Jobs Act: L’occhio internazionale sulla riforma del lavoro.7 min read

Alessio Smacchi | 22-12-2014 | Nazionale

Il Jobs Act, (in seguito JA) introduce una riforma del lavoro radicale che annovera diversi aspetti tra i quali il welfare, gli ammortizzatori sociali, le pensioni ed i turnover; contratti, posti di lavoro, disoccupazione, licenziamenti e i giovani. Le critiche più dure al Jobs Act sono state mosse da CGIL, Lega e M5S. Le ragioni del dissenso sono state ampiamente argomentate dalla Senatrice Nunzia Catalfo in fase di dichiarazione di voto. Secondo il M5S, infatti, il JA, in combinato con il Decreto Poletti, tramite il contratto a tutele crescenti allungherà per un tempo indefinito il cosiddetto “periodo di prova” del lavoratore, arrivando quindi a creare una sorta di precarietà strutturale rispetto a quella stessa precarietà che finora è stata vista come un problema, non un elemento da integrare nel “sistema lavoro” del Paese. Il JA inoltre introduce ed incoraggia il demansionamento del lavoratore, attraverso il cambio di mansioni a parità di salario, foraggia i controlli a distanza (e quindi, indirettamente, incoraggia anche il mobbing), mantiene la possibilità di sfruttare il lavoro accessorio, ma soprattutto abbassa le tutele contrattuali senza controbilanciare garantendo tutele nel mercato del lavoro e non prevede alcun investimento in politiche fiscali e sociali di sostegno al reddito per i meno abbienti.

Non si possono gettare magistrature all’insegna del demansionamento e della precarietà strutturale, sono altri i valori che il nostro governo dovrebbe coltivare e cercare di far germogliare nel nostro Paese. Non si può attuare una riforma del lavoro efficiente se alla base non vi è una riforma della scuola che prepari i nostri giovani all’odierno mondo del lavoro, costellato da incertezze e sfiducie che plasmano una massa di lavoratori poco qualificati, i quali corrono il rischio di essere giostrati a piacimento dalle singole aziende. Economisti italiani e anche esteri sostengono la tesi che L’Italia “preferisce investire sulla manodopera a basso costo, piuttosto che investire sul sistema scuola”: assoluta verità, ma se si proseguirà in questa direzione l’Italia entrerà in un circolo vizioso dove le parole “crescita” e “progresso” saranno sempre all’ordine del giorno ma saranno di utopica realizzazione. Prendendo in considerazione un dato che è oggettivamente riscontrabile, secondo la classificazione delle aziende della commissione europea del 6 maggio 2003 (tuttora in vigore), più dell80% delle imprese italiane non supera i cinquanta addetti, oppure non ha un attivo patrimoniale superiore ai 10 milioni di euro.

Data l’eccessiva burocrazia e le eccessive spese che una micro-piccola azienda italiana deve fare, le soluzioni sono due per la sua sopravvivenza: o si indebita con del capitale di prestito che le banche offrono sempre più di rado, o attira nuovi clienti e/o soci; parola chiave: delocalizzare. Le ultime riforme del Governo Renzi hanno avuto opinioni dissenzienti e nel contempo apprezzabili. Un ruolo fondamentale nel nostro mondo economico è affidato alle agenzie di rating, in pratica sono coloro che “pubblicizzano” uno Stato con una valutazione, tanto è più alta la valutazione dello Stato preso in considerazione e più è attrattivo per la generalità degli Stati per motivazioni che si possono declinare sommariamente nella stabilità finanziaria, debito pubblico non eccessivo e la redditività dei titoli di stato. Standard & Poor’s ha tagliato il rating all’Italia a livello BBB -, una valutazione choc appena sopra il livello «junk» spazzatura. Le ragioni del declassamento sono spiegate con il forte aumento del debito, accompagnato da una crescita perennemente debole e bassa competitività. L’agenzia americana aveva sospeso il giudizio lo scorso giugno, confermando al nostro Paese il rating BBB sia pure con prospettive negative, per permettere al governo Renzi, allora insediato da solo due mesi, di avviare le riforme. Sei mesi dopo il quadro è peggiorato, almeno secondo S&P’s che considera quel rating BBB «non più compatibile. L’aggravarsi delle condizioni economiche sta minando la sostenibilità del debito pubblico. Dati alla mano si stimerà che il debito pubblico italiano sarà pari a 2.256 miliardi di euro entro la fine del 2017, cioè 80 miliardi di euro in più delle stime di giugno». In termini percentuali, S&P prevede che il debito salga dal 123,9% del 2014 al 127% del 2015 al 127,4% del 2016 per poi ridiscendere lievemente al 126,8% nel 2017. L’agenzia di rating considera che le misure previste non faranno crescere l’occupazione nel breve termine, sottolineando che i decreti attuativi possono essere modificati da opposizioni crescenti. Fonti del governo riportate dall’agenzia Radiocor vedrebbero nelle considerazioni di S&P’s sulla riforma del lavoro elementi positivi e non una bocciatura del Jobs Act.

