LA CITTADELLA DEI PAZZI DI PERUGIA7 min read

Letizia Fiorelli | 21-08-2016 | Cultura

immagine LA CITTADELLA DEI PAZZI DI PERUGIA7 min read

di Letizia Fiorelli

Vorrei raccontarvi una storia che, probabilmente, in pochi conosceranno; ha origine a Perugia, antica città di origine etrusca, che nel corso dei secoli ha vissuto molteplici storie tra cui quella travagliata de “la cittadella dei pazzi”. L’area in cui si trovava la struttura è quella compresa tra la galleria Kennedy e l’ex ospedale del quartiere di Monteluce; appena venne chiusa, i padiglioni e i loro annessi vennero abbandonati, ma tra gli anni ’80 e ’90 vennero ristrutturati e adibiti come sedi di scuole, università e centri di salute e sono tuttora utilizzati come tali.

Il manicomio di Perugia nasce nel 1824 dopo la presa d’atto del Cardinale Rivarola circa le pessime condizioni dei malati di mente all’ospizio di Borgo di Fontenovo e la conseguente decisione di allestire ad ospedale psichiatrico il monastero delle suore benedettine di Santa Margherita. Questo inizialmente era fornito di un laboratorio di analisi e di un padiglione diviso in sezioni maschili e femminili chiamato “Casa Centrale”. In seguito all’aumento dei ricoverati e delle precarie condizioni edili, la struttura venne modificata ed ampliata; i lavori partirono dalla sopraelevazione dei dormitori al fine di aumentare i posti letto e con la costruzione di un viale che portava direttamente all’entrata del blocco centrale. Dal 1884 al 1886 venne acquistata la villa del barone Della Penna, chiamata in seguito “Villa Massari”, in cui venne inserita la sezione femminile delle malate “rettanti”; invece l’ex convento dei frati cappuccini venne utilizzato come sezione delle malate considerate “tranquille” e chiamato “Padiglione Bonucci”. Questi primi lavori portarono alla costruzione di due strutture tra di loro separate in base alle funzioni che si svolgevano all’interno; la prima comprendeva la Casa Centrale, la Succursale e il Padiglione Andreani in cui erano ricoverati 454 malati tra uomini e donne, nella seconda struttura invece erano compresi le ville Massari, Favarone e Bonucci che ne ospitavano 280. Nel 1901 la Congregazione Caritatevole cedette la struttura manicomiale all’amministrazione provinciale di Perugia.

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Degenza uomini – immagine tratta dal sito http://www.dentrolepropriemura.com/gallery/

Fin dall’inizio l’amministrazione provinciale si concentrò sulla sicurezza dei pazienti stabilendo un numero massimo di 400 persone per reparto, per poi portarlo a 800, dividendo i pazienti per sesso e malattia mentale, ed apportando alcune modifiche alle costruzioni già esistenti: pareti e soffitti vennero ridipinti, pavimenti e finestre aggiustati mentre vennero installati gli impianti di condizionamento e di riscaldamento. Il progetto continuò con la divisione del reparto femminile in sei sezioni: pazienti in attesa di assegnazione, acute sanabili, acute insanabili, epilettiche, agitate e sotto osservazione. Per la sezione maschile si era pensato di modificare la Casa Centrale in cui potevano alloggiare pazienti meno gravi e di inserire i malati epilettici e senili nella Succursale. I padiglioni erano forniti di materiale sanitario e di impianti elettrici all’avanguardia, ma anche all’esterno venne posta la stessa attenzione dell’interno; per le ringhiere e le inferriate venne utilizzato il ferro battuto e le pareti esterne delle strutture vennero decorate da motivi uniformi e naturali che resero ancora di più l’idea di villaggio. L’architetto che progettò le modifiche fece in modo di rendere autosufficiente il manicomio suddividendolo in sezioni pensate per il lavoro, lo svago, il culto ed aree dedicate al personale ospedaliero, fornendo alcuni servizi principali come una navetta che dall’inizio del viale portava all’ingresso dell’edificio principale. Era stata creata insomma una vera e propria “cittadella dei pazzi”.

Nel 1911 l’architetto venne sostituito dall’ingegnere Rimini che portò a termine i lavori iniziati dal suo predecessore e nel frattempo ne incominciò di nuovi. Per la sezione maschile venne abbattuta la Casa Centrale e al suo posto di costruito il padiglione Agostini per i “malati criminali agitati” con a fianco la camera mortuaria; vennero inoltre costruiti padiglioni per separare i pazienti sotto osservazione da quelli agitati, semiagitati e da quelli sotto sorveglianza continua. Per la sezione femminile vennero ideate delle guardiole per il padiglione Santi, che avrebbe ospitato pazienti sotto osservazione, al padiglione Zurli vennero destinate le acute guaribili, infine al padiglione Neri le pazienti epilettiche. Tutti i padiglioni all’interno erano forniti di cucine autonome, ma sotto consiglio del direttore vennero tolte e venne lasciata solo quella nel reparto maschile a cui tutti i residenti degli altri padiglioni potevano accedere solamente durante le ore dei pasti tramite la navetta esterna. I pasti venivano serviti alle 8, alle 12 e alle 16:30, ma gli orari potevano variare perché il servizio era concepito in funzione delle esigenze dei lavoratori, non dei pazienti, i quali mantenevano un rapporto ansioso nei confronti del cibo. C’era molta disuguaglianza tra gli operatori e i malati: ad esempio, i cuochi dovevano preparare due tipologie di pasti diverse, ai lavoratori venivano servite zuppe con carne di ottima qualità, al contrario ai degenti venivano propinate zuppe preparate con gli scarti degli animali.

