La Russia contro il Rap7 min read

Umberto Olivo | 28-01-2019 | Cultura

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Che la Russia non sia propriamente la nazione più liberale al mondo non è proprio un mistero: da anni la politica perseguita dall’attuale presidente Putin nei confronti dei giornalisti e della comunità LGBTQ+ ha posto sotto gli occhi di tutti come nella superpotenza a cavallo fra Asia ed Europa certe libertà e certi diritti, dati fin troppo per scontati altrove, praticamente non esistono, e nulla accenna per ora a migliorare. Di recente si è assistito ad un fenomeno analogo che ha colpito alcuni esponenti della musica rap russa, rei secondo le autorità di inveire contro il Cremlino o di consigliare stili di vita non proprio conformi con quelli considerati consoni in tale nazione: accuse che hanno comportato l’annullamento di svariati concerti, sia di rapper poco conosciuti che di vere e proprie star musicali. Il caso più eclatante è stato quello di Dimitry Kuznetsov, in arte Husky, che dopo aver protestato per l’annullamento di un suo concerto (l’accusa nei suoi confronti? Quella di aver promosso il cannibalismo per la frase “Ricorda quando moristi e mangiammo la tua carne”) è stato anche condannato ad un arresto di 4 giorni: un caso che ha destato così tanto scalpore che il Cremlino ha deciso di calmare le acque permettendogli di uscire di galera quasi immediatamente. Putin in persona ha commentato la vicenda, affermando che “se proprio il rap non può essere censurato è giusto quantomeno controllarne i contenuti”. Una visione sicuramente molto discutibile, ma che comunque non costituisce un caso isolato: fin dalla sua genesi il rap è sempre stato visto come un pericolo da certa politica, in quanto irruento, dissacrante, in grado di diffondere rabbie e frustrazioni e di esporre i sentimenti degli ultimi, di chi è dimenticato o addirittura osteggiato da certa politica. Del resto, lo scopo per cui il rap nasce è proprio questo: combattere per i propri diritti, far sentire la propria voce attraverso la musica, trasformare una rabbia distruttiva in una voce comprensibile a tutti: esso si rivelato fin dal primo momento come una vera e propria arma nelle mani dei neri d’America, che sfruttandola sono stati in grado di far capire quali fossero i loro disagi quotidiani e cosa bisognava ancora fare per garantire l’eguaglianza in un paese sempre più pieno di contraddizioni. Messaggi sociali ben precisi, ma anche un linguaggio crudo e diretto che può ricorrere a metafore ma anche colpire in maniera estremamente indelicata un bersaglio: questi aspetti hanno garantito un successo prorompente al rap fin dagli esordi, ma anche un enorme impegno sociale e politico per cercare di sopprimerlo, screditarlo, annientarlo. La classe politica a cui certi messaggi erano indirizzati, a cui conveniva mantenere certi privilegi a discapito di altri, hanno usato tutti i mezzi a loro disposizione per arginare il fenomeno, fallendo miserabilmente: il rap e l’hip-hop non sono diventati soltanto un modo di “cantare” e un genere musicale, ma anche una cultura, un modo di pensare; il fenomeno è arrivato a coinvolgere presto anche comunità diverse da quelle originali, a diventare un successo di massa.

