LA ROSA BIANCA3 min read

Sara Tibido | 25-02-2019 | Cultura

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18 febbraio 1943, all’ Università Ludwig Maximilian di Monaco sono appena terminate le lezioni e gli studenti si apprestano lentamente ad uscire dalle aule. In giro, pronta e determinata, c’è già la giovane Sophie Scholl: sale in cima alle scale dell’atrio e attende, attende l’uscita dei suoi coetanei, attende che la sala sottostante si riempi.
Ma cosa stava per fare la giovane 21enne? Per capirlo bisogna tornare un po’indietro nel tempo.
Sophie Scholl (9 maggio 1921, Forchtenberg) era una ragazza riservata e silenziosa, con una mente critica ma estremamente amante della vita nonostante i tempi bui nei quali si trovava a vivere. Era fortemente legata al fratello maggiore Hans (22 settembre 1918) e quando questi, nel novembre 1937, fu arrestato e tenuto in stato di fermo dai nazisti, ella ebbe il primo drammatico impatto con la crudeltà del regime.
Di formazione luterani, si avvicinarono al cattolicesimo e ne appresero gli insegnamenti mediante la lettura del Vangelo e di pensatori e filosofi quali Sant’Agostino.
Ben presto i due giovani iniziarono ad unire la loro forte disapprovazione nei confronti del regime nazista ai valori e agli insegnamenti della religione: credevano nell’idea di un’Europa federale che aderisse ai principi cristiani della tolleranza e della giustizia. Guidati da questi ideali, nel giugno 1942, i due fratelli, insieme agli amici Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti studenti poco più che ventenni, fondarono il gruppo della “Rosa Bianca”.
I giovani, aiutati anche dal professore Kurt Huber, si proponevano di attuare un’opposizione non violenta nei confronti del regime nazista attraverso scritte di slogan anti-hitleriani e la stampa e diffusione segreta di volantini con un contenuto che avrebbe dovuto risvegliare la coscienza delle persone e spingerle ad unirsi alla loro resistenza pacifica.
Sophie Scholl, quel 18 febbraio in cima alle scale dell’atrio, aveva con sé alcuni di quei volantini, il sesto da loro ideato, scritto e pronto ad essere diffuso.
La giovane aspettò che la sala si riempì, tirò fuori dallo zaino i volantini e li lanciò di sotto. Sapeva che il suo era un atto di non ritorno, sapeva che era l’ultima sua azione, ma non si tirò indietro, lanciò fino all’ultimo foglio e sperò, con tutta sé stessa, nella coscienza dei suoi coetanei, dei suoi compagni di corso che fino al giorno prima sedevano accanto a lei a lezione.
Sophie, Hans e Christoph furono però individuati da un bidello che li segnalò alla polizia del regime. Arrestati, i fratelli si assunsero la piena responsabilità di tutto nella vana speranza di salvare l’amico e gli altri membri. La Gestapo, nel tentativo di ottenere informazioni, interrogò e torturò per quattro giorni, dal 18 al 21 febbraio 1943, la giovane che comunque si rifiutò di fare nomi ma, anzi, rivendicava come suoi tutti i gesti della quale veniva accusata.
I due fratelli furono i primi ad essere processati, il 22 febbraio 1943, dal “Tribunale del Popolo”. Furono reputati colpevoli e condannati a morte mediante decapitazione il giorno stesso.
“Come possiamo aspettarci che la giustizia prevalga quando non c’è quasi nessuno disposto a dare sé stesso individualmente per una giusta causa? È una giornata di sole così bella, e devo andare, ma che importa la mia morte se attraverso di noi migliaia di persone sono risvegliate e suscitate all’azione?”. Queste furono le ultime parole di Sophie Scholl. A lei, giovane studentessa che credeva fortemente nell’istruzione, nella capacità del sapere di risvegliare la coscienza umana, il 12 aprile 2011, fu dedicato un albero e un cippo al Giardino dei Giusti di tutto il Mondo di Milano.


Sara Tibido

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