Leelah Alcorn: eroina dei nostri tempi7 min read

Hakim Ben Hamida | 20-01-2015 | Over the rainbow

Nota: Per tutta la durata dell’articolo, utilizzerò il maschile, o il femminile, a seconda del genere nel quale i soggetti citati nell’articolo si riconoscono. Sembrerà strano a chi non è abituato, potrete anche avere opinioni contrastanti a riguardo, ma io credo ciecamente nel diritto di autodeterminazione di qualsiasi essere umano. E forse dovreste iniziare anche voi.

 

Non sarò mai felice.
O vivo il resto della mia vita come uomo solo che sperava di nascere donna, o vivo la mia vita come donna ancora più sola che odia sé stessa.
Non c’è vittoria.
Non c’è via d’uscita.”

Queste sono alcune delle tremende parole scritte da Leelah Alcorn in una durissima lettera, pubblicata su Tumblr prima di togliersi la vita a diciassette anni lo scorso 28 dicembre.
Una giovane dell’Ohio, la cui unica colpa era quella di non riconoscersi nel proprio sesso biologico maschile. “Una ragazza intrappolata nel corpo di un maschio” si definisce lei, nell’ultimo, tragico post, la cui pubblicazione automatica era stata programmata attimi prima di uscire di casa e togliersi la vita, e che, a seguito del triste evento, ha velocemente fatto il giro del web.
In quella breve nota, Leelah racconta della sua gioia quando, a quattordici anni, scoprì cosa volesse dire “transgender”, delle lacrime spese per aver scoperto, dopo dieci anni di confusione, chi fosse realmente, e che forse, il suo sentirsi donna sin dall’età di quattro anni, non era nulla di così sbagliato.

Il sogno s’infrange presto, però. Quando Leelah prova a parlare ai genitori di come si sentisse, i due non riescono a capirla, e non la privano solo del loro appoggio, si mettono addirittura in testa di doverla “curare”.
In un battibaleno la giovane si trova sballottata da un terapista cattolico all’altro, dove la si obbliga ad odiare sé stessa, perché “Dio non commette errori”, e mentre papà, mamma ed una manica di espertissimi scomodano il cielo in cerca di una cura, nessuno si accorge che l’unica malattia per cui Leelah andrebbe aiutata non è il sentirsi femmina, ma una grave depressione, che via via attanaglia sempre più l’adolescente, che in sé stessa non vede più nulla, se non un mostro, uno sbaglio.
Al compimento dei sedici anni, l’ultimo, disperato tentativo: chiede ai genitori di darle il consenso per iniziare il processo di transizione verso il sesso opposto, perché ogni giorno che passa renderà più complicato il percorso.
E quando si sente rispondere no, ogni speranza si volatilizza. “Ho pianto finché non mi sono addormentata” scrive lei. Perché è a quell’età che il viso di un ragazzo assume i tratti tipici dell’uomo, tremendamente difficili da rimuovere se mai fosse riuscita a realizzare il proprio sogno compiuti i diciotto anni, età dopo la quale non c’è più necessità del consenso genitoriale.
La sedicenne non ce la fa più: decide di fare coming out con i compagni, come omosessuale però, almeno “sarebbe stato meno scioccante”, e i genitori, sentendosi feriti nell’orgoglio, nella loro rispettabilità di buona famiglia cristiana, decidono di isolarla. La rinchiudono dentro casa, non la fanno più andare a scuola, le tolgono qualsiasi mezzo di contatto con gli amici, che siano il cellulare o il computer. Cinque mesi di solitudine dai quali la stessa Leelah, leggendo le sue parole, sembrava sorpresa di essere uscita viva.
Quello che i suoi genitori hanno instillato in lei è un odio troppo grande, troppo profondo anche solo per immaginarsi un futuro degno di essere vissuto, e Leelah, a diciassette anni suonati, non ce la fa più.
Scrive un post sulla sua pagina di Tumblr personale, in cui snocciola con enorme chiarezza – e un evidente buon livello di scrittura – la storia della propria vita, la conoscenza di sé stessa, il sentirsi qualcosa che il mondo circostante non vuole accettare.
Ma è con la sua ultima volontà che Leelah lascia definitivamente il segno: vuole che tutti i suoi averi vengano venduti e che, con i soldi ricavati, sommati a quelli già presenti nel suo conto bancario, si finanzi un’associazione di assistenza alle persone transgender, perché “L’unico modo per farmi riposare in pace è che un giorno le persone transgender non vengano più trattate come lo sono stata io. Che siano trattate come esseri umani”. E poi un’ultima preghiera: “Voglio che la mia morte significhi qualcosa. La mia morte dev’essere contata come parte del numero di persone transgender che si sono suicidate quest’anno. Voglio che qualcuno guardi a questo numero e dica ‘non è normale’. Aggiustate la società. Per favore.”

