L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELLERBA6 min read

Segretariato Italiano Studenti in Medicina Sede Locale di Perugia | 29-05-2016 | Nazionale

a cura del Segretariato Italiano Studenti in Medicina

Nel 1961 la Convenzione Unica sugli Stupefacenti dell’ONU invita ad estendere le restrizioni di oppio e cocaina anche a marijuana e hashish, sostanze definite, insieme agli psichedelici, droghe “leggere” in virtù del minor danno e dipendenza che inducono. È questo l’esordio della cosiddetta “War on Drugs”. A 50 anni dall’inizio del proibizionismo, però, un mondo libero da droghe è ancora lontano, per non dire utopico.
Cercheremo qui di dare una panoramica sulle problematiche legate alla Cannabis, sperando di non far la figura dei fricchettoni.
Vediamo innanzitutto quando e come la marijuana divenne illegale. USA anni ‘30: è da poco fallito il proibizionismo dell’alcol quando entra in scena un nuovo capro espiatorio. Harry Anslinger, direttore del Federal Bureau of Narcotics, lancia una martellante campagna contro la “killer weed” con brillanti argomentazioni quali “se fumi uno spinello ammazzi tuo fratello” o, come disse nel 1937 per convincere il Congresso a bandire la marijuana, “la maggior parte dei fumatori di marijuana sono negri, ispanici, filippini e intrattenitori; la loro musica satanica, jazz e swing, è il risultato dell’uso della marijuana. Il suo uso causa nelle donne bianche un desiderio di ricerca sessuale con essi”. Negli anni 50 però iniziano a comparire i primi studi e prese di posizione della comunità scientifica e della società civile che mostrarono come in realtà la marijuana non sia affatto causa di stupri, episodi psicotici e omicidi come si voleva far pensare.
Dunque, perché la Cannabis dovrebbe essere illegale?

LA CANNABIS FA MALE ALLA SALUTE
Il principio attivo di marijuana ed hashish, il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC), aumenta la frequenza cardiaca e vasodilata, da qui gli occhi rossi; a livello cerebrale aumenta il rilascio di dopamina inducendo rilassamento, euforia, scoordinamento ed alterazioni del sensorio. L’inibizione del dolore e la riduzione dell’infiammazione insieme ad aumento dell’appetito, ne motivano l’utilizzo terapeutico in trattamenti del dolore, malattie infiammatorie croniche, stimolo dell’appetito in malati di AIDS e nel blocco dell’angiogenesi tumorale.
Gli effetti a breve termine sono altamente individuali e dipendenti dalla situazione neuropsicologica del soggetto, ma quali sono le conseguenze a lungo termine di un uso frequente (≥ 20 volte al mese)? Dallo studio di Zalescky et al. è emerso che l’utilizzo durante l’adolescenza, quando il cervello è ancora in fase di sviluppo, compromette la connettività neuronale, con conseguenti deficit cognitivi e della memoria a lungo termine.
La marijuana ha quindi i suoi pregi e i suoi difetti e, come qualsiasi sostanza, l’utilizzo di grandi quantità, sopratutto se continuativo, può risultare dannoso. Lo stesso discorso però si può fare per molte altre sostanze, ugualmente o più pericolose, quali alcol, tabacco, fast food, sostanze anabolizzanti etc. Se la ragione della proibizione legislativa fosse proteggere le persone da azioni dannose per loro stesse, bisognerebbe allora concludere che il legislatore sia per lo meno disattento nel limitare l’uso di sostanze e pratiche nocive; per non dire farisaico, poiché alla proibizione fa corrispondere una punizione altrettanto lesiva per la persona. Non è dunque la preoccupazione per la salute che motiva l’illegalità di certe sostanze.

