Le origini dei più amati simboli natalizi: un innesto di miti e culture8 min read

Umberto Olivo | 24-12-2018 | Cultura

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Che il Natale sia una festa valida su più piani è semplicemente innegabile: se per molti cattolici ha ancora principalmente la sua valenza classica, ossia quella di celebrazione religiosa che va ad onorare la nascita del messia cristiano Gesù, per tutti gli altri è ormai un fenomeno di costume, una celebrazione laica della fratellanza e delle legame con le persone a noi più cari, siano esse membri della nostra famiglia di origine, membri della famiglia che ci siamo formati negli anni, amici, o tutti loro messi insieme. Vi è infine la valenza consumistica, quella che porta introiti inimmaginabili nelle casse di negozi e nelle tasche di chi produce qualunque articolo da regalo o prodotto d’intrattenimento, e che riguarda ormai un po’ tutti i componenti della società occidentale, eccezion fatta solo per i meno abbienti. Il Natale ha però origini ancora più antiche non solo di quelle sociali, ma addirittura di quelle cristiane: il 25 dicembre di ogni anno era già una festa religiosa per i pagani dell’Antica Roma, che in tale giornata celebravano il “Sol Invictus”, giornata atta al culto di ben tre divinità (Helios, El-Gabal, Mitra), le cui identità negli anni si sono in realtà fuse in quello che gli storici hanno denominato “monoteismo solare”. Come se non bastasse, questa celebrazione ha origini ancora più antiche, tant’è che sembra sia nata addirittura presso gli egizi, popolo che del resto aveva un culto molto forte del Dio Sole, chiamato anche “Ra”. Il “Sol Invictus” era una celebrazione del sole, del suo sorgere perpetuo, della sua esistenza, del suo ruolo di eterna fonte di luce e di calore, e nelle prime rappresentazioni si basava sulla rappresentazione di un bambino partorito da una vergine: una leggenda insomma molto simile a quella che è stata posta poi alla base del cristianesimo, quale la nascita di Gesù dalla sempre-vergine Maria. Il posizionamento della celebrazione della nascita del messia cristiano in questa giornata si configura chiaramente come uno dei (riuscitissimi) tentativi della Chiesa di cancellare le radici pagane dell’Europa sostituendo le celebrazioni più sentite con nuove feste proprie, e questo ha avuto un effetto inevitabile: la fusione di tematiche e simbologie pagane con tematiche e simbologie cristiane; un meccanismo strano, sicuramente ignoto a molti cattolici, e che ha portato alla nascita di molti simboli di derivazione non propriamente cattolica. Dunque, se da un lato il Natale viene associato al cattolicissimo presepe, alla musica sacra ed alle funzioni religiose, dall’altro lato abbiamo: autori ed interpreti che si sono serviti di canzoni natalizie per parlare di amori che di sacro hanno poco, usanze ben diverse dal semplice recarsi a messa ed una marea di simboli aventi origini assolutamente non cristiane. In questo articolo analizzeremo tre dei principali simboli natalizi: Babbo Natale, l’albero di Natale e il vischio. Il primo ha sicuramente origini cristiane, alle quali è stato però aggiunto altro in un passato abbastanza recente, mentre i successivi derivano in toto da ben altre fonti.

Come già anticipato nell’introduzione, Babbo Natale ha in realtà origini cattolicissime: la sua figura si forma a partire da uno dei santi a cui i cristiani (cattolici e non) sono più devoti, San Nicola Di Bari. Conosciuto anche come “il patrono dei bambini”, secondo la tradizione cristiana il santo ha compiuto un miracolo davvero prodigioso: la resurrezione di tre bambini precedentemente uccisi da un macellaio senza scrupoli, intento a venderne le carni. Da questo si origina il culto del santo come protettore dei bambini, ed un sommarsi di miti ed usanze in cui egli veniva spesso invocato in difesa di questa particolarmente fragile categoria umana. A questo si sono sommate negli anni varie leggende ed altrettante celebrazioni in cui i bambini sono i protagonisti assoluti nel culto del santo, a tal punto che dalla sua figura è stata appunto tratta l’ispirazione per la creazione dell’uomo vestito di rosso che nella notte di Natale vola per tutto il mondo su una slitta trainata da renne per consegnare regali ad i bambini. La genesi di questa figura è avvenuta grazie ad una delle multinazionali più potenti in assoluto: la Coca-Cola. I curatori del marketing dell’azienda hanno quindi costruito un personaggio bonario, infinitamente generoso e amorevole verso tutti i bambini proprio traendo ispirazione dalla figura mistica di San Nicola, ed hanno ben pensato di associarlo quindi alla festività cristiana per antonomasia per pubblicizzare i propri prodotti, prima tramite disegni e poi attraverso attori che ne interpretavano il ruolo. A questo punto, Babbo Natale (o Santa Claus, nome originale che suggerisce molto di più il legame con il santo) ha presto acquisito una popolarità tale da valicare i confini delle pubblicità della Coca-Cola, anche grazie a tratti caratteristici delineati molto furbescamente ed in grado quindi di imporsi immediatamente nell’immaginario collettivo. Successivamente, la sua figura è rimasta intatta negli anni grazie anche a grandi aiuti da parte dell’industria dello spettacolo, nonché di innumerevoli genitori che l’hanno trasformato in un protagonista dell’infanzia dei propri figli… ed il resto lo sapete già, in quanto praticamente tutti abbiamo vissuto gioie e dolori di questa leggenda.

