Le 10 cover che hanno asfaltato le originali11 min read

Hakim Ben Hamida | 06-06-2015 | Cultura - Musica

Tutti a prendersela con Britney Spears perché non scrive i propri testi, perché una canzone ti deve proprio venire da dentro, manco fosse una scoreggia.
Ma come la prendereste se vi dicessi che nell’arco della storia della musica ci sono stati brani scritti e interpretati da artisti spesso celeberrimi, che, però, hanno necessitato che fosse un altro artista, in alcuni casi pure conosciuto quanto Malgioglio in Zimbabwe, a rendere una canzone immortale, fino a diventare LA versione che tutti cantano e tutti ricordano? E diciamoci pure la verità: poco male per gli artisti originari, che spesso si sono trovati a sguazzare nell’oro dopo che una cover del loro brano è divenuta la nuova hit sfasciaclassifiche.
Ecco dunque a voi la lista delle 10 cover che hanno asfaltato i brani originali… il che non significa che i brani originari facessero schifo. Solo, ora non contano più niente.

10) Joe Cocker “With A Little Help From My Friends” (1969)
ORIGINALE: The Beatles (1967)

Lo so, lo so, qui si parla proprio di due mostri sacri della musica. Dover scegliere chi canta meglio tra Joe Cocker e i Beatles è un po’ come fare la scelta di Sophie con la musica degli anni ’60. E non è neanche che quando la cantarono i Beatles per il loro leggendario “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band” due anni prima non fosse abbastanza memorabile. Parliamo dei Fab Four, mica pasta e ceci.
Solo che la fortuna di Cocker, oltre ad una voce sopraffina e ad un orecchio forse pure superiore, ha anche origini prettamente storiche: questa cover, entrata di diritto negli annali della musica rock, venne cantata per la prima volta a Woodstock, e, escludendo pochi altri eletti, rimane a tutt’oggi forse il brano più memorabile cantato in quei leggendari tre giorni di musica a cui tutti – verso i sedici anni, tra una sciacquata col Topexan e l’altra – avremmo voluto partecipare. Qualsiasi documentario possiate vedere sullo storico evento musicale non potrà risparmiarsi dal passare almeno qualche secondo di questa cover senza tempo che ancora oggi, già dalla primissima nota, è in grado di generare un gigantesco sorriso sulla bocca di tutti gli ascoltatori.
Tanti lunghi, lunghissimi applausi a Joe Cocker, che a distanza di quasi quarant’anni dedicherà un ulteriore tributo alla band cantando l’immortale “Come Together” in “Across the Universe”, il musical firmato Julie Taymour con i migliori brani del più grande gruppo della storia.

9) Christina Aguilera, Mya, Lil Kim & P!nk “Lady Marmalade” (2001)
ORIGINALE: Patti LaBelle (1974)

 

Tutti coloro che sono cresciuti a cavallo tra gli anni ’90 e i 2000, ricorderanno quando questo pezzo venne pubblicato per lanciare il musical campione d’incassi “Moulin Rouge”.
Per carità, dio abbia sempre in gloria gli acuti perfora-orecchie di Patti LaBelle, ma guardiamoci negli occhi e diciamoci la verità: tra tutte le cover fatte di questo brano – e fidatevi, non son mica poche – questa è la versione che ha segnato per sempre la musica pop delle nostre infanzie, e continua a far cantare a squarciagola il pubblico di tre quarti dei locali gay presenti nel globo.
Dal “Ladies and gentlemen, welcome to the Moulin Rouge” di nostra signora dell’hip-hop Missy Elliot, fino all’ultimo, liberatorio “yeeees sir!”, questa collaborazione non è altro che quattro minuti e trentatré di puro sesso.
Peccato solo che, con l’eccezione di P!nk, la cui carriera da quel momento spiccò il volo, il brano fu un po’ una maledizione per le altre tre, allora veri idoli di una generazione: Mya è stata vista recentemente a fare la cubista in un club oltreoceano per sbarcare il lunario, Lil Kim, dopo un anno in carcere, si è ridotta a litigare su Twitter con Nicki Minaj come impiego fisso, senza pubblicare un disco decente da circa un decennio, e Christina Aguilera… fa collaborazioni.
Poco male: tutti continueremo a ricordarci il lascivo “Voulez-vous coucher avec moi ce soir” che, nel 2001, fece fantasticare tanti giovani ragazzini: chi per questione d’ormoni e chi… per decidere chi faceva l’Aguilera.

