La Cina è vicina? Una breve considerazione6 min read

Alessio Smacchi | 24-08-2015 | Internazionale

Quali sono le motivazioni che hanno spinto la Cina alla svalutazione?

1) Prima motivazione: Il rilancio delle esportazioni. La loro diminuzione avrebbe indotto Pechino a fornire un aiutino rendendole più competitive. Un aiutino, però, poiché con il 4% non si ottengono grossi risultati. A giudizio di molti esperti, solo una svalutazione intorno al 10% sarebbe stata incisiva, ma avrebbe messo la Cina in una posizione facilmente criticabile sul piano politico internazionale in un momento in cui si cerca di dare sostanza alla ripresa globale e di allontanare la deflazione che un calo dei prezzi dei prodotti cinesi avrebbe invece rafforzato. È però vero che, solo nell’ultimo anno, lo yuan si era apprezzato del 15% e un riallineamento, di fronte al calo dell’export, era prevedibile. I dirigenti cinesi hanno sostenuto la tesi dell’aggiustamento del livello del cambio e si sono affidati al giudizio dei mercati che, dopo una prima ondata di panico, si sono assestati, prendendo per buone le dichiarazioni della Banca centrale cinese.

2) Seconda motivazione: Accreditare la Cina come paese economicamente e commercialmente affidabile cui non si può negare la patente di “economia di mercato”, finora negata per il peso eccessivo dello Stato nell’industria e nel sistema bancario, e soprattutto ottenere il riconoscimento dello yuan come moneta di riserva a fianco del dollaro, dell’euro, della sterlina e dello yen giapponese. Ciò aumenterebbe il peso della Cina all’interno del Fondo Monetario Internazionale, dove attualmente conta per meno del 4%, e le eviterebbe di essere rinchiusa in una area-yuan senza prospettive se gli Stati Uniti riuscissero a concludere gli accordi di libero scambio attraverso l’Atlantico (Ttip) e il Pacifico (Tpa).

3) Terza motivazione: Strategia globale della Cina verso gli Stati Uniti, consistente nel mettere in difficoltà la manovra di Washington imperniata sulla conclusione dei due trattati di libero scambio, quello attraverso l’Atlantico, con la Ue, il Ttip, e quello attraverso il Pacifico, con numerosi paesi rivieraschi, dal Giappone al Cile, ma escludente la Cina. I due accordi, che concedono attraverso negoziati estremamente riservati (per non dire segreti) hanno per obiettivo non dichiarato, ma trasparente, di isolare, rispettivamente, la Russia e la Cina, creando un blocco americano centrico tra i due oceani di circa 1,3 miliardi di persone.

 

Attualmente l’economia russa è in difficoltà per le sanzioni a causa della vicenda ucraina e Mosca reagisce facendo soprattutto affidamento sull’insofferenza che quelle sanzioni provocano anche sui paesi europei che le stanno applicando; la Cina, più libera di agire, ha inviato un segnale importante perché la svalutazione dello yuan sancisce lo sganciamento della sua valuta dal dollaro, ovvero la fine di una tacita alleanza monetaria su cui Pechino ha costruito le sue fortune economiche e una più aperta sfida alla moneta americana. Il segnale è questo: se gli Stati Uniti puntano a porsi al centro di due super-aree di libero scambio, esercitando con i due trattati in itinere una forza di attrazione sull’Europa e sul bacino del Pacifico, Pechino non intende restare a guardare per finire isolata o in un’alleanza con la sola Russia, ed è pronta a una vera sfida commerciale e valutaria.

Il momento scelto da Pechino è quello della fine della presidenza Obama e soprattutto della vigilia di un aumento dei tassi d’interesse da parte della Fed, previsto per l’inizio di autunno, che farà affluire capitali negli Usa dal resto del mondo e provocherà un generale aumento dei tassi e una lievitazione degli interessi sui debiti pubblici, rendendo più caro il denaro per gli investimenti produttivi e stimolando quelli speculativi a più alto rischio. Non sembra questa la strada per una ripresa generalizzata e, allora, anche una svalutazione del 4% può fare la differenza.

