Incontro – Visita a Francesco Guccini nella sua Pavana3 min read

Giulia Troiani | 21-08-2016 | Cultura

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Pàvana è una nonna rugosa e stanca, che si stende al sole d’agosto al confine fra la Toscana e l’Emilia, a cavallo fra le province di Pistoia e Bologna; è un’oasi rassicurante ed accogliente dopo chilometri di tornanti “lungo i valichi dell’Appennino”, che si apre con un affresco sulla facciata di una chiesa, in cui è rappresentato un Dio per i profani, che però porta lo stesso nome di un santo per i credenti: Francesco “Chicón” Guccini.
Il poeta vive in una casa vecchia, non malandata, ma sicuramente d’annata, il cui cancello è quasi sempre aperto, come ad accogliere coloro che, come me, si spingono fino alla sua porta.
In giardino molti gatti mi seguono con lo sguardo lungo ogni mio passo, ma so già che non sono la prima a tentare l’impresa sotto i loro occhi attenti.
La porta è socchiusa, busso, nulla.
Busso di nuovo. Nulla.
Le finestre del piano superiore sono tutte aperte e nel silenzio della tristezza e della paura di aver fatto quasi 700 km per nulla, finalmente, “lo sento da oltre il muro”.
Tento ancora una volta la fortuna, ma nessuno mi apre.
Sulla via del ritorno, però, ci ripenso.
Occasioni del genere non possono essere sprecate, così torno indietro, parcheggio di nuovo, entro dal cancello aperto, attraverso nuovamente il giardino.
Sono passati pochi minuti, ma ora la porta è aperta.
Con un filo di voce e il cuore in gola infilo la testa nel casolare e dico, quasi con terrore, “Maestro?”.
Una voce, quella voce, mi risponde dalla stanza accanto “Eccomi, arrivo”.
Francesco Guccini è un colosso alto quasi 2 metri, grande da ogni punto di vista, con due immensi occhi azzurri, ha il viso e il fisico provati dagli anni e dai vizi, ma non perde il gusto dell’eccesso, specialmente a tavola.
Ha un brio ed un guizzo niente affatto tipici di un uomo della sua età e non disdegna di rivedere sue vecchie foto assieme ai fan e ripercorrerne la storia.
Si sposta raramente, ma ad averlo conosciuto come l’ha conosciuto lui il mondo, non c’è da stupirsi che si sia ritirato in un paese lontano da ogni tipo di mondanità e che da lì esca poco.

Il mio colloquio con il Maestro dura circa 15 minuti, minuti in cui “mi racconta piano, col suo tono un po’ sommesso, di quando lui e sua figlia eran più giovani che adesso”, di quando è nata, degli scatti accanto a Teresa neonata rubati da un suo amico e rivenduti ad una nota rivista senza la sua autorizzazione.
Lo sento ma non lo ascolto, la sua voce, troppe volte iniettata nelle cuffie è finalmente di fronte a me, ed è così tonda e morbida che mi sembra quasi di riuscire a toccarla.
Infine, la presentazione de La Locomotiva, progetto editoriale che prende il nome da una delle sue canzoni più note. Mentre gliene parlo sembra contento e, alla fine, si raccomanda di perseverare nel mantenerla viva.
Ci salutiamo nell’emozione e nella certezza dell’unicità di quel momento, e sulla via del ritorno quasi non mi rendo conto di quello che ho appena vissuto.
Ho organizzato questo viaggio in pochissimo tempo, ho preso una macchina, ho fatto 700 chilometri, sono stata accolta nella casa di un pezzo colossale della storia della musica italiana, ho bussato alla sua porta e ho parlato con lui.
E devo dire, per chiudere con l’ultima delle citazioni che indebitamente mi sono permessa di fare, che “se io avessi previsto tutto questo forse (ri)farei lo stesso”

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Giulia Troiani

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