INNA SHEVCHENKO: il corpo come arma5 min read

Sara Tibido | 07-07-2019 | Le Dissidenti

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Nei primi anni 2000, in alcuni stati post-sovietici, cominciano a sorgere una serie di movimenti rivoluzionari simili e spesso correlati tra loro: le cosiddette “Rivoluzioni colorate”. 

Inna Shevchenko aveva solo 14 anni quando nel suo Paese, in Ucraina, scoppia la “Rivoluzione Arancione”. Infatti, all’indomani delle elezioni presidenziali del 21 novembre 2004 vinte inizialmente dal delfino dell’ex presidente, L. Kučma,  Viktor Janukovyč, lo sfidante Viktor Juščenko contestò i risultati denunciando i vari brogli elettorali compiuti dal suo avversario e invitando i suoi sostenitori ad una protesta pacifica in piazza, fino a quando non fossero state concesse le ripetizioni delle consultazioni. 

Le strade ucraine si tinsero di arancione, il colore scelto da Juščenko e i suoi sostenitori per la rivoluzione pacifica, fino a quando la Corte Suprema ucraina non invalidò il risultato indicendo nuove elezioni presidenziali il 26 dicembre dello stesso anno. Questa volta, con il 52% dei voti, fu proprio Juščenko a vincere. 

La Shevchenko, che allora era poco più di una bambina, colse fin da subito la portata rivoluzionaria che tale contesto politico portava con sé e capì prontamente che era il momento giusto per esigere anche un cambiamento sociale.  

Stufa del disinteresse della società ucraina, sessista e patriarcale, stufa di essere considerata unicamente per il suo aspetto e mai per le sue idee riformiste, comincia a protestare.  

Scende in piazza con alcune amiche ma le loro grida restano inascoltate: non hanno un minimo di risonanza mediatica e non ottengono niente se non insulti e minacce. Ma non si arrendono, anzi, sono sempre più indignate e motivate.  

Si iscrive all’Università di Kiev dove studia giornalismo e si avvicina a FEMEN, movimento di protesta, composto principalmente da giovani studentesse, di cui ben presto divenne fervente attivista e leader. 

Insieme alle sue compagne decide che è il momento di farsi notare, di dare risonanza alle loro idee. Nell’interrogarsi su una nuova modalità di protesta che possa finalmente avere la giusta risonanza mediatica, convengono nella decisione di usare il corpo come “megafono” per i loro contenuti: decidono consapevolmente ed autonomamente di rivestire di potere politico i loro corpi che, fino ad allora, non sembravano avere altro scopo se non quello sessuale. 

Scendono così in piazza a seno completamente nudo sventolando cartelloni di protesta politica e sociale: sono contro il turismo sessuale dilagante in Ucraina, contro la repressione a cui i media incorrono nel Paese, contro tutte le politiche “sessiste e discriminatorie” adottate dal presidente e contro tutte le discriminazioni sociali. 

Improvvisamente i loro corpi giovani e nudi, prima apprezzati e costantemente sessualizzati, diventano ora un problema, un mezzo, ritenuto “scomodo”, di forte protesta politica. 

La risonanza che la giovane Shevchenko e le sue compagne ottennero non fu però quella sperata: furono vittime dei media che riportarono nei giornali esclusivamente la foto dei loro corpi a seno nudo tagliando i cartelli di protesta che sempre accompagnavano le loro manifestazioni. Senza arrendersi all’ennesima sessualizzazione a cui andavano incontro, continuarono le loro proteste scrivendo, però, gli slogan direttamente sulla loro pelle nuda. Fotografarle ora voleva dire fotografare le loro idee e i loro contenuti, corpo e politica erano diventati inscindibili. 

L’indignazione suscitata significò per loro una prima vittoria: finalmente erano le donne a decidere quando il loro corpo era sessuale e quando politico. Acquisita questa vittoria, la sfida restava quella di far prendere la medesima consapevolezza a tutte le altre donne ucraine. 

In un Paese in cui anche i diritti umanitari di base, quelli fondamentali, sono ancora carenti, in cui la libera espressione è soffocata e repressa, l’azione adottata da FEMEN è ritenuta estremamene scomoda e fastidiosa. Nel 2011 la giovane attivista, insieme ad altre due compagne, fu rapita e sottoposta a numerose minacce e torture da parte della KGB, il Comitato per la sicurezza dello Stato della Repubblica di Bielorussia, dopo aver protestato in topless a Minsk in segno di solidarietà ai prigionieri politici. 

Questo non basta per intimorire Inna Shevchenko e le sue compagne, rispondono alzando i toni: solo un anno dopo, nel 2012, in segno di protesta per l’arresto, dopo una loro performance in una cattedrale di Mosca, delle “Pussy Riot”, gruppo punk-rock russo composto da giovani donne femministe, favorevoli ai diritti LGBTQ+ e attivamente impegnate contro le politiche di Putin, la giovane leader del movimento taglia con una motosega una croce cristiana alta diversi metri  posta illegalmente nel centro di Kiev. 

Il gesto estremamente provocatorio voleva anche porre l’accento sul forte patriarcato e sessismo che pervade la religione e le sue istituzioni.  

Si scatenò un importante dibattito sul tema fino a quando, la principale emittente russa, riportò, probabilmente falsamente, che la croce in questione era in realtà un memoriale per le vittime dello Stalinismo. Questa dichiarazione rese la giovane attivista bersaglio di numerose minacce di morte e spinse l’ex presidente ucraino, Yankovich, a chiederne l’arresto. Condannata a due anni di carcere, fugge da Kiev e si rifugia a Parigi ottenendo asilo politico. 

A soli 23 anni, Inna Shevchenko è già in esilio, lontana da casa ma mai sola, ha al suo fianco la solidarietà di numerose donne che, pur non sempre riconoscendosi nei modi, hanno visto nella ragazza e nel movimento sorto tra quelle giovani studentesse ucraine, un barlume di speranza per rivendicazioni e pretese d’uguaglianza che uniscono persone in tutto il mondo. 

FEMEN è il suo lavoro e la sua casa. L’associazione viene infatti ufficialmente riconosciuta in Francia e può così iniziare la sua trasformazione in movimento internazionale. 

La percezione del corpo femminile sta cambiando: può essere usato a fini politici senza creare scalpore, è un corpo indignato e infuriato che urla e grida. La nudità non è l’obiettivo, obiettivo è invece quello di rivendicare la titolarità del proprio corpo, decidere autonomamente quando è sessuale e quando è politico. 

FEMEN è stata accusata di essere un’associazione troppo estrema e di non essere in grado di rappresentare tutte le donne e le loro varie necessità. Ma la Shevchenko, quando il 6 aprile 2019 è stata ospite a Perugia per il Festival Internazionale del Giornalismo, ha spiegato che non c’è una sola e perfetta forma di femminismo, ci sono invece diverse tecniche. Quella adottata da FEMEN è solo una delle tante strategie che non ha la pretesa di essere la migliore o la più funzionale, ma il successo è dato, di fatto, dal differente modo di agire per la stessa causa 


Sara Tibido

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