La crisi umanitaria in Yemen e le responsabilità italiane4 min read

Alessio Lanfaloni | 24-11-2017 | Attualità - Internazionale

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La più grave crisi umanitaria al mondo: così Unicef, Oms e Wfp denunciano la situazione critica in Yemen, caratterizzata da denutrizione e una epidemia di colera, due flagelli che colpiscono sopratutto i bambini. I numeri dicono che l’80% dei bambini in Yemen ha bisogno immediato di assistenza umanitaria e sono stati rilevati 400 mila casi di colera.

Come siamo arrivati a questo punto?

In Yemen è in corso una guerra civile dimenticata, iniziata nel 2015 tra le fazione sciita Huthi e il governo di Hadi. Lo scenario si è complicato nel momento che è intervenuta una coalizione guidata dall’Arabia Saudita a sostegno del governo di Hadi, sunnita come la monarchia saudita. Gli attacchi aerei della coalizione sunnita hanno colpito obiettivi civili come ospedali e mercati oppure infrastrutture come strade e acquedotti. Questo sta causando la crisi umanitaria e sanitaria presentata all’inizio dell’articolo, oltre migliaia di morti di cui 5 su 10 civili.
Le organizzazioni umanitarie sul posto, come Oxfam, denunciano blocchi portuali con i quali si impedisce l’arrivo di aiuti umanitari alla popolazione Huthi. Lo storico e giornalista Vijay Prashad ha definito questa strategia un “assedio medievale”, irrispettoso dei diritti umani.
Il Panel of Experts ONU ha denunciato ufficialmente la violazione del diritto umanitario internazionale da parte di entrambe le fazioni con una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio di Sicurezza datata 27 gennaio 2017.

Le responsabilità dell’Italia.

Noi italiani siamo responsabili in questo conflitto. In primo luogo produciamo e vendiamo sistemi d’arma alla coalizione saudita. Ricordo il contratto da 8 miliardi di euro per 28 Eurofighter della Leonardo (ex Finmeccanica) al Kuwait, uno degli alleati dei sauditi nella guerra yemenita. Ma un’altra commessa è stata motivo di scandalo: un contratto da 411 milioni di euro di bombe prodotte nel Sulcis, nelle città di Iglesias e Domusnovas. Quando un carico di bombe viene autorizzato dal Ministero degli Esteri per essere esportato non viene pubblicato il mittente, ma solo l’area geografica (in questo caso il MENA – Middle East and North Africa). Caso ha voluto che alcune bombe rimasero inesplose e dalle fotografie del numero di serie fatte da Ole Solvang, un ricercatore della ONG Human Rights Watch, si è risaliti alla fabbrica della RWM – Rheinmetall con sede in Sardegna.
Nel silenzio dei media tradizionali, il quotidiano on-line “Il Post” traduce e pubblica una inchiesta, a giugno 2015, del sito reported.ly, basata sul materiale sottratto ai sauditi da un gruppo di hacker che si fa chiamare “Yemen Cyber Army”. A novembre l’onorevole Mauro Pili, parlamentare ed ex presidente della regione Sardegna, denuncia l’invio di altre mille bombe documentando il fatto. A marzo 2016 i giovani del Movimento dei Focolari portano il tema in parlamento chiedendo di bloccare l’export verso l’Arabia Saudita attraverso l’applicazione della legge 185/90, senza successo. Nel frattempo Amnesty, Oxfam e Rete Disarmo producono materiale sul tema e fanno pressione sul Parlamento Europeo per un embargo europeo sulle armi verso la coalizione saudita protagonista di violazione del diritto umanitario internazionale, la cui certificazione da parte dell’ONU arriva quasi un anno dopo. Il parlamento fu favorevole all’embargo ma Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, non ha reso la posizione del parlamento una scelta politica vincolante. Questa è la seconda responsabilità italiana nella tragedia yemenita.
La terza responsabilità italiana è rappresentata dall’inviato speciale dell’Italia per lo Yemen Gianfranco Petruzzella che ha il ruolo di coadiuvare la risoluzione del conflitto in modo non armato.
Il nodo cruciale è negli interessi che l’Italia ha nel vendere sistemi d’arma che alimentano il conflitto. Come possiamo essere considerati arbitri credibili se abbiamo commesse da milioni di euro in armi?
Stiamo contribuendo a una delle peggiori tragedie al mondo e al tempo stesso perdendo credibilità a livello internazionale. Tutto questo nel silenzio dei media tradizionali.

Il disarmo possibile.

La locandina dell’iniziativa in programma giovedì 30 alle 18 presso la biblioteca S. Matteo degli Armeni di Perugia

Il 30 novembre si terrà a Perugia un convegno per denunciare, insieme alla sezione perugina di Amnesty, la tragedia yemenita.
Il Movimento dei Focolari sta mettendo in discussione una economia basta sulla produzione e la vendita di armi. Come si può parlare di pace se continuiamo a produrre e vendere armi? Un commercio di morte che negli ultimi anni è incrementato velocemente (+60% nel periodo 2000-2015) non riducendo, contestualmente, la sicurezza e i conflitti nel mondo. Questo trend è stato preceduto e accompagnato da politiche industriali di un certo tipo, che hanno favorito il proliferare dell’industria bellica.
Ad esempio la fabbrica di Iglesias-Domusnovas produceva esplosivo per miniere, e fu convertita in fabbrica di bombe nel 2001, sovvenzionata da fondi pubblici.
Senza rendercene conto anche nella nostra regione stanno trasformando industrie civili in industrie belliche con il ricatto “pane o bombe” dovuto alla situazione economica drammatica che stiamo vivendo con la chiusura di importanti industrie.
La conversione avviene nel silenzio senza interpellare l’opinione pubblica, eppure la politica industriale di un territorio dovrebbe essere aperta alla discussione pubblica perché attraverso l’indotto modifica il lavoro di molte più persone rispetto ai lavoratori della singola impresa bellica. Conoscere la situazione di Iglesias, solidarizzare con la città sarda, è utile a creare quegli anticorpi civili capaci di favorire il lavoro libero, creativo, partecipativo, solidale.


Alessio Lanfaloni

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