8) Glee Cast “Don’t Stop Believing” (2009)
ORIGINALE: Journey (1981)

Inutile stare a sparlare su quanto Glee sia andato banalizzandosi e raggiungendo livelli qualitativi oltre l’infimo con l’avanzare delle stagioni. Fatto sta che, oltre ad aver sbattuto in faccia a mezzo mondo – con molti stereotipi – tutto ciò che la comunità LGBT avesse da offrire, qualcosa di buono l’ha fatto: delle ottime cover.
Anche quando l’episodio rasentava il lerciume e l’imbarazzante, ciò che ha salvato Glee dall’essere cancellato prematuramente è stato il suo inserire stacchetti musicali sempre di buona fattura (con piccole eccezioni annesse, perché solo Madonna è perfetta).
E poi c’è QUESTA cover, la melodia che lanciò il fenomeno della serie tv, prima che l’entusiasmo scemasse nel giro di un paio d’anni.
“Don’t Stop Believing” dei Journey prima era il brano che sentivi alla radio del Lidl mentre facevi spesa poraccia prima che tornasse lo stipendio.
Ora è il brano che hanno in comune nell’Ipod milioni di emarginati sociali con problemi di socializzazione intorno al globo.
E scusate, ma ditemi se è poco.
Journey: ringraziate.

 

7) Milow “Ayo Technology” (2009)
ORIGINALE: 50 Cent ft. Justin Timberlake (2007)

 

Milow è tipo la cotta che ti calcoli per un’estate, poi ti ha annoiato e allora chi s’è visto s’è visto.
Fatto sta che ce ne voleva di coraggio per prendere un brano tremendo come l’originale, prodotto da Timbaland – anch’esso allora al picco della fama – per 50 Cent (who?) e Justin Timberlake, che, con immensa poesia, racconta di come un uomo vorrebbe sbattersi la ragazza dal vivo, stanco della distanza che li separa e li obbliga a soddisfarsi con…la tecnologia.
Ecco: figuratevi che quando sta capa pelata ha imbracciato la chitarra e si è messo a canticchiarne una cover, è riuscito nell’impresa titanica di farci dimenticare per un attimo il testo imbarazzante e pensare “uh, che canzone caruccia!”.
O forse è che ancora l’inglese un po’ ci sfugge.
Che vi devo dì? Alla fine l’abbiamo fat
to schizzare in cima alle classifiche, e per un attimo di tempo le radio non hanno voluto trasmettere altro.

Qualcuno si ricorda di Milow? No.
Qualcuno si ricorda della sua cover di “Ayo Technology”? Tutti.
Devo aggiungere altro?

6) Pet Shop Boys “Always On My Mind” (1987)
ORIGINALE: Brenda Lee (1972)

Ma cosa avranno mai in comune la band simbolo per eccellenza della comunità omosessuale e la musica country?
E c’avete pure ragione: il country parla di donne, birra, trattori e furgoncini. Neanche un tacco 12, un’unghia finta o l’ombra di un Cosmopolitan: insomma, una noia mortale.
Rimane che, sebbene “Always On My Mind” dell’anonima Brenda Lee, l’avessero coverizzata tutti, da Elvis a Willie Nelson, uomini che il testosterone se lo magnavano a colazione, per renderla una hit mondiale ci volle, oltre un decennio dopo, la coppia di dj londinesi più rainbow della storia del pop.
Cosa avrete tra le mani? Nulla, se non un brano electropop che ancora ad oggi viene ricordato tra i brani simbolo della club music di fine anni ’80.
Tutto questo per dire: ah Gasparri, un po d’arcobaleno rende tutto più bello.
Nun ce credi? Chiedi ai critici musicali…

5) Mark Ronson & Amy Winehouse “Valerie” (2007)
ORIGINALE: The Zutons (2006)

Mo’ da quando ha imperversato in radio “Uptown Funk” tutti fan di Mark Ronson, ma quanti sanno che sto povero Cristo bazzicava sulla scena musicale già da oltre dieci anni?
Produttore musicale dietro le fortune di nomi da du spicci tipo Adele e Lily Allen, la sua più grande scoperta fu però – non me ne vogliano le altre – la compianta Amy Winehouse, con la quale scrisse a quattro mani pezzi di storia come “Rehab” e “Back To Black”.
E creatosi un bel gruppetto di amici fidati, nel 2007 tirò fuori un disco di cover in stile funk-motown intitolato “Version”, e non potendo inserire tutto il disco, opterò per il singolo più memorabile tirato fuori da questo gioiellino.
Dopo che Amy Winehouse ebbe prestato la sua voce a questa re-interpretazione, divenuta oggi un successo musicale amato un po’ da tutto il mondo per la sua freschezza e spontaneità, sfido ancora qualcuno a dire che si ricordi la versione originale dei “The Zutons”, ormai semplicemente anonima come il novanta per cento delle band indie rock d’Oltremanica.

4) Jeff Buckley “Hallelujah” (1994)
ORIGINALE: Leonard Cohen (1984)

Proprio come l’appena citata Amy, ci sono dei talenti musicali che se ne vanno via decisamente troppo presto.
E con “decisamente troppo presto” intendo dire a ventisette anni suonati. (Complottisti alla riscossa)
Vabbè: ringraziamo il grande Leonard Cohen per aver composto un brano tanto indimenticabile, ma facciamo un round di applausi di sette ore consecutive per il signorino Buckley, che a poco più di vent’anni tramutò un gran bel brano in oro zecchino.
Tra le canzoni che hanno fatto piangere intere generazioni, Jeff Buckley, cantando con voce strozzata il brano, si ritagliò automaticamente uno spazietto nella storia della musica, e forse neanche troppo coscientemente, per poi perdere la vita dopo aver pubblicato a malapena un disco.
La prova del nove? Ogni anno sono a decine che si cimentano nel riprovare a creare quella magia che Buckley riuscì a generare senza uno sforzo, un vocalizzo fuori posto o fronzoli strumentali: tanti, profondi buchi nell’acqua.