La notizia di Leelah arriva a pochi giorni di distanza da un’altra molto simile, ovvero la vicenda di Shiloh Jolie-Pitt, il figlio di otto anni della ben nota coppia di attori che, alla sua età, ha detto ai propri genitori di sentirsi molto più vicino ai propri fratelli che alle sorelline.
Lui è un maschietto, non una femminuccia come dicono gli altri.
Così, poco prima della fine dell’anno, gli uomini della famiglia, Shiloh compreso, si presentano sul tappeto rosso di un evento di gala, e papà Pitt, con invidiabile naturalezza, spiega ai curiosi giornalisti perché il piccolo indossi uno smoking da maschio ed abbia un taglio di capelli che richiama un po’ il giovane Di Caprio di Titanic.
“Vuole che lo chiamiamo John”, spiega l’attore, dal nome del fratello di Wendy nella favola di Peter Pan, personaggio che il piccoletto dice di adorare.
A chi ha accusato la coppia di stare utilizzando il bambino come pubblicità a prezzo zero, vorrei far riflettere un attimo: parliamo di Angelina Jolie e Brad Pitt.
Non stiamo mica parlando di Turchi e la Russo alla ricerca di una copertina su “TV, Sorrisi & Canzoni”, ma di una coppia i cui soldi in cassa sembrerebbero aggirarsi intorno al mezzo miliardo di dollari.
Stiamo parlando della Jolie, quella che ogni volta che ha venduto foto dei figli, del matrimonio e simili alle riviste – per delle cifre esorbitanti, peraltro – dei soldi incassati non ha mai tenuto un centesimo, dando sempre dal primo all’ultimo bigliettone in beneficenza.
Stiamo parlando dell’unica coppia che, a mia memoria, è oramai dieci anni che non sbaglia un colpo da ambo le parti, che tutto quello che tocca diventa oro.
Allora, oh sapienti di turno la cui unica fortuna capitatavi è la nascita di Internet – che sennò al massimo stavate a espettorare le vostre grandi verità un pomeriggio dal barbiere/parrucchiera di turno – ditemi quei due cosa ci fanno con una pubblicità del genere.
Perché un gesto normale, di tota
le sostegno ai propri figli, andrebbe interpretato come manovra mediatica?

Il gesto della coppia Jolie-Pitt, non è nulla di spettacolare: a quanto ne so – e sarà pur vero che, per mancanza d’esperienza in merito, non sarò sto grande esperto – il volere, se non il dovere, di un genitore è fare sì che suo figlio cresca felice. E non sto parlando di roba materiale, dell’ultimo gioco di Pokémon o le nuove scarpette Lelly-Kelly: sto parlando di conoscerlo profondamente, e aiutarlo a divenire la persona che esso ha sognato di essere.
E mi sono vergognato leggendo l’articolo di Camillo Langone a riguardo per Il Giornale, che con un’inettitudine e un’ignoranza becera e profondissima, ha dato della “cavia”, del “bambino abbandonato a sé stesso” – per poi crollare definitivamente nel ridicolo con uno sproloquio sull’importanza di dare ai figli i nomi dei nonni, perché sennò i musulmani ci invadono – ad una persona di otto anni che ha deciso di non stare agli standard della società, di non reprimere la gioia del conoscersi e dellessere se stessi solo perché chi si è non vada a genio agli altri. E tra i commenti, fidatevi, non tira aria migliore.
Io non riesco a capire come si possa rimanere impassibili quando ogni anno centinaia di persone transgender tentano il suicidio.
Quante Leelah dovremo perdere ancora, prima che si risvegli qualcosa nelle coscienze della società?
Quante stronzate dovremo sopportare, prima che anche l’ultimo omofobo ignorante, ora troppo impegnato a citare psichiatri ed esperti non meglio identificati nei commenti dei maggiori siti d’informazione, inizi a comprendere che, in fondo, la felicità di un altro essere umano, è impossibile che lenisca la sua?
E ai genitori di Leelah: c’è più onore ad avere una figlia felice o una figlia morta?
Voglio che Leelah diventi un simbolo condiviso dall’immaginario collettivo, che riporti alle menti dei lettori tutti coloro che non hanno saputo, potuto o voluto vivere una vita a capo chino, e hanno preferito andarsene, piuttosto che affrontare un mondo che rifiuta ciò che non conosce, in cui esistono persone in grado di pensare che possa essere considerato un diritto il togliere diritti agli altri.
“Fix the society”, scriveva lei. Hai ragione.
Mondo… perché non andiamo avanti?


Hakim Ben Hamida

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