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Ospedale neuropsichiatrico provinciale Santa Margherita, giardino interno del padiglione – immagine tratta dal sito http://www.dentrolepropriemura.com/gallery/

Sin dalla sua inaugurazione, l’ospedale era considerato dalla popolazione perugina come un posto malagevole e scabroso; quasi nessuno sapeva esattamente cosa succedesse al suo interno, quindi l’opinione diffusa in città era semplicemente basata su supposizioni e pettegolezzi. Per il timore del giudizio della “gente” e venire etichettati come la “madre del pazzo” o il “fratello dello sbandato”, era uso comune, per i familiari di soggetti afflitti da disturbi mentali, abbandonare i propri “cari” nel cuore della notte sull’uscio dell’ingresso principale.

Con il sopraggiungere della seconda guerra mondiale l’ospedale venne in parte chiuso a causa dei bombardamenti tedeschi che lo colpirono. Questa fu occasione per il direttore Agostini di rendersi conto della scomodità data dalla lontanza dei diversi padiglioni, pertanto fu deciso di congiungere nel reparto femminile tutte le funzioni dell’ospedale cedendo la parte maschile alle scuole.

Finita la guerra incominciarono le ristrutturazioni del Nuovo Ospedale Neuropsichiatrico Provinciale che diventò un edificio unico e frammentato in diversi bracci destinati ognuno a funzioni differenti. La parte centrale venne destinata ai malati acuti che necessitavano di trattamenti celeri e si collegava ai corpi più piccoli destinati alle cure ausiliari residenti in Via Enrico del Pozzo, oggi Centro Linguistico d’Ateneo; il padiglione Bonucci venne ampliato ed aumentarono i posti letto per i pazienti del padiglione Bellissari, oggi Istituto Tecnico per Geometri. A causa dell’abbandono di numerosi bambini alle porte dell’ospedale fu creato un nuovo reparto diurno chiamato “Neuropsichiatria Infantile” che restava aperto solo 8 ore al giorno.

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L’ex padiglione Agostini (1924), attuale sede dell’Università per gli Stranieri – immagine tratta dal sito http://www.spazidellafollia.eu/it/fotografie/pg436

All’inizio degli anni ’60 Perugia diventò la prima realtà in Italia a concentrarsi esclusivamente sul paziente migliorando le tecniche di cura delle malattie mentali. I vecchi trattamenti come elettroshock, lobotomia, cura insulinica e la tecnica del sonno prolungato vennero definitivamente eliminati e sostituiti da nuovi psicofarmaci che calmavano il malato senza l’aiuto della camicia di forza. Il rapporto operatore-paziente migliorò, gli infermieri bruciarono i loro camici per dimostrare che non esistevano più barriere fisiche e mentali tra loro e il paziente, durante i pasti non vigeva più il principio di autorità, si cenava o pranzava tutti insieme e senza bisogno di preparare pasti differenti. Il direttore e la provincia erano molto fieri dei cambiamenti apportati all’ospedale tanto da volere rompere l’isolamento tra la cittadella dei pazzi e Perugia, decidendo di aprire le porte dell’ospedale ai perugini per dimostrare che il paziente non è una persona pericolosa, ma può essere d’aiuto o di supporto. Queste nuove convinzioni trovarono compimento con l’organizzazione di assemblee pubbliche, durante le quali i pazienti esternavano le loro esigenze con la certezza che queste non rimanessero mai più inascoltate. Questa esperienza si rivelò fondamentale per il paziente e il cittadino perché dimostrò ad entrambe le parti che l’ospedale erano fondato su tolleranza, comprensione ed ascolto. Nel 1974 Perugia vinse un altro primato; infatti fu la prima città ad aver approvato la regolamentazione dei Centri di Igene Mentali. Questa vittoria durò però solo quattro anni, in quanto nel 1978 venne approvata la legge 180 che prevedeva la riduzione di terapie farmaceutiche sui pazienti, provocando così la chiusura dell’Ospedale Neuropsichiatrico di Perugia. Tuttavia i pazienti non vennero lasciati al loro destino, ma furono affidati alle Unità Sanitarie Locali.

Per ulteriori approfondimenti, consigliamo la visione del documentario “Dentro le proprie mura”

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