La grande nobiltà di un piccolo uomo5 min read

Amministratore | 28-02-2015 | Cultura

Qualche giorno fa, del tutto casualmente, d’istinto e senza un perché, ho sentito il bisogno di fare di nuovo amicizia con una di quelle letture semplici e così generose a cui non si può non voler bene. Mi riferisco al piccolo grande capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, nascosto fra i libri preziosi che prima ti leggeva tua mamma e che poi hai cominciato ad esplorare da solo con l’entusiasmo di un bambino che scopre che anche lui può associare ad ogni simbolo sulla carta stampata un mondo di parole e di storie meravigliose. Quel piacere innato che si prova nella scoperta e che è necessariamente anche piacere per la lettura. Sarebbe allora da chiedersi perché crescendo molti non ne ricordano la reale sensazione e, pur leggendo, non provano più la stessa seduzione.

Risfogliando il Piccolo Principe a distanza di più di un decennio di certo ho perso l’incanto di bambina, ma mi sorprendo nello scoprire l’universo che si racchiude dentro poche pagine. Credo che andrebbe letto ad ogni età, almeno dieci volte nella vita per azzardare un numero. Non è in fondo un grande sforzo mettere da parte al massimo per un paio d’ore la diligenza e il disincanto del lavoro quotidiano. Ognuna di queste dieci volte ci sembrerà di leggere qualcosa di nuovo, di trovare un significato in più.

La potenza di un testo così breve sta proprio nell’essere in fondo così infinitamente vasto e mi ritrovo a credere che in realtà un’impaginazione che sembra rivolta ad un pubblico di piccoli lettori, lettere grandi e immagini teneramente infantili, nasconda un altro scopo che è quello di dare maggior spazio e libertà ai pensieri e all’immaginazione di tutti. A sei anni, come a venti, a quaranta e ad ottant’anni, daremo al testo un interpretazione diversa, ma allo stesso modo proveremo gioia e ci sentiremo cambiati. Nessuna di queste riletture però dovrebbe dimenticare mai la prima, la più semplice, la meno seria, la meno rigida e rigorosa, ma di certo la più autentica e vera. Quella verità che più cresciamo e più dimentichiamo, condizionati dal dovere, dal potere, dal possesso, dal rimpianto, dal rimorso.

Non cedo alla tentazione di attualizzare un libro che potrebbe essere facilmente utilizzato per un’interpretazione della realtà in cui viviamo, ma anche quella di ogni tempo, semplicemente perché è storia di vita, è storia dell’uomo. Voglio invece parlare con la bocca e gli occhi di un bambino, senza ulteriori spiegazioni. A ciascuno la possibilità di guardare oltre quegli occhi che sono il filtro più puro e trasparente.

Il narratore-pilota è facile credere sia lo stesso autore, perso nel deserto per un’avaria al motore. Si imbatte in un esserino che della solitudine non ha paura, la sua saggezza primitiva gli tiene compagnia. È il Piccolo Principe che pian piano racconta il suo viaggio. Il pilota così intento ad aggiustare il suo aeroplano a piccoli passi saprà volergli bene e capire qualcosa della sua piccola vita saggia e malinconica. Il Principino vive da solo su di un’asteroide così piccina che con brevi spostamenti può assistere a tanti di quei tramonti da tenergli compagnia nei momenti tristi. Quando il pilota era bambino non capiva perché i grandi non comprendessero il disegno di un boa che ha inghiottito un elefante, i grandi sono così, le cose acquistano importanza solo quando sono evidenti ed hanno a che fare con cifre e conti.

Il Piccolo Principe però è un bambino e forse lo sarà in eterno, per lui la linea rigonfiata al centro disegnata dal pilota è chiaramente un boa che ha inghiottito un elefante, così come quella scatolina con due buchi è la pecora migliore che possa essere disegnata, il contenitore è perfetto a proteggere l’animale che sta dentro ma non si vede. “L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Il Principino un giorno ha lasciato il suo asteroide e la rosa di cui si prendeva cura amorevolmente come se fosse l’unico essere nell’universo ed è andato alla scoperta della vita. Durante il suo cammino di pianeta in pianeta incontra un re che per esistere ha bisogno di comandare anche se non ha nessuno su cui farlo; un ubriacone che beve per dimenticare di bere; un vanitoso appagato solo dal compiacimento altrui; un uomo d’affari che passa e ripassa il suo tempo a contare le stelle dicendo di possederle solo per il semplice fatto di sentirsi ricco; un lampionaio che esegue diligentemente il suo compito di accendere e spegnere il suo lampione anche se la rotazione sempre più veloce del pianeta lo costringe a farlo una volta al minuto esclamando ogni volta “buongiorno” “buonasera”… ciò che lo distingue dagli altri nel suo folle senso del dovere è di non pensare solo a se stesso; un geografo che si crogiola nell’ignoranza, non avendo nessun esploratore su cui basare il suo lavoro. Il bambino non riesce proprio a comprendere perché quest’ultimo personaggio non possa ricercare egli stesso quello che gli serve. Le domande che rivolge ad ognuno dei personaggi sono di una banalità tale da rimanere sconcertati nel considerare che in realtà non ci avevamo neanche pensato. Il principino giunge allora sulla Terra. Nel deserto tutto è arido e di uomini non se ne vedono, parla con l’eco delle sue parole e poi si imbatte in un giardino con tante rose, un oggetto non così raro come la sua voleva fargli credere. Sarà la volpe però a fargli capire quanto la sua rosa pur se non unica sia effettivamente importante e ad insegnargli cosa vuol dire addomesticare.

Il pilota oramai ha capito quanto quell’ometto sia speciale, solo quel bambino può trovare una fonte d’acqua nel deserto, come fosse un miraggio. Il Piccolo Principe sa anche che staccarsi dal corpo non è un male e non avrà paura quando si farà mordere da un serpente per tornare dalla sua rosa di cui solo ora sente veramente la mancanza. Il corpo del principino non sarà più ritrovato come non sarà più ritrovato il corpo e il veicolo del suo disegnatore qualche mese dopo la pubblicazione del libro nel 1944. Saint-Exupéry era ormai troppo vecchio per volare, ma non poteva vivere senza volare.


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