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Negli anni contenuti e forme del rap sono cambiati, e quello che all’inizio poteva sembrare un fenomeno passeggero è diventato un nuovo baluardo della musica mondiale, producendo star intramontabili e celeberrime come Tupac, Nas e P.Diddy, ma come? Innanzitutto evolvendosi, uscendo dai suoi stessi stereotipi: all’inizio rap e hip-hop coincidevano, ma con l’esportazione in Europa ed America Latina si è iniziato a fare rap anche su musica dance, pop, raggaeton ecc; all’inizio era un genere soltanto per uomini, ma dalla seconda metà degli anni ’90 anche donne come Lil Kim, Lauryn Hill e Missy Elliott sono diventate celebrità grazie alla musica rap, aprendo la strada a molte altre future rapper; all’inizio tutti i rapper erano neri o mulatti, ma personalità come Eminem hanno dimostrato che il giusto tipo di talento può essere nelle vene di un membro di qualsiasi etnia; all’inizio il rap si poneva come alternativa al canto, come qualcosa di inconciliabile con esso, finché cantautori come Fergie o Chris Brown hanno dimostrato che se hai entrambi i talenti il pubblico ti porterà ai vertici delle classifiche sia come rapper che come cantante. Negli ultimi anni, infine, anche lo stereotipo del rapper uomo come macho etero ha iniziato a cedere, con la nascita dei primi rapper più o meno famosi dichiaratamente gay. Tutto ciò dimostra come il rap non sia in grado di farsi sentire soltanto su una tematica e farsi apprezzare soltanto da un tipo di pubblico: come tutte le forme d’arte che si rispettino, esso è in grado di evolversi e, viste le particolari energie che ne hanno determinato nascita ed evoluzione, il rischio per chi sta al potere è che esso possa dar voce a tutte le ingiustizie ed abbattere tutti i muri. Le caratteristiche del rap fanno per questo molta paura alla politica più conservatrice, e poco importa se con la commercializzazione del genere sono venute fuori così tante canzoni dalle tematiche più futili (talmente tante da far sembrare che di rap animato dai suoi sentimenti originali non esista più, quando in realtà per trovarlo basta scavare leggermente): il rap resta in grado di sperimentare con linguaggi forti che fanno paura a chi vuole mantenere un certo rigore, resta in grado di andare contro le solite convenzioni sociali in qualsiasi ambito, di scavare in tutti i tipi di ingiustizia ed esprimere tutti i tipi di emozione con linguaggi schietti ed originali. Chi fa questo tipo di musica non ha quasi mai paura di dire tutto ciò che pensa, non ha filtri e sa come diffondere un messaggio tramite le sue canzoni, che si tratti di qualcosa di socialmente impegnato o rivolto solo a chi vuole divertirsi. Certo, il modo di porsi del rap in quanto tale può non piacere, può trattarsi di una tipologia di fare musica non in grado di andare incontro ai gusti di tutti, ma la sua potenza ed importanza rimangono le medesime, e la sua storia lo rende comunque degno di rispetto.  Il problema probabilmente è lo stesso che si incontra in qualsiasi altro ambito: paesi che non conoscono spesso la propria storia, in cui ideali che hanno quasi portato alla distruzione della propria nazione vengono spesso riabbracciati come se niente, a maggior ragione non sono certo in grado di provare rispetto per le radici di fenomeni artistico-culturali, specialmente se nati altrove. È per questo che gran parte dell’opinione pubblica in Italia vede nei rapper una massa informe di idioti che vivono solo per il fumo ed il divertimento, e c’è ragione per pensare che purtroppo sia così anche altrove, nonché perfino fra alcuni puritani d’America, che eppure dopo decenni dovrebbero aver capito le potenzialità di questo mezzo d’espressione, come esso sia in grado di denunciare certe ingiustizie, certi soprusi. È forse il caso di pensare che qualcuno odi il rap proprio perché conscio di questo? Perché vorrebbe conservare privilegi a discapito di altri, e sa che i rapper gli sono tuttora in buona parte nemici della loro ideologia? Probabilmente si, e questo spiega perché tuttora certa politica voglia fare di tutto che quanto accaduto in USA ieri non si ripeta altrove oggi, che l’ordine tanto agognato non sia abbattuto dallo tsunami in barre anche altrove. Quanto sta accadendo in Russia dovrebbe far indignare non solo gli amanti della musica, ma tutti gli amanti della libertà d’espressione in generale, coloro che sanno che ciascuna persona dovrebbe avere il diritto di esprimere i suoi sentimenti senza offendere il prossimo, soprattutto attraverso l’arte. Una cosa, comunque, è certa: nessun pugno di ferro sarà mai in grado di arrestare completamente una rivoluzione, anzi spesso certi atteggiamenti ne accrescono addirittura la popolarità. Che la Russia stia attenta da questo punto di vista, perché la fine di un eccessivo controllo della società da parte della politica può passare proprio per l’arte, per la musica, per il rap.


Umberto Olivo

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