LE RAGIONI DEL SÌ AL REFERENDUM COSTITUZIONALE8 min read

Lorenzo Gennari | 09-08-2016 | Nazionale

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L’importanza di una riforma “non perfetta”: leggi più rapide, ridefinizione dei rapporti Stato-Regioni, ma non solo

“La nostra Costituzione è la più bella del Mondo” È il mantra che da anni ci ripetiamo. Ma forse non è proprio così. Due Camere con le stesse identiche funzioni, una ripartizione confusionaria delle competenze tra Stato e Regioni, l’assenza di una rappresentanza di quest’ultime, la presenza di enti inutili, la mancanza di un vero limite al potere legislativo del Governo, un quorum relativamente basso per l’elezione del Presidente della Repubblica, figura di garanzia del panorama istituzionale e costituzionale. Così intendo iniziare questo articolo, elencando quelli che sono a tutti gli effetti degli aspetti critici della nostra Carta costituzionale, a memoria del fatto che essa è stata un compromesso tra forze politiche di diversa estrazione e modellata su quelle che erano esigenze di quel determinato periodo storico, il dopoguerra e l’imminente guerra fredda.


referendumco1Senato della Repubblica Italiana al termine del voto di sfiducia al Governo Prodi nel 2008 (fonte)

Assistiamo oggi a quel processo di revisione costituzionale che già nel recente passato era stato tentato, con fortune alterne: alcune riforme furono confermate dalla volontà popolare, altre respinte. Come cittadini siamo stati chiamati dalle istituzioni a decidere su quella che si presenta come una consistente modifica dell’attuale impianto legislativo, del rapporto tra lo Stato e gli enti locali e attraverso l’introduzione di maggiori strumenti di controllo e di forme di partecipazione popolare. Io voterò sì, se non si fosse già capito dalle precedenti righe. E vi spiegherò perché, senza entrare troppo nei tecnicismi, ritengo che questa riforma sia positiva e, nonostante non rasenti la perfezione ( ma non esistono riforme perfette ), riesca a superare in gran parte le criticità prima esposte.
Partiamo dal Senato che viene trasformato da fotocopia della Camera dei Deputati ad organo di rappresentanza degli enti locali, Regioni e Comuni, attraverso l’elezione, non diretta, di 74 consiglieri regionali e 21 sindaci; ad essi si aggiungono poi i 5 membri nominati dal Presidente della Repubblica per aver illustrato il Paese per meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario. Questi rimangono in carica sette anni, mentre i senatori eletti fino alla fine del loro mandato ( di consigliere regionale o di sindaco ). Chi afferma che così com’è previsto dal testo si avrà una Camera di nominati mente: sarà una successiva legge, necessariamente discussa dopo l’eventuale vittoria del Sì, che, come già accade in Germania e Francia, indicherà le modalità di elezione dei senatori “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”. Il Senato diviene così una cinghia di collegamento tra lo Stato centrale e gli enti locali, permettendo a quest’ultimi di vigilare sugli atti della Camera dei Deputati e del Governo e di partecipare alla funzione legislativa per leggi di notevole importanza, come quelle costituzionali o che riguardano gli enti locali stessi. Molti accusano questa riforma di aver moltiplicato i processi legislativi, aumentandoli a dismisura. Non è così, poiché ne vengono previsti soltanto due: uno bicamerale, Camera e Senato congiuntamente, per leggi rilevanti ( riforme costituzionali, referendum popolari, ordinamento dei Comuni, ecc. ) ed un altro monocamerale, della sola Camera dei Deputati, per tutte le altre leggi, su cui il Senato potrà esercitare poteri di controllo e presentare modifiche. Questo permetterà di approvare con più rapidità le leggi, ponendo fine anche alla c.d. spola , cioè il continuo rimbalzo da una Camera all’altra senza che il testo venga approvato definitivamente, e al fenomeno della scomparsa nelle commissioni di testi di legge approvati dall’altra Camera e destinati ad essere dimenticati. Senza contare che, essendo la sola Camera dei Deputati dotata del potere di fiducia, sarà possibile vedere la formazione di Governi stabili e con maggioranza chiare, e come controaltare vi sarà la non facoltà del Governo di porre la fiducia al Senato, così garantendo la funzione di controllo riconosciuta a questo organo.
Passando poi al secondo aspetto più rilevante ed incisivo della riforma, ossia la ridefinizione chiara e precisa delle competenze tra Stato e Regioni, con una decisa ricentralizzazione, è doveroso prima aprire una breve parentesi sulla situazione attuale così da poter poi fare un facile paragone. Ad oggi esistono tre tipologie di competenze: quelle riservate allo Stato, quelle concorrenti, ossia condivise tra Stato e Regioni e quelle spettanti alle Regioni, le quali non vengono elencate dalla Costituzione né da altra fonte normativa. Nella riforma invece si prevedono due tipi di competenze: quelle statali e quelle regionali, entrambe elencate nel nuovo articolo 117. La differenza è notevole: da un lato abbiamo un testo che origina una massa indefinita di competenze regionali e una concorrenza tra lo Stato e gli enti locali, causa di numerosissimi problemi potestativi e di ricorsi alla Corte Costituzionale con una conseguente incertezza e rimpallo delle rispettive funzioni, nonché un aggravio della lentezza burocratica che affligge le pubbliche amministrazioni; dall’altro abbiamo una ordinata e precisa elencazione di competenze. Critiche che potrebbero essere mosse sono basate sulla vaghezza di certe formulazioni, aspetto che in certi punti può essere condiviso, ma non accettato in toto per giudicare negativamente il nuovo testo. Rispetto all’attuale normativa, la riforma opera un notevole passo in avanti.
Trasformazione del Senato e revisione della ripartizione delle competenze sono i due perni centrali, ma non le uniche novità positive. Procedo dunque con un elenco degli altri aspetti migliorativi:

