IS THIS EUROPE?14 min read

Alessio Smacchi | 11-07-2015 | Internazionale

Vorrei iniziare la mia trattazione, inserendo degli elementi, che ci accompagneranno per tutto l’articolo: ovvero l’Europa e la Grecia. Il nome Europa proviene dal greco antico Ευρώπη ma lorigine è incerta: può essere interpretata come “ben irrigata”, oppure di “ampio sguardo”, chiaramente interpretazioni sinonimo di fecondità e di lungimiranza. Europa era figlia di Agenore, re di Tiro, antica città fenicia. Zeus se ne innamorò, vedendola insieme ad altre coetanee raccogliere dei fiori nei pressi della spiaggia. Zeus allora inventò uno dei suoi molteplici travestimenti: ordinò a Ermes di guidare i buoi del padre di Europa verso quella spiaggia. Zeus quindi prese le sembianze di un toro bianco, le si avvicinò e si stese ai suoi piedi. Europa salì sul dorso del toro, e questi la portò attraverso il mare fino allisola di Creta. Zeus rivelò quindi la sua vera identità e tentò di usarle violenza, ma Europa resistette. Zeus si trasformò quindi in aquila e riuscì a sopraffare Europa in un boschetto di salici o, secondo altri, sotto un platano sempre verde. Questa narrazione è riprodotta sulle monete di conio greco da 2 € (appunto l’Euro, quindi l’Europa), sorte sotto nomenclatura ellennica, protette però dalla ferrea egida tedesca. Chi vedeva di buonocchio l’entrata della Grecia in Europa fù Valérie Giscard dEstaing, presidente della Repubblica francese dal 1974 al 1981, è stato uno dei padri fondatori della costituzione europea e delleuro, oltre che uno dei più convinti sostenitori dellingresso della Grecia nellUe, che avvenne allinizio degli Anni 80, dopo la caduta della dittatura dei colonnelli. E tuttavia, pur continuando a difendere lUnione politica, di recente Giscard ha rivisto le sue posizioni sulla permanenza di Atene nella zona euro. In una intervista a Les Echos, nel febbraio 2015, lex presidente francese ha detto che la Grecia non potrà mai riavviarsi sulla strada della crescita economica fino a quando resterà agganciata a una moneta forte come leuro. E che pertanto lunica soluzione è uscirne. Cosè successo nellultimo decennio affinché anche i più convinti sostenitori delleuro arrivassero alla conclusione che per il bene di Atene, e dellEuropa, sarebbe preferibile laddio della Grecia alla moneta unica?

 

A questo punto è bene rivivere brevemente la cronistoria greca:

La Grecia è entrata nelleuro nel gennaio 2001. Per gli tutti gli Anni 2000 il Prodotto interno lordo (Pil) greco ha continuato a crescere, con picchi anche del 6%, e le cose sembravano andare per il meglio. Tre anni dopo, nel novembre 2004, lallora ministro delle finanze, George Alogoskoufis, ammise che tutti i parametri di budget presentati a Bruxelles per entrare nelleuro erano stati truccati e che il deficit del Paese, almeno dal 1999, non era mai stato al di sotto del 3% (Anzi, il rapporto deficit/PIL era stimato intorno al 12%). Nel 2008 lesplosione della crisi finanziaria ha cominciato a mostrare la fragilità di molte economie Ue che avevano un alto debito pubblico. E per Atene è stato linizio di una lunga discesa agli inferi. Il gioco di prestigio era riuscito grazie al contributo della banca daffari americana Goldman Sachs, cui Atene avrebbe versato 300 milioni di euro per farsi aiutare e truccare i bilanci, e di altre banche statunitensi, come raccontò nel 2010 uninchiesta del New York Times. Allinizio di quello stesso anno, il debito pubblico greco era salito a 350 miliardi di euro, e il governo fu costretto a chiedere quello che fino a poco prima aveva rifiutato: gli aiuti internazionali della Troika.

Arrivando ai giorni nostri non possiamo che esaltare la strenua lotta combattuta contro l’Europa da parte del binomio Tsipras-Varoufakis.

Troveremo con lEuropa una nuova soluzione per far uscire la Grecia dal circolo vizioso dellausterità e per far tornare a crescere lEuropa. La Grecia presenterà ora nuove proposte, un nuovo piano radicale per i prossimi 4 anni“. Così disse Tsipras al momento della sua elezione, motto della sua battaglia: “Il futuro non è L’austerità”. L’entusiasmo però, ha dovuto far fronte ad una realtà dura e cruda, tutte le riunioni che si sono susseguite dell’Eurogruppo non hanno portato ad una soluzione efficace del problema, da una parte per l’eccessiva onerosità degli interessi passivi sul debito greco, e in parallelo per la volontà della Merkel di proseguire nella sua politica di austerity. Analizzando gli ultimi giorni, si stanno delineando tutti i fenomeni che possono portare ad una nuova crisi economica, che può colpire i vari investitori del debito greco per centinaia di miliardi di euro, si presume che l’Italia possa perdere la bellezza di 40 miliardi di Euro.

