L’ennesima perla di Woody3 min read

Enrico Guarducci | 30-09-2016 | Cultura - Locomocinema

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Non esito a chiamare Woody Allen “maestro di vita” perché in ogni suo film tenta di dare le risposte a tutte le grandi concrete domande che giacciono nell’animo di tutti noi per una vita intera e che non trovano mai una soluzione. Certe volte riesce a darle queste risposte, certe volte no, e certe altre ancora volutamente lascia intendere che risposta non c’è. Il 47esimo film del maestro, presentato fuori concorso all’apertura del Festival di Cannes 2016, si intitola Café Society ed è una amabile e vivacissima storia ambientata negli anni ’30. Il giovane Bobby è il più piccolo dei tre figli di una modesta famiglia ebrea di New York che, stanco e oppresso dal futuro da orafo nella bottega del padre, decide di recarsi a Hollywood in cerca di fortuna contando sull’aiuto di suo zio Phil, già affermato cineasta. Come in ogni avventura che si rispetti all’inizio il ragazzo attraversa mille difficoltà, perfino per riuscire ad avere un appuntamento con suo zio, poi però col passare dei giorni e con l’aiuto della bellissima e graziosa Vonnie, segretaria di suo zio, le cose iniziano a sistemarsi lasciando a Bobby il tempo e il modo di innamorarsi follemente. Partendo dal presupposto che in questo film c’è una finalmente sorridente e radiosa Kristen Stewart (Vonnie) che si staglia longilinea e bellissima rubando la scena a tutte le star di Hollywood dando dimostrazione di saper interpretare alla grande anche un ruolo realmente romantico e appassionato, anche il resto del cast è una gioia per lo spettatore. Bobby è interpretato da un sempre più affermato Jesse Eisenberg che nei ruoli da ragazzo un po’ impacciato e volenteroso (lo ricordiamo in una incredibile interpretazione di Mark Zuckerberg in The Social Network) rende sempre alla grandissima. Sono presenti anche Steve Carell nei panni dello zio Phil, Corey Stoll come fratello maggiore di Bobby, e la bellissima e incandescente Blake Lively. Insomma un cast di primissimo ordine da cui trasuda bravura ed emozione.
Questo Café Society è un film un po’ diverso rispetto a tutti gli altri del regista newyorkese: è il primo a essere girato interamente in digitale, sperimentando anche inquadrature decisamente più audaci e interessanti, e la classica fotografia molto neutra è abbandonata per luci e colori caldissimi quasi barocchi che sembrano trasudare perfino dal volto delle bellissime donne della vita di Bobby.
Ciò che ha di sempre uguale rispetto a tutti i precedenti 46 film è il modo in cui viene raccontato l’improgrammabile e imprevedibile corso della vita di tutti noi. Le cose per Bobby e Vonnie si mettono male, poi bene, poi benissimo, ma alla fine la girandola delle emozioni e delle vicissitudini li fanno ripiombare nei loro problemi di giovani esseri umani di qualche anno prima. Il concetto che Allen in tutti i suoi film da sempre vuole dipingere sullo schermo è che tutti noi proviamo a dare un senso alle cose e agli avvenimenti, ma la vita e gli esseri umani sono entrambi così mutevoli e testardi che poi tutto e tutti devono arrendersi all’inevitabile caos degli eventi e alla incontrollabilità dei sentimenti. Una sceneggiatura come sempre geniale, serrata, e piena di perle e citazioni da far battere il cuore, fa poi da ritmo come una batteria jazz in un concerto ben riuscito. Non è il più bel film di sempre di Woody Allen ma sicuramente il più bello della sua sua vita matura. Una perla, una gioia per gli occhi, un divertente ma profondo spunto di riflessione sulle nostre incasinate vite di donne e uomini occidentali.

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Enrico Guarducci

Enrico Guarducci

Studente di Giurisprudenza atipico. Appassionato della Città di Perugia, di Cinema e di Sport, curo la rubrica Locomocinema sulle nuove uscite in sala e la rubrica Locomotiva Biancorossa sulle imprese del Grifo. «Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi»