La sfida della legge 194 a 41 anni dalla sua promulgazione4 min read

Sara Tibido | 22-05-2019 | Attualità

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Il 22 maggio 1978 venne promulgata, sotto firma di Giovanni Leone, sesto Presidente della Repubblica italiana, la “Legge n. 194 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, meglio nota semplicemente come “Legge 194”. Prima di allora l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), in ogni sua forma, era considerata un reato dal Codice Penale italiano.

La 194 depenalizzò e disciplinò le modalità di accesso all’aborto rendendolo legale entro i primi novanta giorni, a tutte le donne alle quali la gravidanza e maternità avrebbe potuto comportare un serio motivo di pericolo per la salute fisica o psichica, in relazione allo stato di salute o alle condizioni economiche, sociali e familiari della donna in questione, nonché alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento o in previsione di malformazioni del bambino.

La legge riconosce la piena autonomia decisionale alla donna. Il padre del concepito non ha potere decisionale se la donna non lo consente: non può esaminare le varie alternative all’aborto o soluzioni che il consultorio o la struttura socio-sanitaria propone, né valutare le circostanze che determinino la richiesta di interruzione della gravidanza.

Dopo i primi 90 giorni, la legge riconosce possibilità di interruzione solo in caso in cui la gravidanza o il parto possano comportare un serio pericolo per la vita della donna o in caso in cui siano accertati “processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro” che potrebbero determinare qualche tipo di pericolo.

La Legge fu l’esito di una lunga battaglia condotta da persone quali Gianfranco Spadaccia, segretario del Partito Radicale, Adele Faccio, segretaria del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA), e della militante radicale Emma Bonino. La coronazione dei loro sforzi, a dimostrazione che una regolamentazione in tale ambito era necessaria, voluta e sentita, fu la conferma avuta dagli elettori nel referendum ad hoc del 17 maggio 1981.

Ad oggi, a 41anni dalla sua promulgazione, la 194, e la regolamentazione dell’aborto in generale, è ancora al centro di un dibattito molto vivo.

Secondo il Guttmacher Institute, un’organizzazione di ricerca che dal 1968 si occupa di studiare, educare e promuovere la salute e i diritti sessuali e riproduttivi, nel 2017 sono 60 i Paese del mondo che permettono un accesso libero e legale all’aborto, mentre sono 26 quelli che lo proibiscono totalmente. Solo il 37% delle donne in età fertile vive in paesi in cui l’aborto è permesso quasi senza divieti.

Movimenti di destra più o meno estrema, movimenti che si definiscono “pro-vita” e movimenti religiosi, si sono schierati apertamente contro l’aborto criminalizzandolo e richiedendo il ritiro di qualsiasi legge lo permetta facendo perno sulla tesi che vede il feto come forma di vita fin dal momento del concepimento.

Emblematico è il caso del XII Congresso Mondiale delle Famiglie, svoltosi a Verona lo scorso 29-31 marzo, che ha visto la partecipazione di associazioni, capi di stato, esponenti politici della destra cristiana e integralista di tutto il mondo, ma anche di ministri italiani quali Salvini, Fontana e Bussetti. Sono stati tre giorni in cui si è parlato di “famiglia naturale”, che non contempla le famiglie o le coppie omosessuali tra le “famiglie tradizionali”, che vuole la donna madre e moglie obbediente e silenziosa, di diritto alla vita, distribuendo feti di gomma in buste di plastica come gadget e chiedendo l’abolizione della leggi che permettono l’aborto..

Altro caso significativo è quello avvenuto recentemente in Alabama, in cui è stato approvato un disegno di legge che vieta l’interruzione volontaria di gravidanza in tutto lo Stato anche in caso di stupro o incesto. Il dottore o dottoressa che non si attiene alla legge rischia fino a 99 anni di detenzione.

Se quindi, nel 1978, si poteva parlare di progresso, si poteva pensare ad un’apertura di una società storicamente patriarcale e sperare in un progressivo processo di liberazione, emancipazione e piena determinazione della donna, oggi, nel 2019, forse si dovrebbe tornare a riflettere.

Dare per scontato vittorie e traguardi che fino a 41 anni fa non lo erano, dare per consolidati diritti ereditati, è qualcosa di veramente pericoloso. Occorre continuare a chiedersi costantemente quanto, in un mondo che cambia a ritmi estremamente veloci, certi diritti siano ancora tutelati. Occorre proteggere le conquiste ottenute fino ad ora e guardare avanti, per un continuo progresso, perché quello che abbiamo ereditato sia sempre un punto di partenza e mai di arrivo.


Sara Tibido

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