Legge Fiano: misura antifascista dell’era delle Nostalgie4 min read

Leonardo Simonacci | 07-12-2017 | Nazionale

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Il 12 settembre la Camera dei Deputati ha approvato con 261 favorevoli, 122 contrari e 15 astenuti la proposta di legge concernente il reato di propaganda del regime nazi-fascista, altresì nota come legge Fiano dal nome del deputato del partito democratico Emanuele Fiano, primo firmatario della proposta. La proposta di legge vorrebbe inserire un nuovo arricolo, il 293-bis, il quale andrà a punire chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, andando così a mettere al bando le gestualità tipiche dei sopracitati partiti, quale il saluto romano, e la vendita e diffusione di gadget ed immagini facenti riferimento agli stessi. La pena prevista per chi commette questi reati va da sei mesi a due anni, e può essere aumentata di un terzo se il reato viene commesso online.

Votata in maniera unanime dalle sinistre e dai centristi alleati al governo, la legge ha trovato la dura opposizione delle destre e del M5S: chi perché spinto da indomita nostalgia, chi perché ritiene la legge “liberticida”.
Personalmente, invece, ritengo che questa legge sia coraggiosa, per una buona serie di ragioni. Il nostro Paese, politicamente e non solo, sta vivendo un’era molto strana, priva di riferimenti politici e culturali, in un contesto in cui spesso la cittadinanza non solo non si rivede nei valori e nelle proposte di partiti e della classe dirigente, ma tende, con fierezza per giunta, a prenderne le distanze. In un contesto così caotico e individualista, in cui la classe dirigente ed i corpi intermedi non riescono a spostare il consenso in maniera netta, ma anzi spesso lo allontanano perché percepiti come distanti (o come enstablishment, che dir si voglia), forze politiche di ben nota origine e matrice recuperano forza e spazi, sia politici che fisici.
Dove non arrivano i partiti e la politica rappresentativa “classica”, arrivano loro, le fiere ed italiche vittime di un sistema che non permette loro di parlare, anche se sostengono, a detta loro, il “popolo”. In un contesto privo di valori e punti di riferimento, chi più di tutti ha sempre orgogliosamente negato e combattuto la diversità e la libertà d’espressione diviene magicamente il primo sostenitore di quest’ultima. E proprio qui la legge Fiano irrompe in maniera coraggiosa: non cede alle pressioni di un fasullo vittimismo, ma ha il coraggio di indicare la pericolosità di chi chiede voce per toglierla al prossimo.
Trovo coraggioso andare contro al relativismo spicciolo che troppo spesso ha colorato il dibattito politico degli ultimi anni su questa tematica: essere consapevoli ed indicare la pericolosità della nostalgia di certi soggetti sociali, le cui gesta notoriamente violente ed incitanti all’odio sono state fin troppo spesso bollate come semplici episodi a se stanti, senza considerare il sistema sociale in cui vanno analizzate, vuol dire fare una scelta politica non indifferente. Analizzare e combattere non solo i singoli episodi di violenza ma dare rilevanza e condannare il fascismo intendendolo come fenomeno di massa vuol dire coglierne la reale e pericolosissima natura e farsi carico delle necessità ed esigenze di quella sempre più ampia fetta di popolazione che preferisce rivolgersi ai fascisti piuttosto che alla politica convenzionale. In sostanza, vuol dire delegittimare loro ed il loro modello ipocrita, per ridare spazio ad un dibattito politico di qualità.

Questa proposta di legge è indubbiamente in controtendenza a più livelli: mentre la giurisprudenza tende oramai da tempo, spesso legittimamente, a isolare e depenalizzare i reati d’opinione, questa normativa tende a rimarcare la necessità di memoria storica e di consapevolezza della pericolosità di determinati movimenti, oltre che della necessità di azioni positive da parte dello stato per tutelarsi. Risulta inoltre interessante la lotta alla diffusione di contenuti online, che nel contesto sopra descritto trasforma spesso i social network in una piazza carica di odio.
Unica pecca della legge è quella di non comprendere una componente di promozione culturale oltre a quella penale: analizzare il fascismo come un fenomeno sociale vuol dire non solo condannare giuridicamente la sua logica e dialettica, ma anche prevenire il reinserimento della cittadinanza in questi contenitori investendo in cultura e memoria storica. Questo si traduce in piani di investimento culturali e accademici, raccontando la storia del nostro paese è promuovendo concretamente i valori della resistenza.

Per concludere, penso sia profondamente sbagliato bollare questa proposta di legge come “liberticida”, quando per altro andrebbe, in un sistema democratico maturo, considerata come indispensabile. È il dilemma popperiano: una società tollerante non può tollerare l’intolleranza. E se tale sistema vuole conservare se stesso e la libertà d’espressione dei propri cittadini, deve combatterla con ogni mezzo a sua disposizione.


Leonardo Simonacci

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