Il Gorino, Vittorio Gorini6 min read

Dario Bovini | 22-12-2014 | Cultura - Locale

Chi di voi ne ha già sentito parlare? Purtroppo credo non molti, o forse nessuno. E dico purtroppo perché il “Gorino” di Perugia, Vittorio Gorini, è stato un simbolo importante non solo per i perugini, quelli che hanno vissuto i suoi anni e quelli che son venuti dopo. Chiunque si definisca “libero”, nel senso di libero pensatore come lo era lui o nel senso di persona indipendente nelle proprie scelte, dovrebbe conoscerlo.

Il Gorino si dedicò infatti alla carriera di inventore folle e di filosofo per buona parte della sua vita, e con gran successo, tanto che fino agli anni 70 girava in Corso Vannucci a bordo delle macchine stravaganti create nella sua officina. La più famosa di tutte è sicuramente il “letto a motore”, seguita a ruota dall “auto-cesso”, vetture assolutamente uniche con le quali sfrecciava alla massima velocità permessa dal motore esibendo cartelli con i suoi motti.

Un altro suo elemento distintivo era la bicicletta con la quale, montandoci su un enorme Tricolore ed un megafono, affrontava intrepidamente le salite e le discese della città come un atleta agonista. Del resto con quella stessa bici aveva fatto il giro completo della penisola italiana, investendoci la più grande somma di denaro che si trovò mai nelle sue tasche, ovvero la vincita di un fortunato biglietto della lotteria.

 

“Fate che il poco sia TANTO, e che il tanto non sia mai POCO”

 

In questi dettagli è concentrata lessenza profonda della filosofia di vita di Vittorio Gorini: il rifiuto di rincorrere il denaro come obiettivo della propria vita, la “ribellione” agli schemi precostituiti della società e la riscoperta della bellezza nascosta nei momenti socializzazione. Il suo era un impulso vitalistico che cercava di recuperare il valore delle cose semplici, quelle che fanno star bene con poco, perché di fatto “poco” era tutto ciò che aveva. E perché desiderare qualcosaltro poi? Perché essere avari e farsi ossessionare dal denaro? Sforzarsi tanto di entrare a far parte di una società palesemente falsa, di facciata, e alienante per ottenere cosa?

La risposta potrebbe essere scontata per alcuni, lo si fa per i soldi ovviamente, perché al di là di qualsiasi discorso moralistico averne tanti non è mai una brutta cosa, e averne di più è sempre meglio, si sa! Ma si può davvero accettare di ridursi ad unimmagine pubblicitaria di se stessi pur di trovare il proprio posto nel sistema? Letichetta che scegliamo, i concetti stilizzati a cui riduciamo ciò osserviamo intorno a noi quotidianamente, quanto calzano effettivamente bene? Quanto di bello, di autentico e di profondo sottraggono invece dalla nostra vista?

Una riflessione valida ancora oggi da quegli anni in cui abitare in Corso Garibaldi, a cento metri dallArco Etrusco, significava abitare fuori dalla città. Negli anni 70 infatti quella era la zona delle botteghe dei primi artigiani che avevano lasciato la campagna per trasferirsi in periferia, a costo di moltissimi sforzi. E Vittorio, nato nel 1916, proprio su questo rifletteva. Perché tutti questi sforzi? Lavorare per sfamare sé e la propria famiglia è più che giusto, anzi è qualcosa che conferisce nobiltà, ed impegnarsi per poter avere qualcosa in più da lasciare ai propri figli e nipoti è ancora più giusto e nobile sicuramente. Il meccanismo si inceppa quando si eccede, quando si vuole accumular ricchezza per sé, senza reinvestirla anzi a volte rifiutando anche di condividerla con la propria famiglia, ringhiando a chi savvicina fino allultimo alito di vita. E questo comportamento individualistico viene esaltato sempre di più nella nostra società, che pone lindividuo “solo contro tutti”, lo spinge a tagliare i ponti con chiunque e poi lo lascia in balia di una concorrenza spietata, lo illude e lo porta a smarrirsi in acque tempestose, senza alcun appiglio.