Cronistoria recente:

18 agosto 2015 Nell’ultima settimana le prospettive macro dell’economia mondiale, e di conseguenza anche di quella europea, sono state stravolte dall’improvvisa svalutazione della moneta cinese, lo Yuan, e dall’abbandono del cambio fisso con il Dollaro. La borsa di Shanghai ha registrato un nuovo crollo ma le borse europee sono rimaste sostanzialmente indifferenti. Fino a che punto le turbolenze cinesi potranno creare traumi? E’ chiaro ormai che la Cina ha messo fine alla politica del cambio fisso con il dollaro e sta consentendo alla moneta nazionale maggiori margini di fluttuazione. Si tratta di un cambiamento epocale nella gestione dei rapporti commerciali tra le principali economie globali; tecnicamente è molto simile alla rivalutazione improvvisa che ha sperimentato il franco svizzero rispetto all’Euro, solo che qui non si parla di un piccolo Paese con scarsa domanda interna ma della seconda economia del mondo.

Ma la domanda che ci si pone è: Com’è possibile che nessuno l’abbia visto arrivare?

In realtà non era certo un evento totalmente imprevedibile: l’ancoraggio dello Yuan al Dollaro, che è in forte rivalutazione nell’ultimo anno, stava provocando un apprezzamento troppo forte e le esportazioni cinesi ne stavano risentendo pesantemente. Il governo cinese ha tentato di compensare puntando sullo sviluppo della domanda interna, ma la politica dei prestiti a bassissimo costo ha provocato delle bolle speculative enormi sui mercati azionari che tutt’ora Pechino fatica a tenere sotto controllo. Alla fine era inevitabile che la Banca Centrale Cinese avrebbe agito; solo che ci si aspettava un banale riallineamento del cambio ed invece è saltato proprio il peg con il Dollaro. Eppure la svalutazione dello Yuan è stata modesta alla fine, un salto di poco più del 3%, mentre il Franco svizzero si è rivalutato istantaneamente di quasi il 20%.

Questo è certamente vero, ma le preoccupazioni sono in prospettiva; ora che la valuta cinese è disancorata dal Dollaro, verrà spinta al ribasso dai fondamentali macroeconomici dell’economia, insolitamente deboli, e dalla politica monetaria cinese che con tutta probabilità si manterrà fortemente espansiva; soltanto oggi la Banca Centrale Cinese ha iniettato nel sistema 120 miliardi di Yuan (16,8 miliardi di €).

Ma quali sono le principali implicazioni di questa svalutazione?

D’altronde anche l’Euro, grazie al Quantitative Easing della BCE, si è svalutato molto nel corso dell’ultimo anno, e questo ha apportato grandi benefici alle esportazioni del Vecchio continente. Certamente la svalutazione cinese, se fosse anche solo del 10%, ridefinirebbe i rapporti di forza nel commercio mondiale. L’export cinese tornerebbe a travolgere l’Europa, ma anche gli USA ed il Giappone; molte piccole imprese manifatturiere in Italia che sono tornate a respirare verrebbero colpite seriamente.

Ma ciò che preoccupa di più è l’impatto sull’export dell’Eurozona.

La tanto annunciata ripresa europea è a trazione esterna: cioè vuol dire che la produzione si sta riprendendo soprattutto grazie all’aumento delle esportazioni verso gli USA
e la Cina.

Quindi vuol dire che l’Italia può subire un rallentamento della crescita a causa della svalutazione cinese, considerando che il saldo della nostra bilancia commerciale con la Cina è negativo per 14 miliardi, quindi importiamo più di quanto esportiamo. Ma chi veramente è spaventato dalla svalutazione dello Yuan è la Germania: l’economia tedesca ha riposizionato il proprio export verso l’area asiatica a tappe forzate negli ultimi anni. Basti pensare che il saldo commerciale tedesco verso la Cina è passato da poco più di 2 miliardi di € nel 2012 ad oltre 11 miliardi di € nel 2014, una crescita di oltre il 400% in 24 mesi. Questo a conti fatti vuol dire che la Germania ha beneficiato di più della svalutazione dell’Euro e di conseguenza di uno dei principali effetti del Quantitative Easing. (e pensare che erano ostili a tale manovra). Sembra paradossale infatti.

Quindi se anche tutta l’Eurozona rallentasse, per l’economia tedesca sarebbe un doppio colpo duro da digerire. Dati appena pubblicati sul PIL tedesco danno risultati discreti per il secondo semestre, ma potrebbero cambiare rapidamente. Guardando la prospettiva migliore, si può sperare che lo shock positivo provocato dal basso prezzo del petrolio possa sostenere il più a lungo possibile la competitività dei nostri sistemi industriali rispetto ai colossi cinesi.

ALESSIO SMACCHI.


Alessio Smacchi

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