IL GIOVANE FAVOLOSO: LA GRANDE STORIA DEL GENIO INFELICE3 min read

Amministratore | 30-11-2014 | Cultura - Locomocinema

Vorrei raccontarvi di un’ emozione che proviene da un grande poeta. Non ricadrei però di certo in un’ iperbole se lo definissi semplicemente grande uomo in senso lato, senza applicare inutili e svilenti distinzioni. Raccontare appunto, non certo con la presunzione di conoscerlo, ma per lo meno con la presunzione di saperlo raccontare con gli occhi di chi in questo mondo ha vissuto ancora poco, un piccolo pezzetto di vita, che non è tanto minore, se ci pensiamo bene, rispetto a quello che è servito a quest’ uomo per lasciare un’ impronta eterna ed incancellabile.

Di recente in molte sale italiane è apparso un film dalla delicatezza rara. È una pellicola diretta da Mario Martone presentata alla Settantunesima Mostra Internazionale del cinema di Venezia. Il titolo è “Il giovane favoloso”, il soggetto la genialità infelice di un Giacomo Leopardi che è sempre più l’ orgoglio della nostra letteratura italiana. Nulla di più affascinante che raccontare un uomo servendosi di una macchina da presa. Diventa un tentativo rischioso se quest’uomo è Leopardi, ma l’ esito può essere eccezionale.

 

La realtà a me più vicina, quella perugina, ha accolto il film con un carico di entusiasmo non atteso. È stato proiettato lo scorso ottobre al cinema Zenith, conosciuto fra i miei concittadini come roccaforte culturale che propone il cosiddetto cinema “d’essai”, termine che di solito identifica un tipo di visione per pochi eletti. Ebbene, non solo ha registrato un’affluenza senza precedenti per i primi quattro giorni di proiezione, ma ha ritenuto necessario prolungare la programmazione per l’intera settimana successiva.

Dato, questo, estremamente positivo, che non dobbiamo e non vogliamo trascurare: non tutto nel 2014 è negatività. Questo è il chiaro segnale che siamo affezionati alla bellezza tanto quanto lo eravamo in passato, forse abbiamo bisogno di stimoli differenti, ma una cosa è sempre ben impressa e impossibile da rinnegare, l’illustre eredità di uomini che “non passano mai di moda” come Leopardi. “Il giovane favoloso” ha radicato in me la convinzione, acquisita distrattamente e superficialmente fra i banchi di scuola, dell’estrema modernità leopardiana. La sofferenza fortemente consapevole di un giovane vissuto agli inizi dell’800 è paragonabile alla perenne insoddisfazione dell’uomo del nuovo secolo, con la differenza che quest’ultima è molto più drammatica in quanto inconsapevole ed incontrollabile; sembra essere in sostanza il radicale passaggio dal pessimismo cosmico al nichilismo più schiacciante.

Quello descritto da Martone è esattamente il fanciullo che mi ero immaginata da bambina, dagli evidenti difetti fisici al carattere e affettività molto particolari. È la vita di un giovane di buona famiglia e dall’infanzia infelice, ma che in un certo senso lui amava, cresciuto diviso fra l’amore fraterno e l’opprimente sorveglianza del padre, immerso in quello studio “matto e disperatissimo” che è insieme causa della sua infelicità, ma anche della sua genialità e grandezza d’animo. La perizia di Martone è stata proprio nel rendere questi aspetti tipici del Leopardi conosciuto ai più, stereotipi ormai del genio incompreso, senza che l’effetto risultasse banale. Siamo abituati ad astrarre un’opera dal soggetto che l’ha creata. Ci sorprenderemo invece nello scoprire quanto la vita di Leopardi sia indissolubilmente legata ai suoi capolavori, ed è proprio il tipo di personaggio che ho appena descritto a renderli tali. Credo che Martone abbia pensato a questo quando ha deciso di scandire il film con alcuni dei più significativi lavori del poeta, recitati dallo stesso protagonista, un eccezionale Elio Germano, che in nessun momento cede al rischio della caricatura, sempre abilissimo nell’emozionarci. Ogni poesia recitata nel film (emblematico è il “Dialogo della natura e di un islandese” dove la natura matrigna ed indifferente, in un’apparizione fra sogno e realtà, ha il volto della madre del poeta) assume allora un significato inaspettatamente autobiografico, di certo non nel senso più semplice del termine, ma espressione di quella dimensione onirica e complessa del genio leopardiano.


Amministratore

Descrizione non presente.