sollecitare gli stessi a un lavoro puntuale e rispettoso della legge.

Ammettere che una distensione etica su un tema così complesso, sfuggente e strumentalizzabile sia una prospettiva utopica implica devolvere il massimo impegno per garantire quello che è un diritto individuato nel rispetto di opinioni individuali inconciliabili, un diritto che si nutre della libertà di scelta, anche della scelta di opporvisi, e che proprio per questo la somma libertà di scelta deve tutelare, a maggior ragione nell’atto pratico.


Cecilia Ferretti

Cecilia Ferretti

Entra a far parte della redazione del 2017 come co-reponsabile della politica universitaria. Studentessa di filosofia presso l'Università degli Studi di Perugia, ha una grande passione per la poesia, la letteratura e la musica, soprattutto se gustata dal vivo in buona compagnia. Ambientalista, polemica (mai inutilmente) e critica, cerca da 22 anni un modo per rimediare ai suoi tremendi ritmi sonno-veglia.