L’albero di Natale ha invece origini molto diverse. Che sia un vero abete portato via da una foresta oppure una fedele (ed ecologica, nonostante i materiali con cui viene prodotta) riproduzione artificiale, esso non ha assolutamente origini cristiane. Un albero guarnito con qualsivoglia abbellimento, del resto, rema contro gli ideali di povertà e semplicità che la religione cattolica predica, e la costruzione di falli verticali che mirino verso l’alto cercando un contatto con entità superiori non è certo una pratica con origini cristiane: qui entrano senza alcun dubbio in gioco religioni ben più antiche, e più inclini all’utilizzo di decorazioni ed oggetti per mettersi in contatto con divinità anche al di fuori di luoghi di culto. L’utilizzo di alberi per onorare le divinità ricorreva già fra i pagani romani e varie popolazioni barbare, ed era presente anche presso Celti e Vichinghi: con modalità diverse, gli alberi rappresentavano sempre un tentativo di connettersi con l’alto, e la scelta ricadeva su sempreverdi affinché ciò simboleggiasse l’eterno splendore del dio a cui ci si rivolgeva, soprattutto qualora fosse identificato con un corpo celeste. Si trattava di una simbologia connessa soprattutto alla stagione invernale, tant’è che i Celti lo utilizzavano proprio in concomitanza del solstizio d’inverno, ed i vichinghi lo veneravano in concomitanza dei periodi di buio perenne, credendo che la sua capacità di non perdere le foglie nemmeno in quel periodo fosse una dote magica. Non è difficile capire perché un simbolo simile sia stato quindi ripreso per il Natale: se per le altre religioni simboleggiava l’inverno, era conveniente usarlo per la principale festa invernale del cristianesimo. Negli anni, poi, sono stati aggiunti sempre più elementi ad opera del credo cristiano: prima candele e poi luce elettrica che simboleggiassero la capacità del Signore di illuminare la via dei fedeli, puntali classicamente la forma di una stella per ricordare la cometa che avrebbe annunciato la nascita di Gesù, ed altri simili; ciononostante, rimangono vive decorazioni derivanti dai culti più antichi, come ad esempio le palle di Natale, che si rifanno probabilmente ai corpi celesti celebrati con questo simbolo nell’antichità. A tutto ciò bisogna aggiungere anche decorazioni nate ex novo di recente, e non derivanti quindi da altre più antiche: statuine, libricini musicali, puntali dalle forme più disparate e diversi da quelli classici. Va inoltre aggiunto che il puntale/stella nasce si per celebrare la cometa… ma siamo sicuri che il culto dei corpi celesti non c’entri nulla con la sua associazione proprio all’albero di Natale?

Concludiamo la nostra trattazione con un simbolo le cui origini sono quasi completamente permeate del paganesimo. Fin dai tempi più remoti, il vischio è sempre stato considerato un elemento divino, soprannaturale, grazie alla sua capacità di essere rigoglioso tutto l’anno, di splendere di un verde intenso, anche senza toccare il terreno. Oggi sappiamo che questo è possibile grazie alla sua capacità di “nutrirsi” della linfa di altre piante, grazie al suo ruolo di “emiparassita” (essendo una pianta verde, è autonomo circa la produzione di zuccheri, ma non per quella di proteine, acidi grassi, ecc), ma anticamente queste nozioni scientifiche non esistevano, e le peculiarità del vischio venivano interpretate come un segno di forza e resistenza divini. Per questa ragione, infusi di vischio venivano usati già dai Druidi per curare pressoché ogni malattia: oggi sappiamo che alla base di questo c’è una particolare composizione chimica, ma all’epoca ciò era chiaramente scambiato per magia. Questo ha creato un’aura di mistero attorno a questa pianta, per poi tramutarla in un portafortuna molto amato fra le popolazioni antiche: da ciò nasce un insieme sempre crescente di leggende a carico di tale vegetale, che a poco a poco si sono trasformate in credenze nuove: ad esempio quella che scambiarsi effusioni al di sotto di un vischio portasse fortuna ad una coppia, o che conservarne un po’ nel periodo a cavallo fra due anni fosse propiziatorio circa l’anno imminente: quest’ultima credenza ha quindi associato il Vischio ad un periodo temporalmente coincidente con quello natalizio, creando solide basi che l’hanno poi trasformato in un vero e proprio simbolo del Natale, conservato appunto a casa nel periodo in cui un anno termina e l’altro comincia. Oltre alla simbologia a cui è legato, ed a tutte le sensazioni con cui ciò si connette, c’è da sottolineare che il vischio ha tuttora delle valenze mediche purtroppo poco note alle masse: l’utilizzo di farmaci a base di vischio in concomitanza con le classiche cure antitumorali può annullare quasi del tutto gli effetti collaterali di radioterapia e chemioterapia, e la ricerca sta lavorando attualmente su un possibile impiego della principale tossina del vischio (l’aviscumina) per curare i tumori senza dover ricorrere ai metodi classici: una possibilità per ora solo teorizzata, ma che potrebbe essere alla base della medicina antitumorale del futuro. Che dire, sembrerebbe proprio che gli antichi ci avessero visto giusto…

Speriamo di aver soddisfatto alcune vostre curiosità con questo articolo! Buon Natale a tutti, e non dimenticate: dietro ogni usanza e simbolo di questa festa, c’è dietro un bagaglio di culture davvero inimmaginabile!


Umberto Olivo

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