La canzone perduta (Erol Mintas), damore e libertà del popolo kurdo3 min read

Amministratore | 25-03-2016 | Cultura

di Riccardo Rinalducci

Scriveva Şêrko Bêkes, voce della Resistenza kurda in Iraq negli anni ’60, in Dialoghi, dopo che aveva parlato con ciò che lo circondava, per capire quale fosse il loro «amore»: “quando accostai l’orecchio | all’amore stesso, | che non ha nome, | era di libertà che parlava”. È forse pensando al bisogno, alla ricerca e all’ansia di libertà del popolo kurdo che occorre avvicinarsi a “La canzone perduta” (Song of my mother), o, almeno, tenendo bene a mente cosa significhi inseguire qualcosa di grande con totale abnegazione e coinvolgimento.
Inseguire o cercare, in Turchia come nel sopracitato Iraq, all’inizio e per tutta la storia di Erol Mintas, una cassetta per sentire una vecchia canzone e lasciarsi andare, per cedere alla rassegnazione di non poter tornare al proprio «villaggio» e pensare il proprio figlio maturare e invecchiare insieme alle proprie aspirazioni, responsabilità, scelte. È la condizione della vecchia madre Nigar (Zübeyde Ronahi), che vive con il figlio Ali (Feyaaz Duman) a Istanbul, da più di dieci anni lontana dal quartiere dove aveva le sue radici e i suoi parenti, anche loro ormai immersi nella metropoli, inevitabile luogo di perdita della propria identità, del condiviso senso di comunità, di famiglia, del cui distacco forzato la donna risente terribilmente. Metropoli turca che nella pellicola non si offre come soggetto da cartolina o libro d’arte, ma che presenta la sua periferia sconfinata e grigia, che suscita un angosciante senso di impotenza, come quello retto dalle pesanti gambe della donna che vaga per strada alla ricerca del proprio villaggio, o che, per l’appunto, può provare un popolo senza terra.
In questo scenario Ali, maestro di scuola elementare, si divide tra il proprio lavoro e i suoi sogni di scrittore, cercando la canzone che facesse felice sua madre e facendo i conti con un’improvvisa gravidanza della sua compagna (Nesrin Cavadzade), di fronte alla quale è investito di responsabilità e costretto a una scelta. Ali si ritrova in questa situazione accompagnato dall’idea di un figlio, di un futuro, da una parte, e la madre Nigar, la quale lo riporta ai tempi passati in cui era maestro di bambini kurdi, con la possibilità di tenere lezioni ben diverse da quelle formali e rigide del suo presente, dall’altra.
La ricerca forsennata di una musicassetta, i problemi di ambientamento in città di sua madre, la prossima paternità, le difficoltà nel gestire lavoro e passioni: Ali si trova ad affrontare la propria vita in un Paese che storicamente rinnega e reprime la sua etnia, nonostante questa costituisca una larga parte della sua popolazione. Perdere le proprie radici e percepire la propria famiglia sgretolarsi attorno a sé, alternare la propria lingua madre a quella del regime e dover rendere conto al datore di lavoro di uno sciopero, sono alcuni dei fattori che caratterizzano un certo tipo di “emigrazione”, e che inducono dinamiche politiche e sociali insolite per noi “europei occidentali”. Il carattere esule del popolo kurdo in ogni angolo di Medio Oriente e di mondo in cui questo resiste alle oppressioni, costituendosi come Nazione pur senza uno Stato – né confini – è un messaggio per l’umanità di lotta per identità e libertà, non facile da far passare attraverso un grande schermo, specie in maniera così “poco commerciale”. Ci riesce dando alla sua pellicola un tono di sofferente malinconia e rabbiosa rassegnazione il regista Mintas, raccontando passato, presente e futuro di una famiglia, attraverso il rapporto madre-figlio, le cui relazioni sono contaminate dalla condizione di rifugiati che questi vivono. Una buona prima volta, per quello che riguarda un lungometraggio, per l’autore, che comunica non con la forza di gesta straordinarie o di eroismi metropolitani, ma con la trasposizione delle difficoltà quotidiane, come può essere cercare una Canzone perduta, navigando tra storiche questioni d’amore e libertà di un individuo e di un popolo, scegliendo di toccare le corde più sensibili dell’animo umano.


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