IL REFERENDUM: ESPRESSIONE EFFETTIVA DELLA VOLONTA’ POPOLARE?

All’indomani della vittoria dei no, con 61,3% dei voti al referendum greco sul piano di aiuti dei creditori, si è dimesso il ministro delle finanze Yanis Varoufakis, l’uomo che trattava all’eurogruppo. Secondo quanto ha scritto nel suo blog, la sua presenza al tavolo delle trattative non era gradita ad alcuni soci europei e quindi Varoufakis ha deciso di ritirarsi per rafforzare la posizione del premier Tsipras. Il popolo greco, due elettori su tre, si è pronunciato democraticamente e con chiarezza ed ha sconfitto la Troika e i suoi arroganti ricatti. Con la Commissione Europea, la BCE e il FMI, sono stati sconfitti anche tutti quei governi europei che (come il nostro Renzi) avevano cercato di condizionare il voto del popolo greco, agitando i fantasmi della “grexit”. Ma una eventuale uscita della Grecia dalla Zona Euro non risolverebbe il problema del debito, ed anzi lo aggraverebbe ancora, permettendo alle istituzioni finanziarie ed agli speculatori di fare i loro sporchi giochetti con una valuta debolissima quale sarebbe la dracma post-euro. Se non dovesse essere approvato nei prossimi mesi un nuovo piano di aiuti, la Grecia rischia di uscire dalla zona euro. Infatti le banche diventerebbero insolventi e l’inflazione aumenterebbe in maniera massiccia. Potrebbe essere reintrodotta la moneta nazionale, la dracma, e le frontiere potrebbero essere chiuse per impedire la fuga di capitali. Il prezzo delle importazioni schizzerebbe alle stelle. Ne farebbero le spese sopratutto i ceti più deboli, le classi più agiate infatti hanno risorse in altre valute. L’aspetto economico avrebbe delle implicazioni politiche e la Grecia sarebbe costretta a uscire anche dall’Unione europea. La vittoria del No indica che a pagare i prezzi della crisi devono essere da un lato le banche internazionali “creditrici” e, dallaltro, le classi agiate elleniche che invece, finora, si stavano arricchendo sulle spalle della maggioranza dei ceti popolari greci.Il risultato del referendum greco è importantissimo anche perché indica una strada di lotta contro l’austerità europea basata sulla solidarietà e non sugli egoismi nazionalistici. La vittoria del No mette allordine del giorno la necessità e la possibilità di avviare in Grecia una politica economica e sociale radicalmente alternativa, un’inversione di rotta, a partire dalla messa in discussione di un debito pubblico accresciuto illegittimamente, da una politica di crescita dell’occupazione, dei salari, delle pensioni, dei servizi pubblici, e il definitivo abbandono delle politiche di austerità, in Grecia ma poi in tutta Europa.

IL NUOVO SCACCHIERE EUROPEO

«LEurogruppo ci ha dato unaltra chance», così ha detto il nuovo ministro delle finanze greco uscendo dai palazz
i di Bruxelles. Ma su chi può contare Alexis Tsipras, e il suo capo negoziatore Euclid Tsakalotos, al tavolo dellEurozona? Cè un nucleo di alleati che fa il tifo per lintesa: Belgio, Lussemburgo, Italia, Francia e anche lIrlanda, che apre a sorpresa anche alla possibilità di una ristrutturazione del debito. Sul lato opposto ci sono piccoli ma agguerriti Paesi del Nord e dellEst, Finlandia, Lettonia e Slovacchia in primis, convinte che unArea euro senza Atene forse sarebbe un posto migliore. Dura sembra anche la posizione dellOlanda e della Lituania. E infine cè la Germania, finora sempre contraria a una ristrutturazione ma che per tenere la Grecia nelleuro potrebbe anche aprire a un allungamento dei tempi dei prestiti.

Ecco la mappa delle posizioni dellEurogruppo nelle parole dei loro leader.

1) Si al Grexit

LETTONIA. «Se in un sistema cè un elemento che non funziona, rimuovere quellelemento può essere positivo» per linsieme dellEurozona. Il ministro delle Finanze della Lettonia, Janis Reirs, non ha lasciato alcun dubbio sulla sua posizione. E arrivando allEurogruppo straordinario sulla Grecia ha ricordato che il suo Paese ha fatto grandi riforme strutturali che comprendevano anche «il taglio del 30% del personale e dei salari» nel settore pubblico.

ESTONIA. Il 6 luglio con un provocatorio tweet il presidente estone Toomas Hendrik Ilves aveva proposto di chiedere con un referendum negli altri 18 paesi se i cittadini vogliono aumentarsi la tasse per un altro salvataggio della Grecia.