 

“È un fuoco semovente che riscalda tanta GENTE, del petrolio non importa perché cuoce anche la TORTA”

 

Queste e tante altre le riflessioni di Vittorio che, passati i settantanni, iniziava ad essere meno avvezzo alle sue escursioni nel centro storico (seppur potendo guidare comodamente sdraiato ricordiamolo) e così si procurò una telecamera, la piazzò in cucina, e sera dopo sera registrò 101 videocassette di quasi tre ore luna, i suoi “messaggi di saggezza” critici, irriverenti e unici.

E tra i suoi motti ve ne è uno ricorrente, quello che mi ha colpito a tal punto da spingermi a scrivere questo articolo: “fate poco! ma che quel poco sia molto!”. In una delle registrazioni infatti Vittorio riflette su tutto quel tempo speso da alcune persone nelle attività più disparate, passando da un impegno allaltro senza soluzione di continuità, senza tregua, eppure spesso non ottenendo nessuno dei risultati prefissati. Da qui lo slogan: nonostante tutte le energie profuse anche in buona fede nel lavoro, nellacquisto di una casa nuova, in un investimento economico, nel metter su famiglia, risulta impossibile ad un individuo semplice (cinquanta anni fa di sicuro lidea di una persona “multi tasking” non aveva lo stesso valore che le attribuiamo oggi) seguire tante diverse attività, specialmente nel caso in cui lo si faccia per il guadagno e non tanto per passione. La passione dovrebbe infatti guidare le nostre attività, a ognuno la sua, e non ci dovrebbe portare a strafare.

In un primo momento, ascoltando Vittorio che parlava, avevo pensato di non essere proprio daccordo con questo suo pensiero: chi mi conosce sa a quante attività diversissime tra loro mi dedico, a partire dal corso di studi che ho scelto, lo sport, la cura di questo giornalino online, la partecipazione a diverse attività dellUdU e di altre associazioni… Eppure continuando ad ascoltare il video mi sono riconciliato con le parole di Gorini nel loro messaggio finale. Lui infatti non sosteneva lidea che dedicarsi a tante cose diverse sia sbagliato di per sé, lo diventa nel caso in cui da queste diverse attività non nasca nulla di buono né per sé né per gli altri! E questo non posso che condividerlo. Se anche mi prendo tanti impegni tutti insieme, seppure mi riempio lagenda di appuntamenti e di scadenze (anche perché spesso non riesco a dire di no quando mi si propone un progetto), un limite lo devo rispettare anche io. Il limite oltre il quale anche un solo pensiero in più per la testa mi confonderebbe tutti gli altri e non avrei fisicamente più il tempo per produrre nulla di buono con le altre persone con cui collaboro.

Mi fa uno strano piacevole effetto pensare che questa riflessione mi è stata ispirata proprio da una figura tanto particolare e tanto legata alla mia città. Nei giorni scorsi mentre scrivevo questo articolo sono stato a metà tra il morire dalle risate ed il commuovermi sulle (poche) foto di Vittorio Gorini che trovavo in rete, ed ho voluto condividere con voi la sua storia e il suo ricordo.

 

“A testimonianza di una personalità fuori dal comune e di unepoca in cui “vivere insieme” aveva ancora un significato, unepoca di guerre e di sofferenze, ma anche (e purtroppo forse per questo) di profonda umanità e schietta saggezza popolare” (da www.liberopensatore.it sito dellassociazione nata per diffondere e mantenere in vita il pensiero del Gorino).


Dario Bovini

Dario Bovini

In redazione dal 2014, cura la pubblicazione degli articoli su questo sito e ricopre la carica di Vicedirettore editoriale da dicembre 2016. Umbro, è appassionato di Archeologia industriale e di Storia e Cultura locale. Studia Ingegneria Meccanica ed è membro del Comitato di selezione del Perugia Social Film Festival dalla sua prima formazione.