LA MARIJUANA È UNA DROGA DI TRANSIZIONE
Nel 1951, alla domanda del deputato Hale Boggs sui danni della marijuana, Anslinger, direttore dell’FBN, rispose: “più del 50% dei tossicomani da eroina inizia fumando marijuana. Prendono la siringa quando l’eccitazione indotta dalla marijuana non gli basta più”. Nasce la teoria della marijuana come “droga di transizione”. Già negli anni ‘50 si dimostrò che nella marijuana non c’è nulla che porti all’uso di sostanze più pesanti; persino l’American Medical Association, in un rapporto congiunto con l’Associazione dell’Ordine degli Avvocati, giunse a queste conclusioni. Si dovette però aspettare il 1972 perché la stessa fonte istituzionale che aveva inizialmente diffuso queste voci affermasse che “non esiste relazione causale tra l’uso di marihuana e l’eventuale uso di eroina” (National Convention on Marihuana and Drug Abuse).Tuttavia tale teoria, ormai radicata nell’opinione pubblica, fece gioco forza a diverse politiche restrittive internazionali. Paradossalmente studi odierni hanno dimostrato che la transizione avviene, ma in senso contrario, in quanto la marijuana risulta un utile sostituto agli oppioidi durante la disintossicazione.

L’USO DI DROGHE ALIMENTA ATTIVITÀ CRIMINALI
È ormai ampiamente dimostrato che alle pratiche di depenalizzazione della marijuana corrispondono netti cali nei tassi di criminalità associati alla droga. Il concetto è semplice: se viene offerta un’alternativa legale si evita di entrare nelle dinamiche del mercato illecito. Inoltre risulta più facile accedere a strutture di supporto e cura delle dipendenze senza il rischio di problemi legali. Secondo la Direzione Nazionale Antimafia, il 44% delle violazioni della legge antidroga è per cannabinoidi e nel 78% non ci sono altri capi d’imputazione.
Quello della cannabis inoltre corrisponde al 38% del mercato illegale europeo degli stupefacenti per un totale di 9,3 miliardi di euro (EU Drug Market Report 2015). Non l’utilizzo, ma il proibizionismo alimenta il mercato illecito e attività criminali droga-correlate.

LEGALIZZARE LE DROGHE PUÒ INCENTIVARNE L’UTILIZZO.
La legalizzazione delle sostanze stupefacenti può passare per la regolamentazione o la liberalizzazione; Uruguay e USA sono due esempi delle rispettive politiche. L’Uruguay, mantenendo un prezzo di poco superiore a quello del mercato nero per un prodotto di qualità migliore, ha sottratto alla criminalità organizzata una grossa fetta delle vendite, senza per questo causare una significativa crescita nel numero di consumatori. Per ostacolare l’abuso si è ricorso a un limite d’acquisto mensile pro capite e alla differenziazione dei prezzi in base al contenuto di THC. In Colorado, invece, pur mantenendo un prezzo competitivo, i consumi totali sono aumentati, seppur a scapito del mercato illegale, probabilmente come conseguenza della pubblicità dei prodotti a base di Cannabis, proibita invece in Uruguay. Sono quindi le diverse politiche di legalizzazione delle sostanze che possono portare o meno ad un incentivo dei consumi, non la legalizzazione in sé.

DROGARSI È IMMORALE.
Forte dell’ideologia liberale, l’economia spinge per la globalizzazione dei mercati e dell’offerta. Tale logica pensa l’individuo come unico responsabile delle sue scelte di consumo; egli crea la domanda cui il mercato risponde. Ma non tutte le domande sono considerate lecite, soprattutto in società, come la nostra, profondamente influenzate dalla morale cristiana. Il discorso e le politiche sulle droghe rischiano quind
i di trasformarsi in meccanismi che relegano i consumatori alla categoria di “drogati”/“dipendenti”, “criminali” e “improduttivi”. In realtà l’85% dei consumatori sono definiti non problematici, in controllo della sostanza e non da essa controllati (Indagine IPSAD® 2014); si preferisce però farli entrare in una serie di circuiti di trattamento/repressione, dimenticando che è molto più efficace ridurre i danni e i rischi del consumo, piuttosto che liberare la società dalla droga. Pertanto puniamo il consumatore di sostanze stupefacenti invece che, ad esempio, quello di alcol, non perché il “drogato” ruba o uccide (azioni di per sé processabili), o perché si fa del male; il problema è che si droga. E drogarsi è immorale, solo per questo è illegale.

Insieme all’invito a non semplificare un tema troppo spesso banalizzato, vi lasciamo con le parole di Timothy Leary:
“Non alterare la coscienza dei tuoi simili”
“Non impedire che i tuoi simili alterino la loro coscienza”.

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