FINLANDIA. I piccoli Paesi del Nord sono più duri della Germania, aveva dichiarato qualche giorno fa il ministro delle Finanze francese Michel Sapin. E tra i più duri cè la Finlandia. Il ministro di Helsinki Alexander Stubb ha chiarito subito: «Non vogliamo alleggerire il debito greco, è stato già fatto nel 2011 e 2012». E ha chiuso anche al progetto di un prestito ponte da elargire attraverso lo European Stability mechanism (Esm).Tuttavia il 6 luglio aveva spiegato di essere disponibile a discutere di una eventuale estensione dei prestiti. La linea morbida nei confronti della Grecia rischia in Finlandia di alimentare il partito euroscettico.

SLOVACCHIA. La ristrutturazione del debito «è la questione più delicata per la maggior parte dei Paesi» delleurozona e per la Slovacchia «è assolutamente impossibile», sono state invece le parole nette del ministro slovacco delle Finanze Peter Kazmir.

2) La Germania e i suoi alleati: linea dura ma no alla Grexit

GERMANIA. In Germania non cè solo il falco delle finanze Wolfgang Schauble a imporre la linea dura. Ma anche i nomi più in vista della Spd, che fa parte della Grosse Koalition di governo. I tedeschi sulla carta vogliono evitare la Grexit, ma le posizioni sono distantissime. Schaeuble ha dichiarato: «Chi conosce i trattati Ue sa che il taglio del debito è vietato». Mentre la cancelliera Angela Merkel ha avvertito: «Mancano ancora le basi per negoziare». E al termine dellEurosummit ha aggiunto: «Stasera molti attorno al tavolo hanno detto che un haircut del debito greco non avrà luogo perché questo è vietato nelleuro zona». «Prima di parlare di una ristrutturazione del debito», ha concluso, «vediamo quel che la Grecia può fare».

LITUANIA. La Lituania chiede riforme, ma è disponibile al negoziato: «Siamo qui per ascoltare il nuovo ministro greco Tsakalotos» in quanto è «necessario rendere le cose più chiare e trovare una strada da seguire», perché «in politica cè sempre spazio per un compromesso», ha detto il ministro delle finanze lituano Rimantas Sadzius. La Grexit, ha sottolineato, «per noi non è unopzione per noi».

AUSTRIA. Il giorno successivo al referendum, il cancelliere austriaco Werner Faymann, considerato nellultimo periodo ben disposto verso Atene, aveva spiegato: «Non vedo una strategia» del governo greco, «Un ponte si può costruire solo se anche laltra parte contribuisce un po».

SPAGNA. Il governo Rajoy era tra i più intransigenti verso Atene, ma il 7 luglio il ministro delle Finanze De Guindos che aspira al ruolo di presidente dellEurogruppo sostiene che Madrid «rispetta lesito del referendum» ed è «aperta» ad un «nuovo round di aiuti». «Non contemplo luscita della Grecia dalleuro».

?) Il caso Italia: per Renzi non ci sono le condizioni per la ristrutturazione

ITALIA. LItalia dovrebbe essere, a guardare le sue condizioni finanziarie, tra i migliori alleati della Grecia. Ma per ora si tiene strategicamente ben distante. Il premier Matteo Renzi ha insistito sulla necessità di una maggiore integrazione politica europea. E per lapertura di una fase sempre più necessaria di crescita e investimenti che superi le rigidità delleuroburocrazia. Ma il primo ministro ha cercato in questi mesi di dialogare direttamente con Berlino. E il carico del nostro debito rende la sua posizione assai scomoda in questo frangente. Uscendo dallEurosummit, Renzi ha dichiarato: «Rispetto allultima volta non mi pare ci siano le condizioni per parlare in modo strategico del debito della Grecia». «La palla», ha aggiunto, «ora è nel campo del governo greco, che domenica dovrà presentare le sue proposte: se saranno ritenute accettabili, si troverà lintesa, come credo e spero».

3) Sì allaccordo e forse anche alla ristrutturazione del debito: chi tende la mano

IRLANDA. Stupisce la totale apertura irlandese. La nazione Smeraldo che ha subito i colpi duri della crisi del debito si è schierata a fianco dei greci. La ristrutturazione del debito «fa parte delle discussioni» sulla Grecia, ha detto il ministro delle Finanze irlandese Michael Noonan. Il premier Enda Kenny è stato ancora più caloroso: «È giunto il momento ora di dare un po di speranza al popolo greco».

LUSSEMBURGO. Il Lussemburgo membro fondatore dellUnione e Paese del presidente della Commissione Jean Claude Juncker è aperto a tutti gli scenari: «Dobbiamo ascoltare tutte le opzioni», inclusa quella della ristrutturazione del debito, «anche se questo non vuol dire che io sia daccordo», ha dichiarato il ministro delle finanze, Pierre Gramegna.