1. Viene innalzato il quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica, organo di garanzia, dalla settima seduta portandolo da una semplice maggioranza assoluta all’asticella dei 3/5 dei votanti ( pari al 60% circa ) impedendo così che un solo partito o coalizione possa eleggere la prima carica dello Stato;

2. Vengono posti limiti precisi alla legislazione del Governo (i c.d. decreti) impedendo che in essi possano essere comprese le materie più disparate, nonostante il titolo reciti tutt’altro. Si risolve così in parte il fenomeno dello scavalcamento del Parlamento da parte del Governo, operato negli ultimi vent’anni;

3. Vengono aboliti enti inutili dello Stato, ma finanziati con risorse pubbliche, come il CNEL, di cui nessuno avrà mai sentito parlare, o come le Province, svuotate dei loro poteri;

4. I decreti legge del Governo non potranno più essere convertiti in legge nelle Commissioni parlamentari, ma dovranno necessariamente essere approvati dal Parlamento;

5. Viene prevista una tutela delle minoranze parlamentari attraverso uno regolamento apposito;

6. Le minoranze potranno richiedere un giudizio preventivo da parte della Corte Costituzionale su leggi elettorali;

7. Viene introdotto, tra i principi della Pubblica Amministrazione, l’obbligo di trasparenza, affinché tutti i cittadini possano liberamente consultare gli atti delle P.a.;

8. Vengono potenziati gli strumenti di partecipazione popolare: non solo attraverso l’introduzione di un referendum propositivo, ma anche introducendo tempi certi per la discussione parlamentare delle proposte di legge di iniziativa popolare. Oltre a ciò, è previsto per i referendum abrogativi la possibilità, raggiungendo le 800.000 firme, di raggiungere il quorum non con la maggioranza degli aventi diritto di voto, ma con quella dei votanti alle ultime elezioni della Camera dei Deputati.

referendumco2Senatori PD, Forza Italia e NCD che si congratulano col Ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, a seguito dell’approvazione in aula della riforma costituzionale (fonte)

Passo ora, prima di giungere alla riflessione finale, a smentire il principale e più diffuso spauracchio: l’idea di un pericolo autoritario che questa riforma comporta in combinato disposto con l’Italicum che, secondo diverse voci degli oppositori alla riforma, porterebbe un partito a dominare l’interno sistema istituzionale e politico. Ciò è falso: anche se un partito riuscisse a vincere le elezioni e ad ottenere il 54% dei seggi alla Camera dei Deputati e a formare da solo un Governo, ciò non comporterebbe una “dittatura” di esso, visti i numerosi contrappesi e figure di garanzia: il Presidente della Repubblica, il quale non potrebbe essere eletto dal suddetto partito senza accordi con altre formazioni parlamentari; la Corte Costituzionale per la quale vale lo stesso ragionamento; il Senato, il quale non può essere soggetto alla fiducia da parte dell’esecutivo; i cittadini che attraverso gli strumenti referendari possono sempre abrogare leggi ingiuste; i limiti imposti alla decretazione del Governo; i previsti statuti a garanzia delle minoranze parlamentari.

Il referendum rappresenta un crocevia di indubbia importanza, un’opportunità che la società civile, prima ancora dei singoli individui, dovrebbe percepire come tale e comprenderne lo spirito prima ancora di fare le proprie valutazioni politiche od ideologiche. La riforma costituzionale così come concepita in combinato disposto con la legge elettorale, c.d. Italicum, non opera un cambiamento radicale delle regole del gioco; prende solamente atto che queste regole sono cambiate da sole e rinnova la Costituzione per comprendere al suo interno i nuovi equilibri interni ed esterni. Pensare che l’attuale struttura istituzionale possa essere coniugata tranquillamente con il nostro tempo, la nostra realtà e la nuova società che si è affacciata e consolidata in questo ultimo decennio significa idealizzare la Costituzione stessa e non riuscire a vederne i limiti che derivano da una origine compromissoria. Perdere questa opportunità significa rimandare di un altro decennio il discorso sulle riforme costituzionali e lasciare in sospeso questioni critiche della nostra Carta costituzionale, nonché impedire che novità sostanziali vengano introdotte nel nostro ordinamento. L‘Italicum, seppur non compreso tra le materie del quesito referendario, ma considerato da tutti strettamente collegato con questa riforma, ha unicamente il compito di impedire la paralisi istituzionale e politica di fronte all’affermarsi di un sempre più solido tripolarismo, in cui ogni blocco esclude l’altro ed allontana qualsiasi ipotesi di collaborazione tra forze politiche. Illudersi che il sistema possa tornare come prima è di fatto un’utopia, propagandata da coloro che non riescono a percepire che il sistema è cambiato da solo e questa trasformazione naturale non può essere semplicemente negata. Non è una riforma perfetta, come non esiste nulla di perfetto, nemmeno la nostra Costituzione. Poteva essere migliore? Senz’altro. Ma su questa riforma noi cittadini siamo chiamati a decidere: i “se” o i “potrebbe” sono solo scuse per rimandare la discussione di un altro decennio.
Un’eternità per un sistema che di fronte ai mutamenti del nostro tempo evidenzia le proprie crepe.

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Lorenzo Gennari

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