Ilaria Alpi: il giornalismo oltre le barriere del potere3 min read

Vito Girelli | 12-04-2019 | Festival del giornalismo

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Durante la seconda giornata del festival internazionale del giornalismo, nella splendida cornice della sala dei notari, alle ore 21:30 ha avuto luogo l’incontro tenuto da Lirio Abate sulla tragedia che ha colpito la famiglia Alpi e tutto il giornalismo italiano il 20 Marzo 1994.

Lirio Abate, noto giornalista e saggista siciliano, ha tenuto incollati alle poltrone i presenti, raccontando una storia che ha come protagonisti Ilaria Alpi e il suo collaboratore Mirian Hrovatin. Abate si è limitato a raccontare i fatti, avvalendosi di una serie di filmati e interviste che hanno portato alla luce la miriade di segreti e macchinazioni operate da terzi per insabbiare sia la morte dei due giornalisti, sia le motivazioni che hanno portato all’omicidio.

Ilaria Alpi era una giornalista determinata e dal grande substrato culturale (parlava ben quattro lingue, compreso l’arabo), una giornalista che aveva deciso di portare avanti un’indagine rischiosa su un oscuro rapporto intrattenuto tra l’Italia e la Somalia, tra armi e rifiuti tossici. Dopo il suo assassinio, avvenuto nel pomeriggio del 20 marzo 1994, durante il trasporto delle salme e di tutto il materiale raccolto dai due colleghi, molte cose mancano “all’appello”: su 7 taccuini pieni di appunti presi dalla Alpi 2 taccuini sono scomparsi, e buona parte del materiale audiovisivo girato da Hrovatin non è mai arrivato in Italia. Abate ha posto l’accento su quelli che sono stati i deplorevoli tentativi della politica italiana dei primi anni 2000 di eliminare la vicenda e addossare la colpa su un singolo capro espiatorio: un giovane somalo di nome Ashi Omar Assan, accusato di aver commesso l’omicidio, poi condannato a 26 anni di reclusione. Assan, incriminato da una testimonianza rivelatasi falsa, architettata da un politico oggi ancora ignoto, viene scarcerato nel 2016 dopo aver trascorso 16 dei 27 anni assegnatili nel 2002. La corte d’Assise d’appello di Roma nel 2000 aveva condannato il somalo all’ergastolo, ma la cassazione nel 2002 non riconosce la premeditazione e quindi riduce la pena a ventisei anni di reclusione.  Ad oggi, di fatto, l’omicidio dei due italiani non è imputabile a nessuno. Una morte apparentemente senza colpevoli fisici, ma con molti colpevoli morali.

Non staremo qui a criminalizzare nessuno, questi sono semplicemente i fatti che, anche da un punto di vista meramente giuridico che non interpretano un omicidio spietato come premeditato, fanno luce su un aspetto importante, ossia: l’importanza di un tipo di giornalismo non partigiano e meta-poetico. Un giornalismo che non ha fazioni e che parla di sé stesso, di due persone che rischiavano la propria vita per salvarne molte altre, che volevano far luce su tutta la poltiglia informe di riciclo di soldi e interessi “alti”, talmente alti da voler oscurare e eliminare una ricerca svolta con un fine dai contorni eroici.

Sentiamo troppo spesso accuse ad un giornalismo che si incattivisce contro i più deboli, che cerca delle prede da sbranare. Un sublime paradosso il fatto che proprio a Perugia, nella città che è stata ingiustamente calunniata nel 2007 da un giornalismo viscido e amorale, si parli di quel giornalismo che vuole informare, semplicemente informare i cittadini. Una luce in fondo ad un tunnel che sta facendo perdere credibilità a persone come Lirio Abate che, per una sera, hanno messo da parte ogni presupposto politico e ideologico per raccontare una storia che non deve essere dimenticata. Il “caso” Alpi-Hrovatin deve essere un esempio perpetuo di come l’Italia sia un luogo dove questo tipo di giornalismo è ancora possibile. Oriana Fallaci diceva riguardo al potere che: Il vero potere non ha bisogno di tracotanza, barba lunga, vocione che abbaia. Il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza. Il giornalismo ed i giornalisti devono essere le nostre sentinelle che con ancor più intelligenza ed astuzia devono informare e combattere con le sole parole tutto quello che i potenti pensano di poter fare alle nostre spalle. I genitori della Alpi sono morti senza poter dare un volto agli assassini della figlia, ma fino a quando questa storia sarà racconta da e attraverso il giornalismo, nessuno potrà dormire sogni tranquilli.


Vito Girelli

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