La questione mediorientale al tramonto di *Daesh*4 min read

Francesco Pisanò | 24-09-2017 | Attualità - Internazionale

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Sono due le dinamiche che, più di tutte, ci aiutano a capire le difficili situazioni che si andranno a creare nei prossimi mesi nella regione mediorientale.

La prima è la vittoria di Bashar Al-Assad. Le truppe fedeli al regime siriano stanno avanzando nel silenzio generale, praticamente ponendo un punto alle ambizioni territoriali ribelli e nemiche. Una situazione, sicuramente, aiutata dal disinteresse americano e dall’incapacità europea di attuare una politiche estera comune, soprattutto nel proprio backyard. Come in Libia, l’Europa si è dimostrata non all’altezza della situazione, stretta nella morsa di interne dispute e forti sentimenti anti-comunitari, e con scarsa volontà di ritrovarsi di nuovo impantanata in un conflitto senza fine.
La Turchia, che da subito ha appoggiato i ribelli sunniti in funzione anti-Assad (anche tentando di ingraziarsi gli alleati occidentali e riscattarsi agli occhi dei partner NATO dopo il suo così tardivo intervento in Libia), ha visto la sua “politica di buon vicinato” sgretolarsi. Ankara non solo non è riuscita a riguadagnare influenza in Medioriente, ma le sue ultime decisioni in materia di politica interna hanno arenato completamente la possibilità di un’Europa a 28 Stati (senza Gran Bretagna ma con la Turchia). I negoziati per l’entrata di Ankara si possono considerare, anche se non ancora ufficialmente, chiusi.

La seconda dinamica riguarda il Califfato.La caduta dello Stato Islamico non porterà ad una pacificazione dell’area mediorientale. Questa constatazione sfugge ai molti ed è figlia di un’unica interpretazione: l’idea base che con la fine della minaccia jihadista in Siria (almeno in maniera formale) i problemi nell’area finiscano.

Potenzialmente, il crollo del Califfato potrebbe portare ad un ulteriore scossa di insicurezza ed incertezza, e non solo nella regione MENA.

Questo non solo per via dei numerosi foreign fighters che difficilmente abbandoneranno l’indole terrorista e deporranno le armi. Questi combattenti, disillusi dalla guerra e rancorosi contro un mondo che ha combattuto (quasi) completamente compatto contro di loro, tenderanno a disperdersi nei paesi confinanti o a tornare nei propri paesi d’appartenenza, minacciando una nuova ondata di violenza negli Stati in questione.

Quest’eventualità potrebbe riguardare anche l’Europa, considerando i numerosi soldati con cittadinanza italiana, francese o britannica.

Dall’altra, la scomparsa del Califfato, rafforza la leadership d’Assad e decreta la vittoria di un determinato schieramento in questione, quello fedele al regime di Damasco. Un Iran più potente ed influente in Siria potrebbe alterare i già difficili rapporti con i vicini del Golfo, anche in luce della percezione che essi potrebbero avere della rinnovata aggressiva politica estera del Colosso geopolitico.

Un Iran più potente isolerebbe gli alleati occidentali più importanti (Turchia e Arabia Saudita in primis), e potrebbe portare ad un’aumento dell’insicurezza a livello regionale (prendiamo d’esempio la situazione israeliana e come Tel Aviv potrebbe rispondere a queste minacce).

D’altro canto, c’è la questione curda. Le milizie del PKK (e non solo) hanno combattuto a fianco della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico. Inizialmente, probabilmente, per una questione di sopravvivenza. Nessuno vuol vedere sventolare la bandiera nera di Daesh a pochi chilometri dai propri confini.

Ultimamente, però, sono subentrati interessi maggiori, volti principalmente a sfruttare una situazione favorevole per riportare alla ribalta internazionale una questione che molti, spesso, tendono a dimenticare: l’indipendenza del Kurdistan.

Lunedì 25 settembre ci sarà un referendum nel Nord dell’Iraq osteggiato da Ankara, Teheran e Baghdad, ma che molto potrebbe significare per le sorti della regione. Anche se non vincolante, il risultato positivo di questo referendum potrebbe essere l’inizio di un processo di indipendenza che le popolazioni curde stanno cercando da decenni.

Questo non avrebbe solo ripercussioni interne, ma anche esterne. L’avvio di un scontro interno in Turchia (cosa in realtà già in corso da qualche anno) è soltanto una delle principali conseguenze.

La caduta dello Stato Islamico potrebbe portare,dunque, contrariamente a quello che molti pensano, ad un’inasprirsi delle tensioni nell’area. Tutto ciò, fondamentalmente, trova radici anche (e soprattutto) nel disinteresse americano ed europeo nell’area.

Con Brussels impegnata in diatribe interne (come la situazione migratoria e l’onda di anti-europeismo, sfociata nella Brexit) e la crisi finanziaria, e i nuovi Stati Uniti isolazionisti di Donald Trump, l’Occidente vedrà calare la propria influenza nell’area in maniera sempre maggiore, questo a scapito dei propri alleati nella regione, e a rafforzamento dei propri nemici.

In conclusione, il fenomeno dello Stato Islamico ha principalmente causato delle ripercussioni fondamentali nello scenario internazionale e promette di influenzare il panorama regionale/internazionale anche dopo la sua caduta. Le rinnovate politiche indipendentiste curde (spinte da un importante ruolo delle milizie del PKK, e non solo, contro Daesh), le fallimentari strategie turche e le ripercussioni nella giù presente Guerra Fredda tra Riyadh e Teheran, porteranno la regione mediorientale sull’orlo del conflitto, anche quando anche l’ultimo stronghold jihadista cadrà.

Pensare alla fine della guerra siriana, come la fine delle problematiche mediorientali è come pensare alla elezione di Macron come alla fine dell’euro-scetticismo. Il problema è presente, le incertezze ci sono, e i numerosi appuntamenti internazionali dei prossimi mesi (primo tra tutti il referendum curdo), non lasciano intravedere alcun possibile miglioramento.


Francesco Pisanò

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