JUSTICE – WOMAN (2016)6 min read

Lorenzo Andrea Velardi | 21-01-2017 | Cultura - Musica

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Dopo l’affascinante e sorprendente album di esordio “Cross” (2007) e dopo la battuta di arresto “Audio, Video, Disco” (2011), i Justice tornano con un album al di fuori di ogni aspettativa e per chi li vedeva solo come un ricordo di qualcosa che è stato e mai più sarà, si presentano con una grande rivelazione:
Woman (2016) colpisce con un’accattivante vocal e linea di basso che sorprende l’ascoltatore ergendo la canzone ad un ritmo veramente accattivante che supera le barriere della canzone prepagata e stereotipata.
La canzone in questione è “Safe and Sound” inno alla reminiscenza della disco con un qualcosa che solo il gruppo parigino poteva rendere elettrizzante, un motivetto anni ’80 che sfibra ogni particella uditiva verso un’immersione a tutto tondo verso il synthpop curato e rigenerante di cui ogni tanto noi tutti abbiamo bisogno nei momenti più vuoti.
“Pleasure” è meno sorprendente, ma comunque ben costruita, ha un suo ritmo particolare e non diviene mai monotona. Sembra quasi che il gruppo voglia continuare sull’andazzo del ballo godereccio dopo una festicciola spesa nel bere e prendersi qualche sostanza di troppo.
“Use my imagination as a destination” afferma la canzone, che in fondo è sempre stato il leitmotiv del gruppo, da “We are Your Friends” sino ad ora, dove campeggia la voglia di creare nuovi spazi visuali e alleggerire i contorni di un industria musicale che vuole soltanto, diciamola così, i $.
“Alakazam !” è una bomba, ha un basso da far paura, è arrangiata perfettamente e s’insinua nell’ascoltatore quasi a provare la sua forza, ad incanalare la sua voglia di sfogarsi, di dipingersi differentemente dalla solita maschera; potrebbe essere la canzone rivelazione di una qualche serata tra amici che finisce con un abbraccio collettivo e dove tutti alla fine si vogliono bene nonostante questa bizzarra condizione che è la vita.
Ma questa canzone non è solo questo. E’ voglia di superare il muro, oppure di distruggerlo, di scavare una buca fino a passare dall’altra parte. Sembra non smettere mai nell’incessante giro di basso che ci dirige verso orizzonti dove tutti possiamo ritrovarci e scatenarci fino alla fine, fino all’alba, fino a che qualcuno vomita anche l’anima.
Dopo il trambusto di “Alakazam !”, “Fire” è sicuramente più tranquilla, sembra voler ricordare all’ascoltatore che nonostante il passare degli anni, la musica non esaurisce la sua profondità né perde valore. È anche la canzone che dà una carica in più per affrontare lo sguardo ammaliante della ragazzo/a che ci sta guardando/non guardando da quando è iniziato l’album, un invito a gettare la razionalità del “nessuno mi hai mai dato niente” ed approcciarsi ad una visione olistica dove noi tutti siamo un fuoco divampante che non si arresterà nemmeno con la pioggia dei nostri rimorsi. E’ veramente carina, quasi a farne un ritratto, una ragazza che sorride alle avances di un giovane un po’ impacciato.
“Stop” cambia prospettiva, non è più qualcosa di terreno, ma qualcosa di più, che si può affrontare solo insieme, soffrendo e divertendoci insieme, fino a raggiungere una spiritualità superiore alla quotidianità banale del “So many times we rise and fall” e raggiungere il (no! non il Nirvana) ma il “But nothing’s ever stopped” e la corrente, lasciarci trascinare ed essere fiduciosi di ogni cambiamento, di ogni difficoltà, perché il fiume è la stessa vita.
“Chorus” all’inizio sembra quasi una minaccia, un qualcosa di completamente diverso da quello che abbiamo affrontato nel disco, ma garba perché è orecchiabile e spinge all’ascolto forsennato con una punta comunque di disagio.
