La bellezza fragile dell’Itaca dei Ventanni2 min read

Amministratore | 26-06-2016 | Cultura - Locomocinema

 

“I miei giorni più belli – Trois souvenirs de ma jeunesse” è l’ultima fatica di Arthur Desplechin, presentato al Festival di Cannes, fa conquistare al regista il prestigioso Cesar come miglior regista.

Da ciò che il ben più emblematico titolo originale ci suggerisce, la pellicola è un lieve susseguirsi degli agrodolci ricordi della giovinezza del protagonista, Paul Dedalus (Quentin Dolmaire), ricordi pensati come rimasugli nella polvere di vita che fu, ma riscoperti come parte indissolubile del presente.
Il primo di questi è il rapporto con la madre, donna schizofrenica e pericolosa, disintegrato dagli spasmi della sua follia.
Il secondo è invece la storia di un’avventura che ha del film poliziesco: in piena guerra fredda Dedalus si presta come corriere nel traffico di documenti falsi per aiutare la popolazione ebraica confinata nell’URSS, regalando persino un suo documento ad un giovane dandogli così la possibilità di tornare in Israele.
Arriviamo poi all’ultimo capitolo, l’ultimo “souvenir”, quello più importante, ed è la storia dell’amore tra Paul ed Esther (Lou Roy-Lecollinet) raccontata dal primo saluto fino all’ultimo rantolo.
Ed è qui che la pellicola si dischiude in tutto il suo splendore, la delicatezza e la ferocia con cui si può amare solo a vent’anni sono il filo di seta che lega le due anime in una storia torbida e totalizzante, ben lontana dai triti cliché dell’amore giovanile. Stretti in una passione insidiosa e leggera i due affrontano caoticamente una distanza che va oltre i chilometri, oltre la loro triste provincialità, perdendosi nell’inchiostro di innumerevoli lettere, che gridano aiuto e implorano perdono.

Arthur Desplechin ci accompagna insegnandoci passi gentili in una danza che scruta amorevole la rabbia, l’amore e la paura che attanagliano la giovinezza di Paul Dedalus, cantandone il ritorno nella malinconia del ricordo e la rassegnazione al crudele fluire del tempo, dipingendo con delicatezza i contorni sbiaditi di un pugno di tragica umanità in tutto il suo melodrammatico splendore.

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