3) Whitney Houston “I Will Always Love You” (1992)
ORIGINALE: Dolly Parton (1974)

Questa è una di quelle canzoni che quando scopri che è una cover ti si scombussola l’universo. Oppure ti strappa un “ah sì?” annoiato e poi via, come se niente fosse. Ma allora non siamo amici.
Ancora più sorprendente, peraltro, è che l’originale fosse un modesto successo di Dolly Parton – per i meno colti, Dolly Parton sta al country come Madonna sta al pop – una che con la musica della Houston, già allora ampiamente riconosciuta tra le maggiori dive musicali della sua epoca, ci stava tipo broccoli a merenda.
Fatto sta che quando David Forster decise di produrre questa cover per il lancio di “Bodyguard – Guardia del Corpo” ri-arrangiando assieme alla Houston la canzone perché divenisse una perfetta ballad in stile R&B, non solo fece centro: vinse al lotto.
Se non la conoscete o siete sordi o avete meno di un anno di età, perché non solo è il singolo di un’artista femminile più venduto nella storia della musica, ma è semplicemente una roba immortale, che tutti hanno cantato almeno una volta, fosse circondati da Kleenex usati nella vostra cameretta dopo che il vostro primo fidanzatino vi ha lasciate/i, o dopo il terzo Negroni al karaoke sotto casa prima di stramazzare al suolo.
In entrambi i casi avete cantato di merda.
Premete dunque play, chiudete quella boccaccia, e lasciate che sia questa canzone senza tempo a parlare.
And IIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII……….

2) Gary Jules “Mad World” (2001)
ORIGINALE: Tears For Fears (1982)

C’è stato un momento nella vita di ogni adolescente della mia generazione in cui eri costretto a vedere “Donnie Darko” e a dire che era troppo figo anche se c’avevi capito meno che se t’avessero spiegato la teoria della relatività all’età di quattro anni.
Ma cosa non si fa pur di essere cool, eh?
Io faccio parte di quella grossa fetta di popolazione che per cavare fuori qualcosa da quel film si è cercata la spiegazione su internet. Faccio anche parte di quella fetta molto più ridotta che almeno lo ammette.
Una cosa, però, l’ho capita subito: che “Mad World” dovesse andare sul mio mp3.
Qualche tempo dopo ti arriva il wi-fi
a casa, e puoi perdere le tue giornate su un computer, così, nei primi pomeriggi dopo questa scoperta, ti passi in rassegna tutte le pagine di Wikipedia che ti vengono in mente senza che la mamma ti dica “devo usare il telefono, togli internet!”. A quel punto scopri che l’originale è dei Tears For Fears (ed è pure una gran bella canzone). Solo che nel tuo cuore c’è spazio per una sola “Mad World”.

Sarà quell’atmosfera mistica, quasi eterea che Gary Jules è riuscito a infondere nella sua versione, saranno i ricordi…sarà quel che vi pare: vince lui.

1,) Johnny Cash “Hurt” (2002)
ORIGINALE: Nine Inch Nails (1995)

Quando un mostro della musica decide di fare una cover di un tuo brano, qualcosa di buono devi pur averlo fatto. Solo che quando Johnny Cash annunciò che avrebbe registrato la sua versione di “Hurt”, controverso singolo della band Nine Inch Nails, non furono in pochi a storcere il naso: “Hurt” è un brano complesso, estremamente oscuro, che parla di autolesionismo, dipendenza da droghe e suicidio. Cosa avrebbe potuto cavarne fuori un uomo di sessanta e passa anni, estremamente religioso e simbolo vivente della musica statunitense?
Per l’appunto, Cash ne tira fuori l’esatto opposto: un testamento, uno sguardo malinconico ma mai frustrato a dei tempi andati, con tanto di video musicale da lacrime e singhiozzi, che molti ricordano come il gran finale di una carriera leggendaria che di lì a poco sarebbe giunta a termine per cause di forza maggiore.
Cash rapisce, racconta una storia, rallentato dalla malattia, ma ancora abbastanza forte da andare dritto al cuore dell’ascoltatore, emozionando come solo i migliori sanno fare.
Non è solo la migliore cover di tutti i tempi, ma anche un brano per il quale tutti dovrebbero fermarsi un attimo, ascoltare e emozionarsi almeno una volta nella vita.
Grazie Johnny Cash, per quello che, senza mezzi termini, è un vero capolavoro.


Hakim Ben Hamida

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