Le riforme vanno bene ma bisogna procedere più spediti. Altre considerazioni che sono riscontrabili in concreto sono le difficoltà dovute ad un ambiente ostile all’impresa e non solo dal costo del lavoro. Gran parte dell’attenzione sulla competitività italiana è stata rivolta all’importanza di una svalutazione domestica per ripristinare la competitività attraverso un abbassamento del costo del lavoro. Tuttavia, il sistema sconta un settore dei servizi non riformato; una giustizia lenta e costosa; un alto cuneo fiscale. Sotto la lente anche il costo dell’energia che rimane superiore agli altri Paesi riflettendo in parte la posizione dominante sul mercato dei monopoli. In un clima di depressione generale ottime notizie sono in arrivo dalla BCE, dove si ha il forte impegno ad attuare una forte politica monetaria che continuerà a normalizzare l’inflazione in Italia e dei suoi patner europei. Le misure messe in campo sono tante e sono straordinarie. Si va dalle operazioni di rifinanziamento a lungo termine con un target preciso (Targeted longer-term refinancing operation, o Tltro) e Residential mortgage-backed security (Rmbs), cioè titoli cartolarizzati contenenti crediti o mutui residenziali. E poi ci sono i tassi principali (rifinanziamento, Marginal lending facility, depositi) al minimo storico. Nel complesso l’Eurotower ha messo a disposizione circa 2.000 miliardi di euro, al fine di ripristinare il meccanismo di trasmissione della politica monetaria. Sebbene le riforme siano concrete, si dovrebbe entrare a pieno regime solo nel primo trimestre 2015. Traduzione: è presto per affermare che queste misure non sono sufficienti. Per dirlo, bisognerà attendere l’inizio del prossimo anno. Il tutto con l’ottica di permettere agli istituti di credito di liberarsi del peso dei bond governativi in portafoglio e incrementare la quantità del credito erogato al settore privato. Uno scopo cruciale per riagganciare la ripresa economica, data l’attuale rottura del meccanismo di trasmissione della politica monetaria della BCE. Ma anche un target difficile da raggiungere, data la debolezza della domanda di credito nell’area euro, non è la liquidità che manca, è il suo afflusso all’economia reale che non è corretto. Non bisogna pensare che il piano di investimenti promosso dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker sia la panacea per tutti i mali dell’eurozona. Dei poco più di 300 miliardi di euro messi a disposizione, solo pochi sono effettivi. Tutto il resto sarà a leva finanziaria e, in ogni caso, ogni progetto sarà sottoposto a una stretta verifica di sostenibilità a lungo termine. Quindi anche per il 2015 la segmentazione della zona euro continuerà. E la stagnazione potrebbe diventare la nuova normalità per l’Europa. Si è soliti pensare che l’Europa viaggi a due velocità (per ragioni storiche legate alla stabilità economica dei singoli Stati) e per
un certo periodo di tempo è stato effettivamente così, ma odiernamente sono almeno tre le velocità a cui viaggia l’Europa. Chi non adotta l’euro ha un ritmo di crescita ancora sostenuto, come la Polonia. Chi lo adotta si divide fra cuore e periferia. Quindi Germania, Austria, Paesi bassi e Lussemburgo. Ma data l’interdipendenza fra le economie continentali, la debolezza dei periferici sta affossando anche il centro. Ne è la prova il rallentamento della Germania, che sta subendo l’impatto sia della deflazione nell’area euro sia delle sanzioni economiche contro la Russia, comminate nei mesi scorsi. Sembra scontato, ma il maggiore volano positivo per l’area euro può essere rappresentato dall’adozione delle riforme strutturali da parte dei Paesi membri.

Nello specifico, Italia e Francia hanno la possibilità, tramite il mantenimento delle promesse effettuate alla Commissione europea, di essere la chiave di volta della fiducia nella zona euro. Se sia Roma sia Parigi mettessero in campo quanto annunciato, gli investitori internazionali potrebbero mutare la percezione attuale, ovvero di un’area economica incapace di crescere, maturare e di imparare dagli errori del passato. I segnali che arrivano da Italia e Francia non sono propriamente positivi, ma la Commissione Ue sta vigilando in modo da garantire un’applicazione precisa di quanto programmato. Se gli Stati facessero proprie le parole del presidente della Bce Mario Draghi – “La BCE non può sostituirsi ai governi” – allora potrebbero tornare i capitali esteri verso l’eurozona. E potrebbe esserci una nuova spinta economica grazie a una maggiore competitività ed una miglior produttività sistemica. È inevitabile oramai che le economie europee sono tutte collegate e se in futuro si riuscirà a risollevare la fiducia estera nell’eurozona ne gioveranno tutti, Italia in primis.


Alessio Smacchi

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