Parte la drum machine e potremmo dire che sembra quasi una “Stress”, giocata sulle ripetizioni, sulla ossessività e sulla morte e palingenesi di un qualcosa che avevamo sotterrato e che si ripone a nostro fianco, un balzare di impressioni (grazie alle voci che sembrano prese da un film di Sergio Leone) veramente leggere ma allo stesso tempo sprofondate nel buio della notte, senza un perché (o forse sì?)
Poi tutto rallenta. Ed è tutto ancora più magico.
I Justice qua hanno compiuto un grande lavoro di attenzione e cura al suono non c’è che dire.
Il gruppo in questa canzone non usa mezzi termini, si mostra per quello che è, e, francamente, piace per la propensione allo studio della progressione, della digressione e di ogni altra trasformazione fotonica voi abbiate in mente che a me non è venuta.
“Randy” sembra la colonna sonora di un videogioco fine anni ’90, con la grafica ancora apprezzabilissima ma con una storiella che, a giudicare da questa canzone, finirà in maniera esaltante e spiazzante. Un gioco musicale che sembra eterno, mai ripetitivo, mai incentrato su un inizio ed una fine, si staglia nel nostro cielo immaginario di visioni costruite su ritmi diciamocelo, cazzuti e che non smette mai di farci sognare dietro ad un’irrealtà tecnologica che ci fa sembrare protagonisti in questo videogame dove siamo solo noi i protagonisti.
Direi che è proprio prog, un incedere di suoni tra di loro apparentemente privi di sintonia che invece si affastellano meravigliosamente nel mosaico dell’ascolto.
Un’elettronica per niente house, ma anzi che si evolve di continuo e rimane aperta ad ogni possibilità.
“Heavy Metal” parte con una suonata classica che se suonata con un bel basso a 19 corde verrebbe fuori un capolavoro di Primus che a tutti piacerebbe, persino a Mike Patton.
Forse questo è il punto più debole dell’album, non c’è veramente una forza lieta a trascinarci verso qualcosa di inarrivabile, ma comunque degna di attenzione e per niente banale la voglia di stupire con piccoli sample.
“Love S.O.S” fa rabbrividire. Sembra quasi all’inizio una ballata e poi alla fine è la “solita” canzone dance pronta a partire e a farci muovere allo sfinimento, ma è pur sempre una ballata, ed è molto interessante nei richiami vocali, la più pop dell’album, che, per chi ama il genere, si troverà prontamente soddisfatto.
Qui il gruppo parigino vuole entrare nei nostri fragili e consumati cuori per dirci quanto sia difficile il cammino che porta ad un vero amore, non nel senso fisico o relazionale, ma platonico, dove tutto combacia e tutto diviene pronto, sia dall’una che dall’altra parte ad un’empatia profonda come questa canzone.
Sembra di essere davanti ad una tragedia, la nostra, vederci dall’alto mentre ci perdiamo d’amore, risollevarci per una qualsiasi cosa e proseguire il tragitto.
Ritroviamo anche qui l’abitudine di concludere l’album con una canzone pregna di allusioni.“Close Call” è infatti l’ultima traccia dell’album e per questo anche la più evocativa.
Grande spazio alla chitarra, che suggella la fine delle danze e alle voci che salutano l’esperienza dell’ascolto.
In più si sente un battito, il loro, il nostro e forse quello che tutti noi vorremmo sentire quando sentiamo assenza di vita nelle vicissitudini più monotone.
Un finale magistrale e degno di nota che si abbandona allo stesso suono prodotto da qualcosa di più che uno strumento, la propria estensione dell’anima.
In conclusione, a mio parere, “Woman” è un disco bello, importante, pieno di grandi spunti e significati e nel suo genere molto “reinnovativo”.
Se vi capiterà tra le mani, staccate un po’ dai libri e ascoltatelo, ne varrà la pena.


Lorenzo Andrea Velardi

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