BELGIO. Il Belgio fa parte del gruppo dei Paesi più concilianti nei confronti di Atene. Eppure il premier Charles Michel non nasconde la stanchezza: «Aspettiamo da parte di Tsipras proposte concrete, precise e convincenti, e innanzitutto ascolteremo quello che ha da dire». Per fare un accordo, ha aggiunto Michel, «bisogna essere in due».

FRANCIA. «Tsipras faccia proposte serie e credibili», chiede il presidente Hollande, che sempre a fianco della cancelliera tedesca ha definito «urgente per la Grecia e lEuropa» che si arrivi a unintesa. Altri esponenti francesi si sono sbilanciati di più. Il ministro dellEconomia Emmanuel Macron, subito dopo il risultato del referendum di Atene, aveva invitato i governi europei a essere ragionevoli: «Sarebbe un errore storico schiacciare il popolo greco». Lo stesso ha ribadito il collega alle Finanze Michel Sapin: il posto della Grecia «è in Europa ed è nelleuro», ha affermato Sapin, dicendosi convinto che Atene sia «capace di fare proposte concrete, solide, durevoli, che sono indispensabili per il dialogo con i partner». Il ministro ha inoltre sottolineato che
la Francia, considerata da alcuni più accomodante della Germania, ha «le stesse esigenze degli altri in materia di serietà delle proposte», ma «ha forse un po più il senso della storia dellEuropa».

Insomma, lo scacchiere europeo è oramai collaudato, spetta ai bianchi (e azzurri) l’onere della prima mossa.

Il nuovo scenario internazionale: MUTAZIONE NELLE POSIZIONI DI RUSSIA E CINA?

Mercoledì 7 luglio si è tenuto lincontro dei Brics, questanno il paese ospitante è stata la Russia. Si è parlato di Ucraina, Isis, Siria, Medio Oriente e naturalmente di Grecia. I Brics hanno già lasciato intendere unapertura nei confronti di Atene, ma gli equilibri dei paesi emergenti si giocano soprattutto sulla relazione tra Mosca e Pechino. Al momento i due paesi costituiscono un asse, sicuramente, benché ci siano motivi di attrito, specie nelle questioni legate allAsia centrale. Allo stesso tempo Pechino guarda alla Grecia come un paese fondamentale per la propria strategia legata alla nuova via della Seta, rallentando forse gli avvicinamenti che Mosca aveva fatto in passato con Tsipras (e testimoniate dalla telefonata di ieri tra Putin e il premier greco). In questi giorni molti editoriali della stampa cinese si occupano della crisi greca. I toni sono decisamente pacati, si cerca di esaminare la crisi, sottolineando le responsabilità dei paesi europei, ma non viene calcata la mano. Pechino ha bisogno che la crisi greca rientri nellambito di una gestione economica del problema, senza sollevare questioni geopolitiche internazionali. Il timore della Cina è una frattura delleurozona e un conseguente indebolimento delleuro, su cui Pechino aveva puntato in funzione anti dollaro. Non solo, perché i progetti cinesi di investimenti in Europa, non ultimo quello nelle italiane Monte dei Paschi e Unicredit, hanno bisogno di una stabilità politica ed economica dellarea. Pechino ha intravisto nellEuropa un valido partner per contrastare la visione unipolare degli Stati uniti e per questo ha assolutamente bisogno che la questione greca venga risolta senza lasciare troppe ferite. Pechino non ha mai nascosto i propri interessi, sia finanziari, sia economici in Grecia. Come sottolinea il Global Times, quotidiano ufficiale del Partito comunista, il progetto di «One Belt one Road», la nuova via della Seta, passa anche dalla Grecia. Questo atteggiamento della Cina, gioco forza, rende anche Mosca più cauta, bloccando forse le preoccupazioni degli Stati uniti che negli ultimi giorni non hanno nascosto la propria stizza per una sorta di «Ucraina al contrario». Se a Kiev erano state le potenze occidentali a spaccare, di fatto, il fronte russo nel paese, in Grecia il rischio per Washington, è un avvicinamento alla Russia, tenendo presente che Atene è un paese Nato. Interessi economici e geopolitici quindi stanno arrivando al loro punto di non ritorno. I Brics dovranno prendere posizione sapendo già lesito della nuova tornata di trattative e a quel punto la situazione potrebbe essere più chiara. Di sicuro, se Mosca ha più interessi geopolitici a sperare in una rottura di Atene con Bruxelles, questa non è la posizione della Cina che ha fatto dellEuropa il suo partner (specie con riferimento alleuro) nella sua complessiva battaglia strategica contro gli Stati uniti. A sintesi di tutto: IS THIS EUROPE?


Alessio Smacchi

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